Luppolo In Rock – DAY 3 @ Cremona, 19 luglio 2026

Il 07/08/2026, di .

Luppolo In Rock – DAY 3 @ Cremona, 19 luglio 2026

Il terzo giorno del Luppolo in Rock è solitamente quello riservato agli intrepidi, a tutti coloro che non si risparmiano. Mai. E che sanno perfettamente cosa vuol dire gettare il cuore oltre l’ostacolo. Poi nella canicola a cui quest’estate siamo tutti sottoposti, c’è grande eroismo (sempre accompagnato da un’incrollabile fede nel metallo, naturalmente…) nello sfidare le prime, torride ore pomeridiane, ma se il gioco si fa duro, ovvio poi che bisogna rispondere a tono, costi quel che costi, anche se le temperature si mantengono ad alto rischio.

Il mio primo gruppo di questa domenica 19 luglio sono stati gli Infection Code, da Alessandria, mia vecchia conoscenza, nonché una tra le migliori espressioni in assoluto per quanto riguarda la musica estrema nazionale, in circolazione da venticinque anni e con all’attivo ben undici album, tra cui il nuovissimo ‘De Reptilium Arcanis’, l’ennesima conferma di grande qualità distruttiva! Roba da maneggiare con estrema cautela, il loro personalissimo industrial-noise innervato da tagliente metallo, e affidato alla caustica voce di Gabriele Oltracqua, uno che sa bene come azzannare il palcoscenico, memore di tante esperienze passate. Performance che ha scaldato gli animi, anche se forse non c’era tutta questa necessità data l’oppressiva calura, lasciando il campo prima ai Cripple Bastards, leggenda grindcore di Asti che ha bellamente maciullato i coraggiosi accorsi sotto il palco, con una naturalezza che ha lasciato sbigottiti! Il quartetto guidato dal frontman Giulio The Bastard è universalmente conosciuto, per la sua crudeltà esecutiva e un disprezzo infinito verso la razza umana. Possiamo forse biasimarli, specie se consideriamo i tempi schifosi che ognuno di noi sta vivendo? Come dichiaravano gli Exodus: a lesson in violence!

Successivamente, sono stati i Darkhold a prendere le redini del comando, facendo subito capire il perché si sta dicendo un gran bene di questa thrash metal band originaria di Milano, cresciuta a pane, Testament, Megadeth e Metallica. Il background è senz’altro autorevole, ma non scherza neppure la personalità con la quale i Darkhold si sono impossessati del palco del Luppolo, trainati dalla grinta del vocalist Claudio Facheris, davvero una bella sorpresa. Come sorprendente è stato pure il loro secondo, nuovissimo album ‘Centuries Of Purgatory’, pubblicato un mese fa da Nadir Records, label ligure che quest’oggi ha potuto gonfiare il petto anche con gli Infection Code, altra band di punta del suo roster.

Prima band estera della giornata, e che band, parliamo infatti dei greci Rotting Christ che da qualche anno a questa parte stanno privilegiando i festival italiani, li ricordo infatti prima al Frantic e successivamente al Southammer, prima di questa calata a Cremona. Giusto per sottolineare che trattasi di un gruppo familiare al nostro pubblico, oltre che tra i più bravi in circolazione a suonare un black metal strutturato, mai caotico ed estremamente godibile. Capitanati dal singer e leader storico Sakis Tolis, i Rotting Christ han regalato una performance solida, impeccabile sotto ogni punto di vista, sfoggiando in primis grande coesione e un entusiasmo che, bisogna ammetterlo, ha fatto la differenza. Un’ora scarsa, ma intensissima, imbastita su una rapida carrellata che ha chiamato in causa vecchi classici (‘Non Serviam’, ‘King Of A Stellar War’, ‘Demonon Vrosis’) e brani più recenti (‘Elthe Kyrie’, ‘Grandis Spiritus Diavolos’, ‘Like Father, Like Son’) sputati fuori da una formazione che è stata semplicemente perfetta, e che ha rispettato in pieno i favori del pronostico.

Chi invece mi sono venuti un po’ a noia sono stati gli svedesi Marduk, che personalmente, tra i miei gusti, si alternano a seconda del periodo, fautori certo di una scaletta che più sicura non si può, e questo sin dall’opener ‘Werwolf’, per poi poggiarsi su fondamenta quali ‘Baptism By Fire’, ‘Sulphur Souls’ e ‘Panzer Division Marduk’. Forse oggi per me non è stata la giornata giusta, ma, va riconosciuto, gli scandinavi sono stati la sempiterna, imbattibile macchina da guerra. Dei Panzer. In tutto e per tutto.

