Hellfest – DAY 2 – @ Clisson, 19 giugno 2026
Il 21/06/2026, di Aleksandra Katarina Klepic.
Dopo ore e ore di stimoli musicali, il cervello restituisce sempre i segnali più inaspettati. Tra le decine di band ascoltate nelle ultime ventiquattro ore, a riecheggiarmi in testa varcando il cancello per la seconda giornata era il ritornello di un tormentone francese degli anni ’80, ‘Partenaire Particulier’, un classico new wave che quattro decenni dopo resiste ancora nelle playlist e nei karaoke nostalgici, riprodotto più volte nel campeggio la sera precedente. Ripensandoci, la prima strofa descriveva bene quello che provavo entrando: la ricerca, tra centinaia di palchi e migliaia di volti, di quel concerto o di quella sensazione capace di completare la giornata.
“Je suis un être à la recherche non pas de la vérité mais simplement d’une aventure qui sorte un peu de la banalité; J’en ai assez de ce carcan qui m’enferme dans toutes ses règles, Il me dit de rester dans la norme, mais l’on finit par s’y ennuyer”
“Sono un essere alla ricerca non della verità ma solo di un’avventura che esca un po’ dall’ordinario; ne ho abbastanza di questo obbligo che mi rinchiude con tutte le sue regole, mi costringe a essere normale, ma si finisce per morir di noia”
La giornata si è aperta torrida, con l’aria quasi irrespirabile, come se Clisson volesse mettere alla prova fino in fondo chi era già sopravvissuto al giorno precedente. Gambe pesanti per chi ha dormito poco, caldo che si infilava ovunque, spostamenti continui e rapidi da un palco all’altro per inseguire due o tre concerti in contemporanea, fiato corto e zaino che pesava il doppio dopo la terza corsa: nemmeno l’entusiasmo ha fatto sconti quest’anno.
Particolare la scelta di piazzare nomi di peso in orari inconsueti. Già da mezzogiorno, col caldo da forno crematorio, sono salite sul palco le brasiliane Crypta, quartetto death metal interamente al femminile guidato dalla voce e dal basso di Fernanda Lira, capaci di riempire il tendone Altar fino all’orlo con la loro furia tecnica. A seguire, tutto l’orgoglio italiano con i torinesi Ponte del Diavolo, doppio basso, aura occulta e la teatralità inconfondibile di Erba del Diavolo, impreziositi dall’ospite Francesco Bucci (Ottone Pesante) al trombone, che ha aggiunto ai brani un ulteriore strato di ritmo e personalità. Nonostante la temperatura da incubo, i tendoni erano stracolmi: l’orgoglio italiano, va detto, anche quest’anno – dopo i Messa – ce lo siamo guadagnato.
La seconda giornata si è distinta anche come “quella delle scoperte”. Sul mainstage i Tesseract, mostri sacri del prog metal tecnico britannico, hanno regalato un’esibizione seppur matematica e chirurgica, sorprendentemente emozionante: per chi conosce l’area dell’Hellfest, c’è da immaginare il pieno totale, senza un solo spazio libero tra il pubblico. I Queensrÿche, leggende del prog metal americano, hanno rispettato le aspettative pescando hit dal repertorio classico, con Todd La Torre – ormai da oltre un decennio degno erede di Geoff Tate alla voce – di tenere alto il nome della band.
Dall’altra parte dell’area, attesissimi gli ucraini Stoned Jesus: bandiera esposta sul palco per coerenza con un patriottismo mai nascosto, e un frontman capace di far convivere un timbro quasi soave con uno stoner/doom tutt’altro che facile da addomesticare. Gli Accept sono arrivati carichissimi e il pubblico era in totale visibilio: il primo vero nome pesante del pomeriggio ha regalato un’esibizione memorabile e senza sbavature, da veterani indiscussi dell’heavy metal tedesco. Al Temple, intanto, i danesi MØL, entrati in line-up nelle ultime settimane in sostituzione di un cambio programma, hanno riempito il tendone con il loro blackgaze onirico, conquistando anche chi non li conosceva: un nome da appuntarsi, garantito.
I Sepultura hanno disegnato uno scenario a dir poco pantagruelico, con persone incastrate in ogni angolo del prato per uno show che porta il peso della storia, accompagnato da visual glitchati sugli schermi. Sul palco hanno sfilato ospiti d’eccezione: Alissa White-Gluz, i membri del progetto Savage Land, la stessa Fernanda Lira dei Crypta e perfino il batterista dei Megadeth; un live irripetibile, con il fumo nero a incorniciare il cielo durante ‘Bloody Roots’. In contemporanea, al palco Altar, i britannici Sylosis, nome ormai consolidato nella scena thrash/melodeath europea, hanno radunato i loro appassionati di sempre “strappandoli” via persino ai Sepultura.
