The Offspring @ Rock in Roma, 9 giugno 2026

Il 12/06/2026, di .

The Offspring @ Rock in Roma, 9 giugno 2026

Diciamolo subito, a costo di irritare i cultori più ortodossi del genere. I The Offspring non appartengono al punk rock nel senso filologico e intransigente del termine, quello che i puristi difendono come una reliquia. Sono qualcosa di diverso e, per molti di noi, non meno prezioso. Sono quel punk rock moderno, come lo chiamano in tanti, melodico e debordante, un pop punk magnifico che ci ha accompagnato ovunque, dalle cuffie del motorino, ai viaggi in pullman, alle feste in cui non sapevamo ballare. Sono nati nel (lontano per la gen z) 1984 a Garden Grove, nella contea di Orange e hanno attraversato più di quarant’anni di carriera senza perdere mai la loro personalità.

Li avevamo lasciati in Italia il 29 settembre scorso, all’Unipol Forum di Milano, dodicimila persone e un tutto esaurito a coronare il ciclo di ‘Supercharged’, l’undicesimo disco. A Roma, invece, mancavano da parecchio. L’ultima volta era stata il 2 agosto 2017, sempre sul prato di Capannelle, con Pennywise e Millencolin a scaldare la serata. Quasi nove anni di distanza, lo stesso ippodromo, un pubblico in parte invecchiato insieme a loro e in parte arrivato dopo.

La serata da ricordare è quella di martedì 9 giugno 2026, l’appuntamento che ha inaugurato la sedicesima edizione di Rock in Roma, la rassegna che fino a metà luglio si divide tra le Capannelle e la Cavea dell’Auditorium. Per chi ama le tinte più cupe e pesanti, vale la pena ricordarlo, lo stesso cartellone porterà alla Cavea anche gli Europe il 7 luglio e Marilyn Manson il 14, con i Vowws ad aprirgli la strada.
Quel che è certo è che la prima sera ha la febbre delle prime sere, quella mescolanza di attesa e di ruggine che si scioglie solo quando parte il primo riff, davanti a un prato gremito di varie migliaia di persone.

Ad accendere la miccia ci hanno pensato gli Sleep Theory e meritano più di una riga di cortesia. Vengono da Memphis, sono giovani e in poco più di mezz’ora hanno messo in fila i pezzi del loro ‘Afterglow’ con una fame che si vedeva a occhio nudo, da ‘Fallout’ a ‘Numb’ fino a ‘Static’. Una scoperta vera, di quelle che giustificano l’arrivo presto al concerto. Subito dopo è toccato agli A Day To Remember e qui il discorso cambia, perché una fetta consistente del pubblico era lì soprattutto per loro. I ragazzi della Florida hanno snocciolato ‘The Downfall of Us All’, ‘All I Want’, ‘Have Faith in Me’ e ‘If It Means a Lot to You’ e il coro che li ha accompagnati raccontava da solo quanto fossero attesi.
Dalla fine del loro set non è passato molto. Verso le dieci, con uno stacco breve e quasi nervoso, tutto era pronto per la band californiana.

E qui mi concedo una confessione. Per quelli della mia generazione, i The Offspring si confondono con gli anni di MTV (per me era Viva Polska … nella zona della Basilicata da dove vengo MTV non prendeva, quindi avevamo montato la parabola satellitare…piccolo dettaglio inutile, lo so). Dicevamo … erano gli anni in cui i videoclip li guardavamo davvero, con una tazza di cereali in mano o un panino con la frittata preparato dalla mamma prima di uscire. I millennial sanno di cosa parlo. Era una spensieratezza aveva un confine preciso, anche se allora facevamo finta di non vederlo.

L’attacco è stato affidato a ‘Come Out and Play’, il brano che nel 1994, dentro l’album ‘Smash’, li trasformò da gruppo di nicchia a fenomeno mondiale, con quel giro di chitarra serpentino e l’invito a tenere separati i contendenti. A ruota ‘All I Want’, presa da ‘Ixnay on the Hombre’ del 1997, meno di due minuti sparati addosso come una scarica, una delle cose più veloci e furibonde che abbiano mai scritto.

Le scenografie restano fedeli al loro spirito, semplici ma sornione. Teschi che fumano sullo sfondo e, durante ‘Pretty Fly (for a White Guy)’, quel pupazzo che saluta il pubblico con l’aria ebete di chi non ha capito dove si trova, irresistibile. Su questo brano vale una piccola chicca per chi ama i dettagli. L’introduzione blaterata, quel «Gunter glieben glauchen globen» che sembra tedesco e non vuol dire niente, è presa di peso da ‘Rock of Ages’ dei Def Leppard del 1983, dove era puro nonsenso usato al posto del classico conteggio prima dell’attacco.

Il resto è stato un rosario di inni cantati a memoria, con le incursioni metal di ‘Crazy Train’ e ‘Paranoid’ a ricordarci da dove arriva certa loro ruvidezza, un omaggio sentito a Ozzy Osbourne (e ai Black Sabbath, ovviamente) accolto a gran voce dall’ippodromo. Poi il finale, che è stato esattamente quello che doveva essere. Dopo ‘The Kids Aren’t Alright’, il ritorno sul palco per ‘You’re Gonna Go Far, Kid’ e per quella ‘Self Esteem’ rimasta intatta dal 1994, cantata da un ippodromo intero come fosse una preghiera laica. A spegnere le luci, quasi a tradimento, ‘Sweet Caroline’ di Neil Diamond diffusa dalle casse e migliaia di voci che la rilanciavano verso il cielo nero di Roma.

Nessuno aveva voglia di andare a casa. Del resto loro non hanno mai promesso profondità, hanno promesso che ci saremmo divertiti e a distanza di decenni mantengono la parola con una puntualità quasi commovente. In un’epoca che prende tutto sul serio, è una forma di onestà rara.

Galleria fotografica a cura di Giovanna Onofri.

Leggi di più su: The Offspring.