Hellfest – DAY 4 – @ Clisson, 21 giugno 2026
Il 23/06/2026, di Aleksandra Katarina Klepic.
Stavolta la citazione è per una poesia, “Le Pont Mirabeau” di Guillaume Apollinaire.
“Vienne la nuit sonne l’heure, les jours s’en vont, je demeure.”
“Viene la notte, suona l’ora, i giorni se ne vanno, io rimango.”
È uno di quei testi che tornano a galla quando il tempo scorre senza che tu possa fermarlo, quando qualcosa di estremamente bello sta volgendo al termine e te ne rendi conto solo nell’istante esatto in cui sta succedendo. Domenica a Clisson si provava esattamente quella sensazione: l’ultimo giorno di Hellfest, il quarto, quello in cui sai già dall’alba che ogni ora che passa è un’ora che non recupererai più fino all’anno successivo.
E come se non bastasse la malinconia di rito, ci ha pensato la natura a rendere tutto ancora più epico, nel senso peggiore del termine. L’allerta meteo per le altissime temperature ha fatto sì che le autorità imponessero restrizioni e misure straordinarie – valide tu tutto il territorio della Loira – per tutelare gli oltre duecentomila hellbanger presenti: dosi di alcolici dimezzate in certi orari, limiti sulle vendite, ingressi sconsigliati ai bambini e alla popolazione fragile. Perché sì, i termometri hanno toccato e superato i 40 gradi. Non è un’esagerazione. Quaranta gradi reali, percepiti forse anche di più con il sole che picchiava sul campo festivaliero senza pietà. Ogni spostamento da un palco all’altro diventava una piccola impresa, ogni ora in piedi sotto al sole era una sfida fisica concreta. In quelle condizioni, sudati, stanchi e preoccupati, anche con le giuste accortezze, eravamo tuttavia incapaci di smettere: perché l’Hellfest è l’Hellfest, e il quarto giorno è sempre il più emozionante e il più doloroso allo stesso tempo.
Si parte dal basso, anagraficamente e nei cartelloni, ma con tutta la dignità del caso: i Fulci, storico progetto death/grind italiano che porta il nome del leggendario regista horror Lucio Fulci, hanno aperto la giornata all’Altar Stage con la consueta brutalità. Pochi fronzoli, tanto rumore, un set compatto e devastante in uns miscela di death metal macinato e riferimenti al cinema horror italiano. Un biglietto da visita perfetto per una giornata densa. Dalla Louisiana sono arrivati i Soilent Green, uno di quei nomi che nel death/sludge metal alternativo hanno sempre avuto un culto trasversale e mai abbastanza mainstream. La band di New Orleans, città che con il metal estremo ha sempre avuto un rapporto viscerale, ha portato al Valley Stage la sua consueta dose di caos controllato, mescolando influenze hardcore, sludge e grindcore in un set che non ha concesso nulla alla spettacolarizzazione ma tutto alla sostanza. Gli Scour, progetto supergroup che vede tra le sue file Phil Anselmo (sì, lui, che ritroveremo tra poco) e Derek Engemann, sono un esperimento di black metal americano che non ha nulla di commerciale né di accessibile. Il Temple Stage li ha ospitati in una performance glaciale e violenta, con la classica estetica monocolore del black metal tradizionale e una presenza scenica volutamente ostica. Per pochi, ma per quei pochi è stata una messa autentica.
Nel primo pomeriggio la formula “nuove e vecchie proposte” è entrata pienamente in azione: subito dopo la brutalità dello sludge e del black metal, sul Mainstage 2 si sono esibiti i Black Veil Brides. La band, forse il progetto più platealmente glam-metal nell’era post-2010, ha da sempre diviso il pubblico tra chi li adora incondizionatamente e chi li guarda con sufficienza. Ma il loro live è stato innegabilmente potente: Andy Biersack sul palco ha una presenza scenica carismatica, i pezzi funzionano come inni generazionali, e il pubblico giovane che si ammassava sotto il palco stava chiaramente vivendo momenti fondativi. È stato il loro festival tanto quanto lo fosse di chiunque altro.