Altri superprotagonisti della giornata sono stati gli Helloween, in tour per il quarantesimo anniversario di carriera: apertura epica con carosello di filmati, cori collettivi a squarciagola e un tripudio di coriandoli che è esploso dopo ‘I Want Out’, con centinaia di migliaia di voci a cantare in coro sotto lo stesso cielo. Al Temple, gli olandesi Carach Angren hanno proposto una formula convincente di symphonic-black metal a tema horror, tra look accattivante e narrazione cinematografica: un nome che meritebbe più spazio anche in Italia.
Gli Opeth nonostante i tempi ristretti tipici degli slot da festival, hanno confermato la propria filosofia: nessuna scaletta “compressa” fatta di tracce brevi per stare nei tempi, ma una selezione che privilegia comunque i brani-bandiera più lunghi e articolati del repertorio. Coerente con la sua cifra stilistica degli ultimi anni, Åkerfeldt ha mantenuto un look curato ed elegantissimo, in netto contrasto con l’estetica più “da battaglia” di molte altre band del cartellone.
E poi con grande emozione, gli Iron Maiden: uno show memorabile, brividi e pelle d’oca che sono arrivati in coincidenza quasi perfetta col calare del sole e l’abbassarsi delle temperature. Bruce Dickinson in formissima e scaletta costruita sui primi nove album della band. La data di Clisson si è inserita nel mastodontico “Run For Your Lives World Tour”, la tournée celebrativa per il cinquantesimo anniversario. Il tour segna anche l’ingresso ufficiale a tempo pieno del nuovo batterista Simon Dawson. Hanno monopolizzato letteralmente l’intero festival, dai più giovani ai veterani: uno scenario a dir poco unico.
A fine serata, in contemporanea coi Maiden — una scelta di programmazione spietata — i My Dying Bride così come i Rotting Christ hanno riempito comunque il loro tendone di fedelissimi. I primi, con la consueta distinta malinconia su uno scenario quasi etereo. Sulla collinetta della Warzone, i La Dispute hanno radunato la maggioranza dei giovanissimi del festival: felici di aver visto i Maiden, certo, ma desiderosi anche del proprio momento di intimità con un suono più vicino ai loro gusti generazionali, più post-hardcore “viscerale” che “classico”.
A chiudere ufficialmente la lunghissima giornata, sul Mainstage, i sempre carichi ed epici Sabaton. La band svedese è arrivata all’Hellfest forte dell’uscita, lo scorso ottobre, dell’undicesimo album in studio che affonda i loro racconti nella storia più antica, dai Templari a Gengis Khan, fino a Napoleone, raccontata attraverso il loro tipico approccio epico e cinematografico. Sul palco di Clisson lo show ha confermato ancora una volta i Sabaton come uno dei nomi più solidi e generosi del circuito power/heavy metal europeo.
Contemporaneamente, al polo opposto, i Mastodon hanno radunato più gente di quanta lo spazio potesse contenerne, complice probabilmente l’emozione stessa di rivederli dopo anni all’Hellfest: un’esibizione tecnicamente impeccabile, capace di ricordare perché la band di Atlanta resti un punto fermo nel panorama sludge americano.
Quasi a mezzanotte, quando il festival iniziava lentamente a svuotarsi, i Blood Incantation hanno regalato forse il momento più sorprendente delle ultime ore: il loro death metal cosmico, sospeso tra tecnicismo old-school e derive progressive, ha catturato chiunque sia rimasto in piedi fino a quell’ora. Un’esibizione che conferma perché siano diventati uno dei nomi più discussi della scena estrema contemporanea.
Chiudiamo la giornata con gli olandesi The Gathering, a dir poco meravigliosi: Anneke van Giersbergen in stato di grazia, voce che sembrava non risentire minimamente del passare degli anni e un pubblico commosso e divertito allo stesso tempo. Il concerto è arrivato nel pieno della reunion della formazione storica del gruppo, riunitasi per celebrare il trentesimo anniversario di ‘Mandylion’, l’album che ne ha segnato il successo internazionale. Il concerto di Clisson è stato il modo migliore per tirare le somme di ventiquattr’ore vissute rincorrendo live da un capo all’altro di questo parco giochi enorme per amanti del metal, sospendendo ogni logica del quotidiano in favore di quella, totalizzante, del festival per eccellenza. E probabilmente ha risposto alla domanda iniziale.