Megadeth + Anthrax + Black Label Society + Cavalera + Gaerea + Game Over @ Ferrara Summer Festival – Ferrara, 14 giugno 2026

Il 17/06/2026, di .

Megadeth + Anthrax + Black Label Society + Cavalera + Gaerea + Game Over @ Ferrara Summer Festival – Ferrara, 14 giugno 2026

Allora, concedetemi di partire da una manciata di ricordi personali. Un giorno di settembre del 1992, il tg mandava il servizio del Monster of Rock appena tenutosi a Reggio Emilia e una versione gotica di ‘War Pigs’ dei Black Sabbath risuonava nella sala da pranzo mentre i commensali guardavano perplessi e il giornalista abbozzava un commento di mestiere. Poco prima di Dio, Iommi e soci, un gruppo di thrashers eterni rivali dei Metallica che in quella sede sfoggiavano le camicie a scacchi del crescente movimento grunge, snocciolando gli allora freschissimi inni sulla Guerra del Golfo, sugli alieni e su una visione politica senza compromessi. Nell’autunno di quello stesso anno, la nostra curiosità era tutta per un altro gruppo di thrashers che sfoggiava un’immagine così vicina alla nostra, bermuda, bandane e cappellini, flirtando pericolosamente con il movimento rap ma apparendo neri e seriosi in un retrocopertina che evocava una personalissima visione degli Orologi Molli di Salvador Dalì, forti di testi lunghissimi e maledettamente personali. Serve altro? Eh sì, non bisogna dimenticare la caccia spasmodica nei pomeriggi di Videomusic a quel video dalle tonalità blu, con un pianoforte avvolto dalle fiamme e una ragazza quasi sommersa dalle proprie lacrime: non riuscivamo mai a beccarlo dall’inizio, ma in compenso nelle scene centrali c’era quella chitarra a cerchi concentrici che scolpiva il suo assolo materialmente nella pietra. Infine, dovemmo aspettare l’anno dopo perché una band dal nome insolitamente e apparentemente comprensibile tirasse fuori i suoi inni generazionali, uno a uno, quasi riportandoci quel telegiornale di cui sopra non più in sala da pranzo ma in cameretta: la piazza Tien An Men, il Muro del Pianto e l’Amazzonia, assieme polmone verde del pianeta e luogo di sfruttamento selvaggio.
Tutto questo era parte di noi, eppure così lontano e impalpabile. Il solo fatto che per una volta sia stato “a portata di bicicletta” dà i bridivi, e non poco. Con tutte le luci e ombre del caso, come vedremo; ma passiamo alla fredda cronaca…
Fredda per modo di dire, chiaramente, dato che il caldo pomeridiano di giugno a Ferrara non perdona, e va detto che le condizioni climatiche sono state anche clementi, per il periodo. Siamo al secondo giorno del Ferrara Summer Festival, e se gli A Perfect Circle del giorno prima avevano avuto il sapore del cocktail serale questa maratona ricorderà in piccolo ai più attempati i vari Gods e Monsters, solo riportati in una cornice Anni Venti con tutti gli aggiornamenti del caso: l’odiatissimo pit che è sostanzialmente la versione “fisica” del pay per view e che con l’imperiosa statua di Ludovico Ariosto conferisce anche carattere di visibilità ridotta al cosiddetto posto unico, nonché le norme stringenti sull’ingresso di cibo e acqua, questa volta mitigate dalla presenza di bottigliette distribuite liberamente all’ingresso, nonché dal fatto che la fontanella della piazza fosse ancora accessibile – insomma, qualche piccolo segnale di attenzione c’è stato. Che poi sulle bottigliette d’acqua i vecchi avventori del tour italiano di ‘Youthanasia’ ne avrebbero di cose da dire, ma questo è un altro discorso.