Se c’è un nome che al Valley Stage del giorno 4 faceva sentire di essere nel posto giusto, era quello degli Eyehategod; gli inventori del New Orleans sludge metal, assieme agli stessi Soilent Green, hanno consumato il palco con la consueta intensità distruttiva. Mike Williams è sempre stato una presenza unica, capace di trasformare ogni concerto in qualcosa che oscilla tra il rito e il disastro controllato. Vederli all’Hellfest era uno di quei momenti da mettere nella lista degli “io c’ero”.
Tra le band che avremmo voluto apprezzare di più ci sono i Six Feet Under, la creatura death metal di Chris Barnes. Onestamente, il set non ha convinto: un po’ piatto, privo di quella scintilla che distingue i grandi live dai compitini eseguiti in modo meccanico. Barnes è un’istituzione del genere, i suoi lavori con i Cannibal Corpse resteranno pietre miliari, ma domenica a Clisson la magia non è scattata. Peccato.
Si cambia completamente registro, e generazione con i Three Days Grace. Hanno fatto quello che sanno fare meglio: riportare indietro l’orologio. Per chiunque abbia vissuto quegli anni attorno al 2008-2009, sentire “Animal I Have Become”, “I Hate Everything About You” o “Never Too Late” in un contesto live è qualcosa che va oltre il semplice concerto. La band canadese era famosissima in quel periodo su MTV e nelle playlist dei walkman prima e degli iPod poi, e quella fanbase – oggi trentenni – era lì tutta quanta, emozionatissima. Ma non solo: accanto ai millennial c’erano giovanissimi, adolescenti che evidentemente hanno scoperto i Three Days Grace attraverso algoritmi e playlist, e che cantavano ogni parola con la stessa intensità dei veterani. Uno di quei rari momenti in cui si è vista la musica fare veramente il suo lavoro di trasmissione tra generazioni.
I Corrosion of Conformity non hanno bisogno di presentazioni per chi frequenta il metal dal basso ventre. Al Valley Stage hanno dimostrato perché continuano a essere rilevanti dopo più di quarant’anni di carriera. Groove massiccio, riff pesanti come macigni, e una coerenza artistica rara. Un set solido, onesto, senza fronzoli.
Tra le rivelazioni più discusse dell’intera giornata e negli ultimi mesi sui social, i Wolves in the Throne Room. La band di Olympia, Washington, porta avanti da anni un’idea di black metal atmosferico e cosmico che pochi altri sanno eguagliare: non solo musica, ma esperienza sensoriale totale. E la loro scenografia con nebbia, luci soffuse e proiezioni di foreste stilizzate, era semplicemente bellissima, una delle più curate dell’intera edizione. Meriterebbero molta più visibilità nelle venue italiane: sono chiacchieratissimi nell’underground, ma il grande pubblico italiano li conosce ancora troppo poco.
Gli Architects continuano il loro percorso evolutivo con una coerenza invidiabile: la band di Brighton, nata come metalcore e nel tempo slittata verso sonorità sempre più elaborate, ha proposto un set che rispecchiava l’arco del loro catalogo: dai pezzi più pesanti delle origini fino alle produzioni più recenti, dense di arrangiamenti orchestrali e dinamiche cinematografiche. Tom Searle non c’è più, ma il lascito artistico che ha lasciato alla band continua a risuonare in ogni nota. Un live potente e commosso.
Uno dei momenti più carichi di significato della giornata ci è stato regalato dai Possessed, considerati i padri fondatori del death metal vero e proprio e vederli all’Altar Stage è stato come assistere a una lezione di storia suonata ad alto volume. Jeff Becerra, il cantante, è sulla sedia a rotelle da decenni a seguito di una sparatoria subita, ma questo non ha mai scalfito la sua presenza scenica né la forza del suo lavoro. Anzi: c’è qualcosa di straordinariamente potente nel vederlo guidare la band con la stessa intensità di sempre. Un concerto che si porta dentro.
Pausa obbligatoria dal metal più pesante per una delle band più divertenti del panorama rock mondiale. Gli inglesi The Adicts erano al Warzone e hanno fatto esattamente quello che ci si aspettava da loro: una scarica elettrica di energia pura, garage rock adrenalinico, attitudine punk irresistibile. Simpaticissimi coi loro costumi, travolgenti, una boccata d’aria freschissima. Metaforicamente, perché di aria fresca a quell’ora ce n’era ancora poca.
