Sepultura @ Eur Social Park – Roma, 10 giugno 2026
Il 15/06/2026, di Anna Maria Parente.
Ci sono live a cui si partecipa spienserat* e live a cui si va a dire addio. Quello di mercoledì sera, nel verde del Parco del Ninfeo all’Eur, apparteneva alla seconda categoria. I Sepultura hanno scelto Roma come una delle tappe italiane del loro ‘Celebrating Life Through Death’, il tour che dopo oltre quarant’anni di carriera chiude per sempre la storia di uno dei progetti musicali più importante del Brasile. Aria di festa, certo, però con quel velo di malinconia che accompagna l’ultima pagina di un libro.
La serata si è aperta con i Torture Squad, e qui parte una piccola gioia personale. Vengono da San Paolo, macinano thrash e death da oltre trent’anni e sul palco hanno avuto una grinta che ha svegliato di colpo il pubblico ancora assonnato di inizio serata. Senza nulla togliere alla scena anglo-americana che amiamo tutti, fa benissimo all’orecchio allargare i confini ogni tanto e lasciarsi sorprendere da chi arriva da latitudini diverse. I Torture Squad hanno dato una bella scossa all’evento, un set tirato e cattivo al punto giusto.
Dopo di loro è toccato ai belgi Evil Invaders, speed thrash tecnico e velocissimo. Bravi, intendiamoci, però è stato il momento in cui mi sono concessa il lusso di ascoltarli comodamente sdraiata su una delle sdraio dell’Eur Social Park, lasciando che la velocità delle loro chitarre facesse da colonna sonora al tramonto. Un piacere più rilassato, meno coinvolgente rispetto ai brasiliani che li avevano preceduti.
Mentre il cielo si scuriva il prato si riempiva. Bella cosa notare quanti giovanissimi ci fossero, alcuni davvero piccoli, stretti ai genitori con un vinile sottobraccio o un paio di bacchette in mano, nella speranza di strappare una firma. Una band che nel 1984 nasceva nei quartieri difficili di Belo Horizonte oggi parla ancora a chi non era nemmeno nato quando ‘Roots’ cambiava le regole del gioco.
Quando i Sepultura sono saliti sul palco intorno alle nove e mezza, vale la pena ricordare chi sono oggi. Di originale, in senso stretto, non resta quasi nessuno, eppure la storia è tutta lì. Paulo Jr. al basso accompagna la band dal 1984, il membro più longevo in assoluto. Andreas Kisser regge la chitarra dal 1987 ed è ormai la spina dorsale del gruppo, il custode del suono. Alla voce Derrick Green, arrivato nel 1997 per raccogliere l’eredità pesantissima di Max Cavalera, oggi nei Sepultura da più tempo di quanto ci sia rimasto lo stesso Max.
La novità sta dietro i tamburi. Greyson Nekrutman, batterista americano di Long Island classe 2002 con un passato nei Suicidal Tendencies, è entrato nel 2024 dopo l’addio di Eloy Casagrande volato negli Slipknot. La sua storia recente ha pure un risvolto curioso, perché tra la fine del 2025 e il 2026 è stato per un breve periodo in prestito ai Trivium, salvo poi rientrare nei Sepultura proprio per riprendere e accompagnare la band fino in fondo al suo tour d’addio. E c’è un dettaglio quasi tenero, visto che soltanto tre giorni dopo il concerto romano avrebbe compiuto ventiquattro anni. A poco più di vent’anni si è caricato sulle spalle un repertorio leggendario e va detto che il talento non gli manca, con una precisione che ha retto benissimo il peso della serata.
Apertura a sorpresa (per chi non aveva sbirciato ancora la setlist) con ‘War Pigs’ dei Black Sabbath, omaggio non casuale visto che proprio un disco dei Sabbath fece nascere il sogno dei fratelli Cavalera. Subito dopo ‘Polícia’ dei Titãs, altra cover che riporta dritti alle radici brasiliane. Da lì in poi una scossa continua. ‘Inner Self’, ‘Desperate Cry’, ‘Slave New World’, ‘Territory’, ‘Refuse/Resist’, ‘Arise’, i pezzi che hanno costruito la leggenda.
Spazio anche ai brani dell’ultimo EP ‘The Cloud of Unknowing’, il loro testamento discografico. ‘All Souls Rising’ con la sua furia thrash, la ballata ‘Beyond the Dream’ cantata in pulito da Green e ‘The Place’ hanno mostrato una band che ha continuato a dire qualcosa di proprio, non limitandosi a stampare fotocopie del passato.
Il picco emotivo è arrivato con ‘Kaiowas’, trasformata in una lunga jam di percussioni con ospiti sul palco, momento tribale e ipnotico che ha tirato fuori l’anima più rituale dei Sepultura. Lì si è capito perché questa band ha cambiato per sempre il vocabolario del metal mondiale.
Va detto con onestà e con affetto. Le due cartucce finali, ‘Ratamahatta’ introdotta da un assolo di batteria e in versione ridotta, seguita da ‘Roots Bloody Roots’, non hanno raggiunto l’eccellenza del resto della serata. Forse la grandiosità complessiva dello spettacolo, così curato e imponente, aveva già dato tantissimo e sul traguardo è mancato l’ultimo guizzo. O forse, semplicemente, certi brani portano addosso in modo indelebile l’impronta della formazione originale e solo quella poteva restituirli al cento per cento. Nessun dramma, sia chiaro, solo la sensazione che il commiato avrebbe meritato una chiusura ancora più infuocata.
L’ultima volta in città risaliva al 27 febbraio 2018, all’Orion Club di Ciampino, durante il ‘Machine Messiah Tour’. Da allora una pandemia, un cambio di batterista e la decisione di calare il sipario. Rivederli all’aperto, in un parco, con i ragazzini in prima fila e i veterani commossi più dietro, ha avuto il sapore di una resa dei conti con il tempo.
I Sepultura chiudono qui il loro rapporto con Roma. Lo fanno da quel progetto coraggioso e irripetibile che ha sempre saputo essere. E, nonostante le catastrofi varie, è stata comunque capace di portare i colori e i ritmi del Brasile dentro il metal e di farlo per oltre quarant’anni. Grazie e arrivederci, ovunque vi porti adesso la vita.
Galleria fotografica a cura di Giovanna Onofri.