L’apertura delle danze è tutta per i Game Over, i local heroes per eccellenza: di tempo ne è passato dall’ultima volta in cui avevo visto la compagine di Zironi e soci all’opera in qualche piccolo club in zona (e sicuramente ancora con Reno dietro al microfono) e la gavetta ha dato chiaramente i suoi frutti, vista la disinvoltura con cui hanno gestito un palco così grande. In più, il loro thrash a regola d’arte è apparso più intricato che mai, riuscendo a mettere a ferro e fuoco i coraggiosi (e non pochi) convenuti al caldo del primo pomeriggio, grazie anche a un ultimo lavoro in studio, il loro ‘Face the End’, che ha decisamente fatto bella mostra di sé sulle nostre pagine. Da tenere d’occhio, ma questo immagino lo sappiate già.
La palma dei più coraggiosi va di diritto ai Gaerea e ai loro abiti di scena decisamente invernali, un po’ come le ambientazioni della loro ‘Nomad’. Probabilmente l’act con la formula più ostica a fronte dei gusti dei convenuti, con lo sfondo in stile sci-fi spielberghiano dell’artwork del loro ‘Loss’ e un’introduzione che ricorda pericolosamente ‘E5150’ che non possono non conquistare anche i mediamente scettici. E poi, la loro formula post/black è impreziosita da quel calore tipicamente lusitano che porta il frontman Guilherme Henriques a proclamare apertamente la loro felicità di essere in Italia, proprio nel decennale della band; peccato per un sound che tende a privilegiare le testiere rispetto al lavoro delle chitarre, ma è il rischio sia della formula che della posizione bassa in scaletta. Sicuramente da rivedere in un contesto più “raccolto”, che esalti al meglio le particolarità del loro sound.
Se c’è un leitmotiv che guida questa seconda giornata del Ferrara Summer Festival, è sicuramente la celebrazione. Un rito dal risvolto amaro, se vogliamo, dato il fatto che nella parte alta della scaletta c’è chi ripresenta un disco storico, chi tributa un compagno di avventure che non c’è più e chi ha annunciato l’ultimo giro della propria corsa, ma anche se fossimo dinanzi agli ultimi giorni dell’heavy metal così come lo abbiamo conosciuto e amato non ci sarebbe decisamente motivo di rattristarsi. Non dinanzi alla personificazione della mummia capovolta che campeggia sull’artwork di ‘Chaos AD’ dei Sepultura (quasi a mo’ di pentolaccia, per la verità) e che oggi i Cavalera sono qui a omaggiare. La muzak preconcerto si focalizza su ‘Walk of Life’ dei Dire Straits, e forse non è un caso: l’arrivo di Max e Igor (perché oggi leggo sempre più spesso Iggor? E chi lo sa) è accolto con il boato adeguato a chi sta per accingersi a trasmettere qualcosa di molto speciale, quale è la riproposizione del seminale album del 1993.
Pochi fronzoli, la situazione non lo richiede. Lo stesso Max Cavalera alterna semplicemente una chitarra a coda di rondine rossa a un altro modello un po’ più reminiscente delle BC Rich tipiche dell’epoca, mentre Igor mette subito le cose in chiaro, dispiegando una bandiera antifascista sotto la pedana della batteria.
