Hellfest – DAY 3 – @ Clisson, 20 giugno 2026
Il 22/06/2026, di Aleksandra Katarina Klepic.
Immaginate di leggere le prossime righe con in sottofondo ‘Comptine d’un autre été’ di Yann Tiersen.
Mi piace associare brani che amo, e che appartengono al Paese che mi sta ospitando con tanto affetto, per costruire piccole similitudini musicali con ciò che mi trasmettono gli avvenimenti. Ecco: lo straziante intreccio di tasti di pianoforte coglie con lucidità implacabile la malinconia che ha attraversato i cuori di oltre duecentomila persone nel momento esatto in cui le notifiche della app ufficiale dell’Hellfest hanno iniziato a vibrare nelle tasche, una dietro l’altra, con una sequenza di cattive notizie che nessuno voleva leggere.
Sabato 20 giugno doveva essere la giornata più efferata del cartellone, con i pesi massimi del thrash e del death metal – in un susseguirsi di nomi storici – a fare a gara di velocità sui doppio pedale. È stata invece la giornata delle cancellazioni eccellenti. Tom Morello, già costretto nei giorni precedenti a rinviare un paio di date in Europa per un’emergenza familiare, non si è presentato nemmeno sul palco del Hellfest. Cavalera Conspiracy, attesissimi per l’esecuzione integrale di ‘Chaos A.D.’, hanno dato forfait dopo che il loro bus è stato coinvolto in un incidente sfiorato per un soffio; la band ha parlato apertamente di un autista che ha evitato “quello che poteva essere un incidente mortale”, annullando lo show con un comunicato sui social firmato semplicemente “Max e Iggor”.
Un festival organizzato con la precisione certosina che lo contraddistingue da sempre sa comunque essere imprevedibile, e le sostituzioni last minute – band non certo al livello dei cancellati, ma indubbiamente capaci di divertire e coinvolgere in una giornata già difficile per il caldo opprimente e la polvere che si incollava addosso ad ogni essere vivente in movimento – hanno fatto comunque il loro mestiere dignitosamente.
Dopo le gioie raccontate ieri, oggi vi aspettereste solo malinconia. E invece all’Hellfest, anche nella giornata delle pugnalate al cuore, le band da palco minore e i protagonisti della sera hanno saputo risollevare gli animi più sofferenti.
Il pomeriggio ha preso lentamente la sua forma tra un palco e l’altro, e a dare il ritmo ci hanno pensato i King 810: quartetto nu-metal di Flint, Michigan, fondendo cadenze rap a sludge/hardcore cupissimo. È una band divisiva, ho letto che c’è chi li considera tra le proposte più autenticamente disturbanti della scena rap-metal contemporanea, chi li liquida come provocazione fine a se stessa. Dal vivo, però, l’ambiguità si è sciolta: il carisma quasi minaccioso del frontman ha tenuto la folla sospesa, a metà tra il fascino e il disagio. Tregua quasi necessaria con i belgi Psychonaut, dinnanzi ad un pubblico di nicchia entusiasta, una delle realtà più interessanti della nuova scena doom-psych europea. Cambio di registro totale con i Crisix: thrasher catalani, descritti spesso come “il gruppo giusto per scaldare i muscoli prima del peggio”, e il pubblico del primo pomeriggio ha confermato puntualmente la diagnosi. Più sporchi, più old-school, i Gatecreeper: gruppo che non inventato nulla, ma che ha eseguito il proprio compito con convinzione.
A seguire, i God Is An Astronaut, i celeberrimi gemelli irlandesi con la speciale partecipazione della talentuosa violoncellista Jo Quail, hanno regalato uno dei momenti più inattesi della giornata eseguendo, con un valore aggiunto, il loro tipico post-rock strumentale e cinematico fatto di crescendo e silenzi. Niente voci, solo chitarre a raccontare storie. Chi li segue da anni – compresa la sottoscritta – non può che reputarli capaci di far sognare e reggere palchi enormi senza pronunciare una parola. Sul fronte opposto, finalmente i finlandesi Oranssi Pazuzu, “destatori di curiosità”: black metal d’avanguardia, tanta psichedelia e suggestioni. Era un magma sonoro, sicuramente tra le proposte più audaci e visionarie dell’intera scena estrema del decennio. Sono una band che ha spiazzato a primo impatto e che probabilmente continuerà a dividere ancora a lungo.
Siamo arrivati così al Mainstage per gli Anthrax, uno dei quattro grandi nomi storici del thrash metal newyorkese. Ed è proprio durante il loro set che ho vissuto uno dei momenti più surreali della giornata: ho assisto al concerto dalla ruota panoramica del festival, sospesa sopra la fiumana di persone, e da lassù ho capito finalmente, con un colpo d’occhio impossibile da terra, quanto sia immensa l’area dell’Hellfest e quanta gente la stesse letteralmente sommergendo. Vista la distanza, il suono ha perso leggermente di definizione, ma ha guadagnato qualcosa di più raro, ossia la percezione fisica, quasi geografica, della portata di questo festival da sogno.
Tornati a terra, dopo una piccola parentesi di classe nel relax dato dalle melodie degli A Perfect Circle, – il progetto guidato da Maynard James Keenan (Tool) – eccoci a uno dei momenti più attesi e meglio riusciti dell’intera giornata: i Megadeth. Dave Mustaine e soci hanno confermato per l’ennesima volta perché restino tra i pilastri assoluti del thrash metal mondiale: carisma, tecnica che lascia impressionato chiunque veda un gruppo con decenni di carriera alle spalle, e una scaletta che ha pescato a piene mani dai classici senza risultare mai un esercizio nostalgico fine a sé.
Se gli A Perfect Circle hanno scosso, gli Amenra hanno spezzato il cuore. I belgi portano avanti da anni un discorso artistico totalmente personale, fatto di rituali più che di concerto: luci soffuse, immagini proiettate, un frontman, Colin Van Eeckhout, che canta rivolto quasi sempre di spalle al pubblico, come a sottrarsi all’esibizione per restituire tutto all’emozione pura. È stato uno dei set più intensi e commoventi visti in questi giorni a Clisson, di quelli che si fa fatica a descrivere senza ricorrere alla parola “catarsi”.
In un crescendo opposto per energia e spirito, i Limp Bizkit headliner: la scaletta, manco a dirlo, è stata una sequenza ininterrotta di inni generazionali. Il pubblico era assolutamente trasversale, dai quarantenni cresciuti a pane e nu-metal ai ragazzini che probabilmente non erano ancora nati quando uscì ‘Significant Other’… tutti a saltare sulle stesse identiche note.
E poi è arrivato il primo dei due momenti che, personalmente, aspettavo di più: i Cult Of Luna. Gli svedesi post-metal che incarnano tutto ciò che il genere dovrebbe essere: muri di chitarra costruiti lentamente con climax devastanti dopo minuti di tensione pura. Dal vivo sono semplicemente sublimi: fisici, immersivi, capaci di trasformare un pomeriggio caldissimo in un’esperienza quasi religiosa. Il secondo momento erano i Behemoth, che non hanno deluso nemmeno le più vaghe aspettative: teatrali, scenografie imponenti, corpetti e simbolismi, blasfemie a manetta, Nergal sempre più nei panni di sommo sacerdote di una messa ben coreografata. La band ha saputo costruire uno show tra i più spettacolari dell’intero genere estremo, al netto di chi storce il naso davanti all’eccesso.
È stata la chiusura perfetta per una giornata che era partita malissimo e che, contro ogni pronostico, si è trasformata in una delle più belle dell’intera edizione.