Helloween + Wind Rose + Visions Of Atlantis @ Ferrara Summer Festival – Ferrara, 18 luglio 2026
Il 25/07/2026, di Francesco Faniello.
Giornata dedicata alle forme più melodiche del metal, quella del 18 luglio 2026 al Ferrara Summer Festival. Volendo semplificare, potremmo addirittura dire che sostanzialmente suonano gli Helloween – che questo genere lo hanno inventato – e in apertura ci sono due loro discepoli, a vario titolo. In realtà, la stratificazione dei generi è un po’ più complicata di così, sebbene sia innegabile che l’approccio a ciò che definivamo power e che ora chiamiamo in mille modi diversi derivi sostanzialmente dall’operato delle zucche amburghesi nel periodo dei Keepers. Lo sanno bene sia i Visions Of Atlantis che i Wind Rose, che non hanno mancato di tributare onori durante il loro set ai colossi presenti come headliner in cartellone.
Sono le sette del pomeriggio e la morsa del caldo sembra non accenni a cedere quando i pirati austriaci Visions Of Atlantis prendono possesso del palco ferrarese. Per chi non li avesse mai visti live, Thomas Caser e i suoi puntano molto sulla presenza scenica e sulla scelta dei costumi per quello che è uno show condotto sotto lo stendardo del Jolly Roger. Ecco, i modelli tedeschi degli anni ’80 (Running Wild compresi) qui c’entrano fino a un certo punto, poiché il gioco è retto sostanzialmente dall’alternarsi tra la voce femminile (qui rappresentata dalla cantante francese Clémentine Delauney) e quella maschile (con il “nostro” Michele Guaitoli dietro il microfono) a stratificare le parti cantate mostrando anche una notevole maestria nel sottolineare i vari momenti della narrazione, con gli altri strumenti un po’ sullo sfondo, sequencer a parte.
Come era prevedibile, i due dischi ‘Pirates’ vengono ampliamente rappresentati nella setlist, a partire dalla coppia di attacco ‘Master the Hurricane’ e ‘Clocks’ (che poi, il monito the tick-tick-tock from the clock is never-ending non può non far pensare all’Uncino di Dustin Hoffman!), fino al salire della tensione drammatica con ‘Legion of the Sea’ e ‘Hellfire’. La voce e la presenza scenica della Delauney, nonché la timbrica e la favella di Guaitoli hanno gioco facile con il pubblico italiano, con il singer che non nasconde la propria emozione per la presenza di Hansen e soci in cartellone, trovando peraltro una platea ben disposta all’interazione, al coro e a saltellare sull’acclamatissima ‘Melancholy Angel’ e sulla conclusiva ‘Armada’.
Dopo una lunga introduzione, è la volta dei Wind Rose e la presenza sotto il palco di T-shirt dedicate e picconi gonfiabili dà la misura di quanti astanti siano qui anche per loro. Il palco è stato allestito, anche in maniera un po’ kitsch, a favore dell’ambientazione del loro ormai noto dwarf metal ed è il singer Francesco Cavalieri a guidarci in questo viaggio tolkeniano che mescola power e folk metal mentre narra le gesta degli abitanti del sottosuolo con le iniziali ‘Dance of the Axes’ e ‘The Great Feast Underground’.
Rispetto agli austriaci, i pisani conferiscono maggiore attenzione alle partiture di chitarra, anche se il sound di quella che è a tutti gli effetti un’ascia bipenne risulta un po’ troppo artificioso, sulle prime. Intendiamoci, l’impatto è ottimo e la compattezza invidiabile, con ‘Army of the Stone’ che strizza l’occhio agli appassionati delle sonorità dei primi Equilibrium, laddove ovviamente la multiforme timbrica di Cavalieri è scevra della componente black. È l’ora di ‘Trollslayer’ e dell’incedere mid-tempo di ‘Together We Rise’, un po’ da birreria e un po’ con spinte moderniste su cui i Nostri non hanno timore di insistere (come peraltro gli Equilibrium, tanto per dire), finché i Wind Rose non tirano fuori dalla cava le arcinote ‘Diggy Diggy Hole’ e ‘Rock and Stone’, un’accoppiata tutto sommato primitiva e dal sapore primordiale, ma efficace e di sicura presa su un pubblico che – come già accennato – si è mostrato da subito dalla parte di entrambi gli opening act.