Dopo il battito cardiaco più noto del metal anni ’90, tocca a ‘Refuse/Resist’ e ‘Slave New World’ dare il via alle danze – si è capito che ‘Territory’ verrà riservata per il finale, e sarà più o meno così. La voce appare incerta sull’opener, ma a onor del vero acquisterà corposità nel corso della scaletta, mentre il drumming è serrato come di consueto – una vera bestia Igor, non c’è che dire. ‘Amen’ e ‘Propaganda’ mettono peraltro in evidenza la performance fenomenale di Travis Stone alla sei corde, mentre tocca al quartetto successivo rispondere alla domanda su da dove venga buona parte del sound degli ultimi decenni: dall’incedere ostinato di ‘We Who Are Not As Others’, dalle atmosfere di ‘Nomad’ e ‘Kaiowas’ e dalle accelerazioni HC di ‘Clenched Fist’. L’ultima parola sembra toccare all’acclamatissima ‘Territory’, proprio mentre le invasioni della no man’s land tra prato e pit si sprecano e subito dopo penso che una cover ci sarebbe stata alla grande. Detto, fatto: il riff seminale di ‘Symptom of the Universe’ irrompe nell’aere, e la serratissima esecuzione non può che concludersi con un “grazie, Black Sabbath!”. Filologicamente mancherebbero ‘Manifest’ e la cover originaria della tracklist ‘The Hunt’, ma in compenso la conclusione è affidata inaspettatamente a ‘Chaos BC’, con il drummer sempre più scatenato e il frontman che canta la strofa con ancora maggiore convinzione, cogliendo l’occasione per scagliarsi contro i conflitti in atto, con un doppio wall of death (davanti e dietro) a coronare il tutto. Con i Sepultura all’ultimo tour e i Cavalera in piena fase celebrativa dei propri fasti non sappiamo cosa aspettarci nell’immediato futuro: certo è che ‘Chaos AD’ resta un signor disco, imprescindibile per capire molto di ciò che è venuto dopo. Un momento indimenticabile, insomma, ora come allora.
È l’ora di allentare la tensione e di cercare un po’ di refrigerio, sebbene le atmosfere southern dei Black Label Society siano ciò che ci vuole, con il sole ancora alto. Tra l’altro, chi si chiedeva cosa fossero quei teloni neri ai lati del palco ha avuto risposta nello scatto di volume all’arrivo dell’americano vestito di kilt e appassionato di cerchi concentrici, con il numero di casse aumentato in maniera impressionante. Dico subito che per quanto Zakk Wylde sia un chitarrista dallo stile inconfondibile, che ha decisamente lasciato il segno nel mondo della sei corde, non sono mai stato un grande appassionato della sua produzione post Pride & Glory, tanto che la setlist mi si presenta come un’eterna successione di riff / pinch harmonics / assoli e arpeggi, con lo stile vocale che si avvicina sempre più a quello del suo vecchio, glorioso e compianto datore di lavoro. Va riconosciuto come le atmosfere di ‘Funeral Bell’ vadano decisamente a segno e come ‘Set You Free’ venga degnamente introdotta dall’arpeggio di ordinanza e coronata da uno dei suoi assoli inconfondibili, ma è chiaramente l’attacco della parte centrale di ‘No More Tears’ a trasformare – novello Di Caprio – la mia curiosità in attenzione, ascoltando in religioso silenzio una delle partiture più importanti dell’Ozzy solista e dell’hard’n’heavy in generale mentre il Nostro si lancia anche nella strofa e nel ritornello, forte dell’esperienza di affinità maturata con gli Zakk Sabbath. C’è spazio per uno scambio simil barocco tra basso e chitarra (a proposito, c’è un altro chitarrista in formazione: non l’avevo mai notato…) poco prima dei saluti finali e dell’immancabile ‘Suicide Messiah’.
Tra un set e l’altro, ‘The Number of the Beast’ irrompe dagli altoparlanti e la folla è in delirio neanche fosse a San Siro in attesa della Vergine di Ferro. Un fenomeno difficilmente comprensibile, se non si sono trascorse una manciata di serate a girare in macchina o seduti in cerchio attorno a un boombox nel corso della propria adolescenza e post adolescenza. Il tempo di snocciolare questa riflessione e il jingle dei Blues Brothers annuncia agli scafati avventori l’avvento degli Anthrax. Beh, qui la cronaca non è né di circostanza né fredda: al netto di quanti continuano a frignare e a lagnarsi per l’immeritata (secondo loro) inclusione del quintetto del Queens nei Big Four del thrash americano, ogni concerto di Scott Ian e soci è una lezione di stile, a partire dalla tenuta del palco fino alla credibilità esecutiva, passando per le canzoni, fattore non da poco. Quanto ancora dovremo leggere di queste polemiche, non è dato saperlo. In genere tendono all’infinito, ma con un attacco affidato ad ‘Among the Living’, subito seguita da una scoppiettante ‘Got the Time’, le chiacchiere stanno a zero.
