Roma Stone Fest @ Parco Schuster, Roma, 8 agosto 2026

Il 13/08/2026, di .

Roma Stone Fest @ Parco Schuster, Roma, 8 agosto 2026

Il deserto è arrivato a Roma in un giorno in cui la città stessa sembrava deserta.

8 agosto, il sole a picco su Via Ostiense, l’asfalto che restituiva calore come una piastra e quella sensazione di aria ferma che a Palm Desert conoscono bene. Il Roma Stone Fest 2026 ha scelto la data giusta per celebrare una galassia di suoni che ruota attorn a riff pesanti e chitarre sature. Da una parte il desert rock californiano ‘codificato’ dai Kyuss all’inizio degli anni Novanta, dall’altra le derive più lente e cupe del doom, le aperture lisergiche della psichedelia e la spinta veloce dello skate rock. Un immaginario nato ai margini che ha saputo resistere al tempo ed estendersi in tutto il pianeta.

Anche la scelta del posto merita due righe. Villa Ada, storica cornice dei concerti estivi romani, era la sede annunciata all’inizio, ma il festival è stato spostato con largo anticipo al Parco Schuster, l’area pianeggiante che si allunga dietro la Basilica di San Paolo fuori le Mura, a pochi passi dall’omonima fermata della metro. Un cambio di programma che alla fine si è rivelato strategico.

Ad aprire le danze sono stati i The Black Flamingo, con il compito di rompere il ghiaccio nel primo pomeriggio, con il caldo ancora al massimo. Tocca sempre a chi apre il lavoro più difficile, quello di scaldare, o meglio ancora di raffreddare, nel nostro caso, un pubblico che entra alla spicciolata. La loro proposta ruvida e diretta ha posato la prima pietra della giornata e ha iniziato a dare una forma precisa al suono del festival.

A seguire sono arrivati gli Aganoor con la loro miscela di fuzz e ritmiche pesanti. Poi i Gorilla Pulp e i FVZZ POPVLI hanno alzato progressivamente la pressione, ognuno con la propria variazione sul tema. Riff spessi e un gusto per la ripetizione che entra sotto la pelle. Il richiamo alla lezione californiana è sempre presente, ma viene riletto con una personalità tutta nostrana.

A chiudere la fase italiana sono stati L’Ira del Baccano, una band che sul suono strumentale ha costruito una carriera intera. Niente voce, soltanto chitarre che si spingono sempre più in là, fino a esplodere. Sono arrivati quando il sole cominciava finalmente a mollare la presa e il loro post rock sporco di stoner ha fatto da ponte perfetto verso i nomi più attesi della serata.

Dopo gli italiani, come anticipavo, è giunto il momento che molti aspettavano. Gli Stoned Jesus sono saliti sul palco con il peso di essere tra i nomi più amati della scena stoner-metal europea e con una storia che negli ultimi anni ha assunto contorni particolari, visto quello che il loro Paese sta attraversando. Vengono dall’Ucraina, quindi suonare fuori dai confini per loro ha una valenza differente. Hanno un sound che pesca dal doom nelle cadenze lente e cupe e poi si apre verso la psichedelia e il prog, come mostra bene ‘Songs To Sun’ del 2025. Dal vivo questa  anima sfaccettata si sente ancora di più. Curioso vederli lì, con la Basilica di San Paolo a due passi, un luogo sacro a fare da sfondo a una band dal nome profano.

Igor Sydorenko ha condotto il gruppo con un piglio teatrale, fino a un finale che ha spiazzato anche i più composti. Dopo l’ultimo brano si è tolto la maglietta, l’ha usata per asciugarsi il sudore fin sotto la cintura e poi l’ha lanciata tra la folla. Un gesto goliardico che ha strappato risate e applausi. Il pubblico ha risposto e le voci si sono alzate proprio mentre la luce iniziava a calare. A quel punto la temperatura emotiva aveva ormai preso il posto di quella termica.

E infine loro, i Fu Manchu.

Headliner di una serata che li vedeva per la prima volta a Roma, a circa trent’anni dal loro album d’esordio. Difficile crederci, ma il debutto romano di una delle band fondatrici del genere è arrivato soltanto adesso.

Sono saliti sul palco che era ormai buio e hanno srotolato la loro formula come sanno fare pochi. Bob Balch alla chitarra ha tirato fuori i suoi riff come macigni melodici, mentre Scott Hill ha cantato con quella voce che trascina nella mischia come uno skateboard su liquido sinoviale. La sezione ritmica di Brad Davis e Scott Reeder ha tenuto tutto insieme con una precisione che non ha lasciato scampo.

Una setlist saltellante ha rimbalzato nella loro carriera senza fretta e ha fatto felice chi conosce il gruppo nota per nota. Apertura da manuale con ‘Eatin’ Dust’, poi ‘Evil Eye’ e la title track di ‘Clone of the Universe’ del 2018. È arrivata quindi la loro storica rilettura di ‘Godzilla’ dei Blue Öyster Cult che i Fu Manchu incisero già nel 1997 e che dal vivo resta un momento epico.

La cavalcata è proseguita con ‘Loch Ness Wrecking Machine’ e ‘Hell on Wheels’, prima di arrivare a una serie di classici veri e propri con ‘Regal Begal’, ‘Laserblast!’ e ‘California Crossing’. Quest’ultima dà il nome al disco del 2001 che per molti segna l’apice del loro periodo più diretto.

Spazio poi a ‘Hands of the Zodiac’, dal recente ‘The Return Of Tomorrow’, a ‘King of the Road’ e a ‘Saturn III’, con la sua deriva più spaziale. L’encore è stato un doppio colpo per intenditori, con ‘Mongoose’ e la cover di ‘Nothing Done’ degli SSD. Un omaggio hardcore che racconta da dove arriva una parte importante del DNA della band.

Dietro i Fu Manchu c’è una cultura intera ed è proprio questa a rendere il loro live qualcosa di più di una semplice esibizione. C’è lo skateboarding, ci sono le dune buggy, ci sono i furgoni degli anni Settanta e le piscine vuote dove i primi skater californiani inventavano trick impossibili. Un immaginario fatto di letteratura, fumetti, film, sole, asfalto e libertà che la band ha trasformato nella colonna sonora della vita di molti.

Quando le ultime vibrazioni si sono disperse nell’aria della notte, su Parco Schuster è calato quel silenzio pieno che segue soltanto le grandi serate. I numerosi superstiti avevano il collo indolenzito, ma il sorriso stampato in faccia.

Il deserto, per una notte, ha trovato casa a Roma. Una basilica a fare da testimone e il Tevere poco distante. Il sole che aveva picchiato tutto il giorno sulle nostre teste era lo stesso che da decenni brucia dentro questa musica, dalle dune californiane all’Ucraina fino a un parco romano di agosto. Come canta Josh Homme, «My God is the Sun».

Foto gallery: Giovanna Onofri.

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