Finalmente ho avuto modo di tirare un poco il fiato e di fare qualche chiacchiera di “alleggerimento”, con amici e addetti ai lavori, una mossa che mi è servita parecchio, forse per non dare infine troppo peso alla deludente prova degli Overkill che, ahimé, ho trovato un po’ spenti, con il freno a mano tirato. O meglio, Bobby “Blitz” Ellsworth è il solito animale da palco, sornione e attento, ma il fatto che al suo fianco manchi D.D. Verni, bassista fondatore e notoriamente suo perfetto alter ego sia in studio che sullo stage, penso abbia inciso enormemente, nell’economia dello show tenuto al Luppolo, talmente era grosso il “buco” che si avvertiva, a mano a mano che il concerto entrava nel vivo. In più la decisione di non sostituire il chitarrista Derek Tailer, “saltato” poco prima della tournée europea, credo sia costata cara agli Overkill, perché il solo Dave Linsk non può fare miracoli e il sound della band, che di suo è dirompente e particolare, perde parecchio sia strutturalmente che d’intensità. Il sostituto di D.D., Christian Olde Wolbers, che ricordiamo bello fremente nei Fear Factory storicamente più avvincenti, non ha però identico carisma e la sua “pacca” lascia un po’ a desiderare, ma forse la mia è soltanto la delusione di non vedere al proprio posto un veterano come Carlo Verni, coscienza leggendaria degli Overkill e tra gli ultimi eroi di una tradizione musicale americana che portiamo fedelmente nel cuore. Con la conseguenza di una setlist ridotta all’osso, tanto per dire che mai mi era capitato di ascoltare l’antico cavallo di battaglia ‘Rotten To The Core’ piazzato come secondo brano, e un coinvolgimento tra i musicisti che mi è parso più forzato che altro, meno naturale del solito. E in una band come quella degli Overkill, lo noti subito, quando c’è qualcosa che non va. Ora, ed è in assoluto la cosa più importante di tutte, bisogna che D.D. Verni risolva definitivamente i suoi problemi di salute, problemi che trascina da tempo, riprendendo il suo posto nella band, e d’incanto la magia tornerà a scorrere, fluida.

Ma se di magia vogliam trattare, chi meglio può discettare invece di magia nera se non i Venom ispirati dal ringhiante Cronos che, al netto delle diatribe scoppiate e delle aspre battaglie legali combattute dai tre componenti originali, è e resta il loro simbolo riconoscibilissimo, dalla voce sibilante e dal nero carisma, in definitiva il tratto più immediato e distintivo di una formazione (che fu) fondamentale per il metal estremo e non solo. Un gran colpo quello del Luppolo, assicurarsi come headliner finale un gruppo che, pur non avendo più nulla da dover dimostrare, qualche sassolino dalle scarpe se lo è voluto comunque togliere, fresco fresco di nuovissimo album – il divertente ‘Into Oblivion’ gira nello stereo già da settimane – e desideroso di reclamare, una volta per tutte, l’antico trono dal quale eternamente regnare. Fatto sta che il three-piece formato da Cronos, Rage e Dante, partito in quarta con la nuova ‘Lay Down Your Soul’, ha spiattellato un classico dietro l’altro, ‘Welcome To Hell’, ‘Bloodlust’, ‘In Nomine Satanas’, ‘One Thousand Days In Sodom’, ovverossia un poker infernale che ha letteralmente incendiato il Parco delle Colonie Padane, ravvivando tutta la nostra passione per brani con cui siamo cresciuti, meglio ancora se poi sono appunto cantati dallo storico singer, all’anagrafe Conrad Thomas Lant, ma che noi conosciamo solo e soltanto come Cronos. Lui, timbrica inconfondibile e ghigno stampato in faccia, affiancato da un chitarrista dotato qual è Rage e un batterista tanto rude quanto versatile come Dante, ha avuto di che essere soddisfatto, protagonista di uno show rumorosissimo, quasi sguaiato, ma i Venom sono sempre stati questi, lo sappiamo bene. Tra i miei highlight personali, ‘Long Haired Punks’, un grande pezzo a partire già dal titolo stesso, una ‘Buried Alive’ quasi catacombale tanto suonava opprimente, ‘Witching Hour’, vibrante e appassionante, passatemi il termine, e che ha coinvolto tutti i presenti, nessuno escluso. E, più della finale, “scontata” ‘Black Metal’, la canzone che invece per me ha avuto un impatto diverso, superiore, è stata chi l’ha preceduta, ‘In League With Satan’, dal malefico imprinting tribale…

All’anno prossimo, naturalmente, perché il Luppolo in Rock non si discute.

Servizio fotografico a cura di Yamilé Barcelò

 

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