Un pubblico con la mente un po’ più aperta che in passato, dato che la coda celtica del set si trasforma in un remix tunz tunz che vede il gruppo ballare sul palco… dettagli a parte, il tutto va ovviamente a onore della proverbiale tendenza alla fratellanza dei power metallers: together we stand, divided we fall, per dirla con i Wind Rose – o con Roger Waters, se preferite.
Il sole molla la presa in vista del tramonto e qualche refolo di vento fa capolino anche nella Piazza Ariostea, offrendo un’insperata tregua ai kids presenti: intanto l’allestimento dello scenario propizio agli Helloween colpisce da subito per la presenza di quella stessa zucca, un po’ severa e poco rassicurante, che campeggiava sulle casse della batteria di Ingo nel tour del 1986. Le casse erano due come da trademark, oggi sono quattro come già Alex Van Halen aveva osato fare, ma è un dettaglio: partendo da Cozy Powell e passando da Jan Uvena, è Ingo Schwichtenberg ad aver inciso sulla pietra le regole che scandiscono il tempo a doppia cassa del power metal, una serie di pensieri immediatamente interrotti quando il telone con il logo del gruppo cala sul palco.
E l’angolo della muzak pre-concerto che fine ha fatto, direte voi? Eccovi serviti: accanto a scelte tutto sommato scontate come Saxon, Judas Priest, AC/DC e Rainbow, alla quota germanica rappresentata dai Kingdom Come e soprattutto da ‘Loving You Sunday Morning’ degli Scorpions, colpisce la presenza di ‘From Out Of Nowhere’ dei Faith No More, che i più attenti ricorderanno essere stata coverizzata dalle Zucche su ‘Metal Jukebox’. Un po’ come i Megadeth con ‘Problems’ il mese prima, insomma.
Il pubblico li acclama a suon di Happy, happy Helloween, loro rispondono con il tipico umorismo Plattdeutsch che li porta a sparare dalle casse ‘Let me Entertain You’ di Robbie Williams (siamo nel 2026, ricordate l’apertura mentale di cui sopra?) e sin dalle immagini della loro discografia nell’introduzione è chiaro che saremo dinanzi a una celebrazione degna dei quarant’anni di questi veterani con l’animo ancora scoppiettante come il primo giorno. Com’è d’uopo, l’attacco è appunto affidato alla monumentale ‘March of Time’ e l’emozione sale a mille, mentre il secondo posto in scaletta è occupato da quella ‘The King for a 1000 Years’ che sarà l’unico estratto del ventennio che va dalla fine della seconda formazione classica della band alla megareunion con Hansen e Kiske. D’altronde, il Keeper di scena che funge da maestro di cerimonie tra un brano e l’altro ci aveva annunciato un viaggio attraverso le epoche della band, e tutta la carica prog della suite che apriva ‘Keeper of the Seven Keys: The Legacy’ tiene il pubblico con il fiato sospeso fino al climax guidato dai due frontmen Kiske e Deris, autori di un lavoro superlativo nel gioco di mescolanza delle voci, come chi aveva assistito agli show post-reunion aveva già avuto modo di riferire.
