Frantic Fest Day 1 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 13 agosto 2026

Il 21/08/2026, di .

Frantic Fest Day 1 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 13 agosto 2026

Probabilmente, ognuno di noi si è chiesto in vari momenti perché il Frantic Fest sia divenuto un fulcro persino per la stessa redazione di Metal Hammer Italia. Certo, ci sono motivi geografici e di contingenza, per quanto l’Abruzzo non sia l’unica né la principale regione catalizzatrice tra quelle che compongono i dati di censimento dei nostri collaboratori.
Ecco, piuttosto che alle diverse provenienze, la scelta è imputabile alle diverse sensibilità musicali che giocoforza animano i singoli redattori: esattamente come New York è detta “la Grande Mela” poiché ognuno può morderne un pezzo a piacimento, al Frantic Fest un thrasher incallito può discorrere della coerenza di ferro dei Sacred Reich mentre il suo collega dal piglio art rock assiste in visibilio alla performance degli Spiritual Front, oppure il duro e puro può sbattersi a piacimento sotto il palco dei Cripple Bastards mentre il suo compagno di merende o la sua dolce metà è attratta dal sound festaiolo e un po’ tunzettaro degli Igorrr, tanto per fermarci agli esempi più lampanti dell’edizione del 2026.
Un approccio ben diverso dal ben noto lancio di bottiglie ai danni di Pino Scotto al Monsters del 1992, o all’accoglienza non proprio calorosa riservata a Tommy Lee e ai suoi Methods of Mayhem al Gods del 2000, o ancora alla freddezza inversamente proporzionale ai numeri da classifica riservata dal pubblico dell’Heineken Jammin Festival ai Placebo nel 2003. Il Frantic è la celebrazione dell’apertura mentale del pubblico e della sagacia degli organizzatori, sotto l’egida di un sound multiforme eppure legato da un filo conduttore che appena pensi a cosa sia non lo vedi più, un po’ come quegli enigmi sulla nebbia o sulla luce che saltavano fuori quando eravamo ragazzini.
Sarà il marciume di fondo che anima buona parte delle proposte musicali, o magari il non prendersi troppo sul serio che scorre attraverso tutte le componenti del festival, uno spirito sottolineato dai proverbiali gonfiabili reminiscenti delle spiagge presenti a pochi metri, o magari possiamo riassumere il tutto in una parola – attitudine – una volta tanto amata e ora parzialmente dimenticata? Che poi, che significa attitudine? Come sopra, il tempo di spiegarla ed essa ti sfugge, evanescente e dispersa nell’oblio come nel dialogo tra Faust e Mefistofele; e a proposito di dialoghi, memorabile resterà quello con un avventore svedese che percepiva un’atmosfera difficile da descrivere, e che abbiamo provato a declinare come una miscela tra i cartelloni dei grandi open air continentali e il calore di certi squat nostrani, in un’epoca gloriosa e irripetibile ma da cui si può sempre imparare.
Insomma, anche quest’anno al Frantic troviamo – oltre alla consueta e calorosa accoglienza e a un’organizzazione impeccabile – una miscela sonora assimilabile a quella che poteva attirare i lettori del caro, vecchio Blast! (chi se lo ricorda?): metal sì, tanto ma non troppo, e soprattutto non solo.

La “solita” coda autostradale e il doveroso check-in presso l’albergo fanno accumulare ritardo su ritardo, ragion per cui la nostra tabella di marcia parte “mutilata”, mancante purtroppo degli Ural, primo gruppo ad inaugurare il Tent Stage e il Frantic Fest 2026 e di cui ci hanno raccontato un gran bene. Ci rifacciamo però immediatamente con la terremotante performance dei Crawling Chaos, quartetto riminese dedito al death metal più tecnico e feroce, e fresco autore del terzo album ‘Wyrd’, uscito a marzo. Grande compattezza, sonorità frementi e lanciate a tutta birra, nonostante l’orario non facile e una canicola che si mostra più nemica che mai, per una band che con il suo piglio strappa subito grandi applausi dai primi, ardimentosi della giornata d’apertura.