I Nostri sono gli allegroni della combriccola, da sempre: un approccio arruffone nell’immagine che ha fatto infuriare i puristi di tutte le decadi, ma che ha fatto scuola in maniera – evidente o sottotraccia – nel corso degli stessi decenni in analisi. Impossibile non sorridere quando Belladonna intona ‘The Ripper’ dei Judas Priest nell’intro di ‘Madhouse’ o chiede se qualcuno dei suoi compari sappia parlare in italiano – e lì il pensiero va alla tipica nonna o bisnonna capostipite della famiglia, che deve per forza aver insegnato qualche parola in dialetto a quei due giramondo di zio Charlie e del nipote Frank. Il loro è il set con il sound migliore di tutta la giornata, Scott Ian è il solito mattatore, Jonathan Donais fa un lavoro egregio, la sezione ritmica è un motore che non perde colpi neanche per scherzo, ma l’elemento impressionante è Belladonna: inarrestabile e preciso, il tempo non sembra aver minimamente scalfito le sue corde vocali, che metterà alla prova cantando persino assieme alla base quella ‘Long Live Rock’n’Roll’ diffusa dalle casse a fine set mentre il resto della band lascia il palco. ‘Metal Thrashing Mad’, la chicca ‘Keep It In The Family’, la nuovissima ‘It’s For The Kids’, il singalong di ‘Antisocial’ e la conclusiva ‘Indians’, cantata in coro da una folla di diciottomila, sono la migliore risposta ai criticoni della Rete, non a caso emersi solo dopo che Internet 2.0 ha dato loro diritto di parola.
Un solo rilievo mi sia concesso: a parte la già citata chicca estratta da ‘Persistence of Time’, la scaletta sembra sempre sin troppo concepita a tavolino, con un pezzo per ognuno dei dischi classici tranne l’ampiamente saccheggiato ‘Among the Living’ e i due post/reunion con Belladonna, praticamente ignorati. Capisco il minutaggio, capisco la scelta di calcare sulle hit sicure, ma sai che figurone ci avrebbe fatto una ‘H8 Red’ subito dopo ‘Got the Time’, proprio come nella successione dell’album? Per non parlare di ‘Anthrax’, ‘Lone Justice’, ‘Aftershock’, ‘Discharge’… forse troppe per nominarle tutte.
Come dicevo in apertura, la sensazione di essere ai titoli di coda di qualcosa aleggia nell’aria inesorabile. Non sono il tipo da fare previsioni e non so se sarà l’ultima volta che MegaDave e soci avranno calcato un palco italiano, ma di sicuro gli annunci a mezzo stampa vanno se non altro in questa direzione. Una cosa è di sicuro evidente: la selezione preconcerto è tutt’altro che casuale, con ‘Lightning to the Nations’, ‘Wrathchild’, ‘Cold Sweat’ e ‘Problems’ a rappresentare – per un motivo o per un altro – le varie sfaccettature da cui trae origine il sound dei Megadeth. Che attaccano all’improvviso immediatamente dopo la fine del pezzo dei Sex Pistols, proprio con quella ‘Tipping Point’ che è l’opener dell’ultimo, omonimo e definitivo ‘Megadeth’, subito seguita dalla colossale ‘Hangar 18’. La prima riflessione è quella per cui ho visto la band dal vivo prima e dopo del decreto Vinnie Paul (“man, you gotta start with Hangar 18”), visto che il pezzo è tornato in seconda posizione da un po’ di tempo a questa parte. La seconda riflessione è che la fruizione è molto inficiata da un sound osceno e decisamente impastato, ora con la chitarra di Mustaine a manetta nelle ritmiche a coprire gli assoli di Mäntysaari, ora con quella di quest’ultimo “alzata” in corso d’opera neanche fossimo a una qualsiasi Battle of Bands. Un peccato, perché la band gira a pieni cilindri al netto del fatto che la voce del fulvo leader mostra tutti i segni del tempo. Non che sia mai stato un usignolo dal vivo, il nostro amatissimo thrasher californiano, ma il calo di questa fase è una caratteristica che ce lo restituisce ancora più “umano”, se possibile e per quanto possibile. La sei corde invece non mostra minimamente segni di cedimento, almeno da quanto è possibile percepire da un impianto che presenterà problemi ancora per qualche pezzo.