Se poi è l’ora delle emozioni, cosa c’è di più emozionante di Kai Hansen che introduce alla vecchia maniera ‘Future World’ citando ‘Hall of the Mountain King’ di Grieg con la sua coda di rondine rossa e cantandone anche una strofa? Il pubblico è in delirio, e i due singer hanno gioco facile nell’invocarne l’interazione, come è tradizione sin dalla fine degli anni ’80 e da “quel” disco dal vivo tanto breve quanto iconico. Le ambientazioni AI si alternano tra la pioggia nipponica di ‘This is Tokyo’ e gli arcade ottantiani della travolgente chicca ‘Twilight of the Gods’, con in mezzo lo spettacolo pirotecnico di ‘We Burn’ che contribuisce in tutti i sensi ad alzare la temperatura. Nell’intermezzo, il Keeper ci parla di un muro divisorio tra Bene e Male caduto quarant’anni orsono, e tutti capiscono che è tempo di celebrare ‘Walls of Jericho’, tanto che è Hansen il solo protagonista alla voce sull’immensa ‘Ride the Sky’, come ormai avviene per buona parte del materiale pre-Keepers.
Le emozioni si sommano alle emozioni, quando i sette sono di nuovo al completo per ‘Into the Sun’, ambientazione sonora di scuola John Barry per delle immagini che ricordano le visioni evocate da Ian Fleming e ben incarnate dal cipiglio futurista di Sascha Gerstner, dall’occhiale tattico alla chitarra “spaziale” passando per gli arpeggi e gli assoli con cui si prende meritatamente la scena. Cosciente della presa sugli asoltatori, Andi Deris invoca il ritorno al rock’n’roll con quella ‘Hey Lord’ che ci riporta all’antro della strega di ‘Better than Raw’: Kiske si riposa, Hansen resta defilato dietro Löble, finché è Deris a passare la mano su ‘Universe (Gravity for Hearts)’, un pezzo che riporta la lancetta sulle classiche coordinate power con una prova superlativa di tutti e tre gli axemen.
Siamo chiaramente nella fase finale, ma ciò non ci impedisce di goderci l’assolo di batteria di Daniel Löble, di durata commisurata alla contemporaneità e funzionale a introdurre una ‘I Want Out’ dall’ambientazione fumettosa che rimanda all’artwork delle loro storiche copertine interne.
In un perenne gioco di alternanza di intensità, cala l’oscurità sul palco per il siparietto acustico tra i due amici ritrovati, le ugole d’oro che hanno infiammato il cuore dei fan nei vari decenni di riferimento e che ora sono fianco a fianco in quella che è stata un’operazione di reunion senza precedenti nella storia del metal. Da veri mattatori, arringano il pubblico annunciando “trentacinque pezzi di Simon & Garfunkel” e coerentemente accennando il refrain di ‘Slip Slidin’ Away’, finché è Michael Kiske a imbracciare l’acustica affinché Andi Deris intoni la delicata ‘In the Middle of a Heartbeat’, con i ruoli dei due che si invertono sulla toccante ‘A Tale that wasn’t Right’; è poi il mastermind Weikath ad apparire sulla scena per il mitico assolo, dando il via alla versione elettrica del classico del Keeper 1.
I sette sembrano infaticabili, allestendo la scena a favore di quartetto per l’ancestrale e partecipatissima ‘Heavy Metal is the Law’ e lanciandosi in una roboante versione integrale di ‘Halloween’ per il gran finale. Ma un finale degno di tal nome non può fare a meno degli encores, specie quando sono del calibro di ‘Eagle Fly Free’ (con un Grosskopf sugli scudi, ma questo lo sappiamo già), dell’epica ‘Power’ e di una ‘Dr. Stein’ piena zeppa di palloncini / palloncioni per il pubblico, fino a tuffarsi nel refrain finale di ‘Keeper of the Seven Keys’ che offre il destro per i titoli di coda, richiamata da una versione orchestrale dal sapore hollywoodiano che accompagna il pubblico all’uscita. Due ore di concerto superlativo, un appuntamento imperdibile con i veri e propri Maestri di un genere che ha dato vita a un’innumerevole quantità di sottogeneri, laddove lo spirito dell’originale, capace di tracciare scenari epici restando sempre con un sorriso un po’ beffardo, resta inimitabile. Grazie davvero, Helloween!
Galleria fotografica a cura di Eric D. Dallari.