Hellfest – DAY 1 @ Clisson,18 giugno 2026

Il 19/06/2026, di .

Hellfest – DAY 1 @ Clisson,18 giugno 2026

C’è un’espressione che il nostro idioma ha rubato al francese, “Les jeux sont faits”, e che in Francia, a Clisson, assume un significato fin troppo letterale: ‘I giochi sono fatti’. Il festival è iniziato, e non c’è più spazio per i dubbi. Bastano poche parole per raccontare cosa ci si poteva aspettare da questa prima, mezza giornata ufficiale di programmazione: la formula vincente – nuova e vecchia scuola – ha funzionato fin dal primo minuto.

Tutto comincia il giorno precedente, quando l’impatto con l’immensità dell’area del festival non può che lasciare senza fiato: centinaia di migliaia di anime vaganti si riversano in ogni angolo dell’ecosistema dell’Hellfest, in un viavai ininterrotto di zaini, tende e attrezzature da montare. Ma sono gli sguardi a colpire più di tutto, quelli sognanti, carichi di aspettative, quasi intimoriti di fronte all’imponenza dei cancelli e della nuova installazione dedicata a Ozzy Osbourne, situata proprio all’ingresso come un monito e un omaggio insieme. La stanchezza dei continui spostamenti si dissolve in fretta, inghiottita dall’euforia del momento.

Il primo giorno ufficiale, giovedì, si apre senza sconti: alle 16 in punto c’è un sole spietato che però non scoraggia i reduci della notte precedente, pronti a sopportare il caldo che da sempre caratterizza l’evento, con le rare zone d’ombra concentrate quasi esclusivamente verso il fondo del prato.
Ad aprire le danze, sul fronte stoner, ci pensano i Truckfighters storico duo svedese di Örebro, affiancato da un batterista turnista “in prestito”, che da oltre vent’anni macina fuzz e groove desertici in giro per il mondo. Un nucleo a due che sul palco si gonfia fino a sembrare il doppio dei musicisti effettivi, a dimostrazione che per fare rumore non serve essere in tanti, basta saperlo fare bene.
Sul palco Valley, dopo un’oretta, debutta dal vivo per molti di noi un nome circolato spesso negli ultimi anni: gli Elder, act statunitense che ha saputo trasformare il proprio stoner/doom di partenza in qualcosa di più ampio e progressivo, tra synth avvolgenti, basso in primo piano e una voce calda capace di tenere incollato un pubblico sorprendentemente giovane. In uno slot di un’ora, probabilmente, avranno suonato sì e no un brano e mezzo, ed è proprio questa dilatazione ipnotica a renderli magnetici.
A rinfrescare gli animi – purtroppo solo musicalmente – ci pensano gli inglesi Winterfylleth, cuore black metal gelido che arriva a Clisson dopo una lunga gavetta su palchi europei minori: il risultato è una band che ha smesso i panni della timidezza e si muove ormai a proprio agio anche sui grandi numeri.
Sul secondo Mainstage fa la sua apparizione Taylor Momsen – la Taylor a noi più affine – dei The Pretty Reckless: divina, leggiadra, sempre più rockstar a ogni uscita live. Abituati a vederla avvolta in look gotico-rock elaborati, stavolta ci sorprende con un delicatissimo vestito bianco che la rende, se possibile, ancora più simile a una bambola di porcellana pronta a esplodere in potenza assoluta.
Attesissimi, i Breaking Benjamin hanno portato sul palco il loro marchio di fabbrica della scena americana dei primi 2000: un suono costruito su ritornelli enormi e la voce graffiante di Benjamin Burnley, capace ancora oggi di scatenare cori da stadio.
E poi loro: i Deep Purple, a dir poco emozionanti. Un set che è una lezione di mestiere, in cui il peso degli anni viene piegato a forza di assoli di tastiera e chitarra che sembrano sfidare il tempo stesso. Pubblico di tutte le età, dai veterani ai ragazzini al primo Hellfest, uniti sotto lo stesso palco: sono stati loro, senza dubbio, i paladini della giornata con una scaletta che comprendeva tutte le hit principali e che hanno fatto commuovere tanti e tante.
Spazio anche a un momento speciale e dichiaratamente celebrativo: Mikkey Dee with Friends. Il batterista svedese, per oltre vent’anni dietro le pelli dei Motörhead al fianco di Lemmy Kilmister e oggi negli Scorpions, lascia per un’ora il proprio strumento principale e sale sul palco circondato da amici e colleghi per rendere omaggio all’eredità della band che ha segnato la sua carriera, ripercorrendo i classici che hanno fatto “headbangare” generazioni di metallari. Un tributo sentito e non un semplice cover set.
Nota di merito, dichiaratamente di parte, per gli Uncle Acid and the Deadbeats; dopo l’uscita dell’ultimo album ‘Nell’ora blu’, una suite psichedelica e cinematografica dedicata a un immaginario poliziottesco italiano anni ’70, che abbiamo avuto la fortuna di vedere dal vivo in teatro, la band torna sul palco regalando un’ora che più che un concerto è stato un vero e proprio incantesimo. La voce, anzi, le voci, sovrapposte e ipnotiche, si fondevano col cangiare del cielo sopra Clisson, che da queste parti tramonta caparbiamente solo dopo le 22, come se anche la luce non volesse perdersi lo spettacolo.
Ma se c’è un’esibizione che si porta a casa il titolo di momento più memorabile della giornata, quella è senza ombra di dubbio Alice Cooper. Vincent Furnier, all’anagrafe, è salito sul palco con oltre cinquantacinque anni di carriera sulle spalle e li ha trasformati in un’arma, non in un peso. Il suo show è insieme concerto e teatro: scenografia curata, creature inquietanti, coreografie macabre e una voce che non accusa minimamente il tempo. È un eterno ragazzo che gioca con la morte sul palco, in perfetta simbiosi con una band rodatissima che lo segue in ogni virata, dal rock’n’roll più diretto alle atmosfere più teatrali e oscure. Difficile descriverlo senza scadere nella retorica: bisognava esserci.
A chiudere la giornata, sparati su un’altra dimensione, i tedeschi Kadavar. Hard rock psichedelico, riff che sembrano arrivare dritti dagli anni ’70 e una presenza scenica fuori scala: nonostante i corpi longilinei e apparentemente compassati, sul palco si sono trasformati in pura energia, super molleggiati, mai fermi un istante. Il loro set è stata la chiusura perfetta per una giornata che, nonostante il peso enorme dei nomi sui palchi principali, non ha mai fatto sentire il fiato corto neanche ai concerti pomeridiani sotto il sole agonizzante, segno che il mastodontico pubblico dell’ Hellfest non si lascia spaventare da nient’altro che dalla fine del festival.

Tra un palco e l’altro, capita anche di intercettare al volo frammenti di set che lasciano comunque il segno: i death-prog statunitensi Rivers of Nihil, l’inossidabile energia nu-metal dei Papa Roach, l’epica norvegese venata di folk dei Borknagar, l’imprevedibilità totale degli Igorrr, e infine il colosso sul Mainstage 1 come headliner: i Bring Me The Horizon, a confermare quanto la scena moderna sappia ormai reggere il confronto coi giganti del passato.
Prima giornata archiviata con il sorriso, tra sudore, polvere e un cielo che proprio non vuole calare. Domani si ricomincia. E a Clisson, il bello deve ancora venire.

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