A proposito, la scelta di scaletta dei Megadeth è bilanciata, ma non scontata; forti di un minutaggio maggiore di quello degli Anthrax, i quattro dedicano ampio spazio ai capisaldi (‘Rust in Peace’, ‘Countdown to Extinction’ e l’ultimo) estraendone quattro pezzi per uno, a cui se ne aggiungeranno uno dal primo disco, uno dal secondo, e tre dal mare magnum che va dal 1993 al 2022, tralasciando inaspettatamente ‘Dystopia’, quello che è stato un po’ l’album della rinascita. Insomma, se ‘This Was My Life’ è una gradita sorpresa, non lo stesso posso dire di ‘Dread and the Fugitive Mind’ né della meno inattesa ‘I Don’t Care’, manifesto punkeggiante dell’ultimo album. Per fortuna che le frecce all’arco dei Nostri non mancano, a partire da ‘Take No Prisoners’ con Verbreuren protagonista (attendevo LoMenzo al varco!), passando per la favolosa ‘Angry Again’, fino a una serratissima ‘She Wolf’ che segna idealmente il momento in cui il suono diventa degno della band che c’è sul palco. Siamo a ‘Sweating Bullets’ e possiamo dire che la scaletta si fa sempre più interessante.
Al contempo, MegaDave si concede al suo pubblico in maniera più affabile che mai: prima due parole sulla sua residenza in Italia (gestisce un vigneto nelle Marche) che gli danno anche occasione di scherzare su come sarebbe bello ritrovarsi Dave Mustaine come vicino (vallo a dire a quelli che hanno fatto questa esperienza ai tempi in cui conobbe Ellefson, NdR), poi un appello ai chitarristi presenti, a cui dedica generosamente ‘Let There Be Shred’ e a cui fa seguire una ‘Tornado of Souls’ che fa cantare in buona parte al pubblico e che è l’ideale consacrazione di Teemu dinanzi al Sacro Canone definito da Marty Friedman. Le condizioni c’erano tutte per aspettarsi una simile mossa, e in effetti dopo una sparatissima versione di ‘Mechanix’ tocca a ‘Ride the Lightning’ fare il suo ingresso in scaletta, per la gioia di tutti gli astanti – specie di quelli che non avevano trovato il biglietto per i Metallica, immagino. Tuttavia, per quanto ci si possa ricamare sopra, l’uno/due ha avuto il sapore di un sincero tributo ai tempi che furono, nonché un nod ai vecchi compagni di avventura.
Finale col botto, con ‘Countdown to Extinction’ (“the title track of our biggest record”) cui fa seguito una ‘Peace Sells’ che vede James LoMenzo protagonista anche al microfono (“Ferrara, TU SONO BELLISSIMO!”) e su cui Dave si concede una variazione con “I wanna be the President of the United States of America”, fino alla solidissima ‘Symphony of Destruction’ e all’acclamata ma inattesa ‘Holy Wars… The Punishment Due’ a mettere il cappello su una scaletta stellare.
Rallentati in alcuni frangenti (ma neanche troppi), sgolati, forse ribassati… ma pur sempre imbattibili e unici, questi sono stati i Megadeth in una cornice inusuale ma che li ha accolti a braccia aperte, con il pubblico che ha tributato una sincera ovazione per Teemu e ha decisamente concesso l’onore delle armi a uno dei più grandi guerrieri che il mondo dell’HM abbia mai conosciuto: Mr. Dave Mustaine, signore e signori.

Galleria fotografica a cura di Yamilè Barcelò.

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