La reunion degli Acid Bath è stata probabilmente l’annuncio che più aveva fatto esplodere l’entusiasmo quando era stato comunicato nel programma. Vederli al Valley Stage era qualcosa che molti avevano creduto impossibile. La realtà ha tenuto fede all’attesa. Una delle migliori esibizioni.
I Marduk, veterani del black metal svedese tra i più prolifici e rispettati della scena, erano in cartellone al Temple Stage, ma c’era materialmente il tempo di un unico palco alla volta, e la scelta ci ha portati altrove. Ci dispiace davvero, perché la band è sempre una garanzia live. Per chi è riuscito a vederli: speriamo abbiate scattato qualche foto per noi. Idem per i Napalm Death.
I The Offspring hanno chiuso il Mainstage 1 come headliner assoluti della domenica e dell’intero festival. E lo hanno fatto nel modo più classico possibile: suonando le loro mega-hit a raffica e dedicando un paio di cover a Ozzy coi loro arrangiamenti, senza paura di essere troppo pop per il contesto. “Come Out and Play”, “Self Esteem”, “Pretty Fly (For a White Guy)”, “The Kids Aren’t Alright” … Ogni canzone era un’esplosione collettiva, con centinaia di migliaia di persone riversate in ogni dove che cantavano ogni parola all’unisono sotto quel cielo ancora rovente anche di sera. È stato il finale che un festival come Hellfest meritava: universale, potente, capace di tenere insieme punk, metal e pop nella stessa ora di pura gioia.
In contemporanea al main, al Valley Stage c’era forse il set più pittoresco dell’intera edizione: i Down, il supergruppo di Phil Anselmo con Kirk Windstein, Pepper Keenan e compagni. La musica dei Down è materia densa, lenta, psichedelica nel senso migliore del termine e Anselmo era in forma smagliante, energico, comunicativo con il pubblico come nei suoi momenti migliori. La chicca: era scalzo sul palco. E lo era su un tappeto, letteralmente, disteso sul pianale del palco tra un ritornello e l’altro. Un’immagine simpatica che resterà negli archivi di questo Hellfest.
A fine concerti, a conclusione del festival, era previsto il tradizionale spettacolo pirotecnico. Ma con quele temperature, con l’allerta meteo ancora attiva, l’organizzazione ha dovuto rinunciare. E al posto dei fuochi, sugli schermi giganti del festival è comparsa una proiezione speciale: l’annuncio ufficiale di ciò che ci aspetta nel 2027. Hellfest 2027 sarà il ventesimo anniversario del festival. E per celebrarlo nel modo che si addice a una ricorrenza del genere, l’organizzazione ha annunciato numeri straordinari: 10 palchi, 300 band, area ulteriormente ampliata. Un’edizione che si annuncia come la più grande nella storia dell’Hellfest, – e non solo – già oggi la più grande manifestazione di musica pesante d’Europa. Il pubblico ha accolto l’annuncio con un’ovazione che ha fatto tremare il terreno di Clisson anche dopo che le band avevano già smesso di suonare. Era il modo migliore per chiudere una domenica così intensa: con lo sguardo già proiettato al futuro, con qualcosa di enormemente assurdo da aspettarsi.
Apollinaire scriveva del tempo che passa e della nostalgia che resta. Ecco, quello che rimane dopo questi quattro giorni è esattamente questa cosa: una nostalgia fortissima, immediata, quasi violenta nella sua intensità. Non per qualcosa di perduto, ma per qualcosa di vissuto così pienamente da non sembrare reale già qualche ora dopo.
Temperature altissime, niente alcolici, la stanchezza nelle ossa, i piedi a pezzi, e nonostante tutto questo, o forse proprio per questo, l’Hellfest 2026 è stato uno di quegli appuntamenti che rimarranno indimenticabili. È indescrivile la gratituine per aver vissuto tutto ciò.
Con dieci palchi e trecento band, sarà impossibile non tornare.
À l’année prochaine, Clisson.