Il sole picchia ma il caldo dà impercettibilmente tregua durante l’esibizione dei Dawn Of A Dark Age. O forse è la dimensione onirica a sospendere qualsiasi percezione, nel corso di un set in cui scorrono le immagini sonore di una terra di memorie e dello sterminio di innocenti perso nei meandri della storia dimenticata delle popolazioni italiche e qui riportato alla luce nella lacerante prosa convogliata dal frontman Lutzéddu Ignatz, con le sapienti orchestrazioni dal mastermind Vittorio Sabelli. Il momento è solenne, con un ideale richiamo per le campane dell’Acheronte “candlemassiane” da parte di campanelle, percussioni, tamburelli e altri strumenti tratti dalla tradizione italica e sannita portati da Sabelli (che si alterna tra chitarra e clarinetto) e soci sul palco, in un intreccio sonoro in cui non è solo il doom a farla da padrona ma anche le sonorità ancestrali annidate nella loro discografia e in particolare nella loro ultima fatica ‘Ver Sacrum’.

Si apre il Main Stage e tocca ai Necrot, direttamente dalle bocche infernali della California ma con bassista/cantante italiano: l’attesissimo power trio fuori per Metal Blade propugna un approccio diretto che richiama il death più marcio senza però indugiare sull’HM-2, fatto strano di questi tempi. Gli autori di ‘Lifeless Birth’ firmano una performance verace e senza fronzoli, e il frontman sottolinea dal palco un dato non comune: la presenza di tanti giovanissimi che qui fa incredibilmente il paio con l’ormai consueto innalzamento dell’età media.

La curiosità è tanta per i Perchta, per la loro scenografia dal taglio tribale (sembra la versione malvagia del mondo dei nani riprodotto dai Wind Rose!) e per le loro invocazioni a tratti ostiche, ma con una singer come Perchta che dimostra decisamente una marcia in più, con una timbrica che parte dal classico approccio black alla Dani Filth per poi scavare a fondo nelle viscere. In una maniera apparentemente affine alla formula propugnata dai Dawn Of A Dark Age ma con un taglio freddo e “alpino”, gli austriaci ci trascinano in un rito fatto di strumenti antichi e iconografie pagane, in cui l’ultimo ‘D’Muata’ viene sviscerato a favore di un pubblico lievemente straniato dal contrasto tra la formula sonora e la luce del meriggio adriatico, ma stregato al punto giusto dagli autori di ‘Hebamm’.

Sui Warning il nostro Alessandro Ebuli ha di recente speso parole di encomio, incensandone l’ultima fatica ed esaltando il livello qualitativo ed estetico di ‘Ritual of Shame’. Alla prova del palco, l’impressione è quella dell’eccesso di marcia scalata, ma i convenuti apprezzano parecchio. Da ‘Watching from a Distance’ a ‘Ritual of Shame’ sono trascorsi due decenni, e a quanto pare le sabbie del tempo hanno defluito nella maniera più lenta possibile. Nel corso del loro live ci è sembrato a tratti di riascoltare le esalazioni mefitiche del lato B di ‘The Ethereal Mirror’ dei Cathedral, con quelle sonorità per cui il doom è noto come genere “estremo” nonostante l’apparente facilità di fruizione, ma è chiaro che la band ha dato tutta se stessa in un’inusuale apparizione alla luce del sole.

L’universo multiforme degli Scorpion Milk prende quindi possesso del Tent Stage: il quartetto è autore di un set diretto e affascinante, che ci ha ricordato la performance degli Horror Vacui sullo stesso palco ben quattro anni orsono. Un approccio dark riletto attraverso le lenti del post/punk è stato il leitmotiv di una performance che ha decisamente onorato l’opportunamente titolato ‘Slime of the Times’ e ci ha confermato di essere dinanzi a una formazione sicuramente da tenere d’occhio.

Con i Sacred Reich al cuor non si comanda, specie per chi ne ha amato alla follia il crossover thrash di cui sono stati alfieri. L’imperativo è “mosh it up”, come direbbero Benante e soci, e l’imperversare dei famigerati gonfiabili su una versione al fulmicotone di ‘Independent’ è stata una delle migliori fotografie di un’apparizione imperdibile sul Main Stage. La title track di ‘The American Way’ lacera ogni resistenza, e persino ‘Manifest Reality’ e ‘Salvation’ appaiono più convincenti della versione in studio su ‘Awakening’ che avevamo recensito a suo tempo. ‘Crimes Against Humanity’ sottolinea che siamo dinanzi alla celebrazione del loro classico ‘The American Way’, come ben evidente dal merchandising esposto al banchetto della band (avevamo sperato in ‘Love/Hate’, ma è chiaro che oggi non c’è spazio per i momenti di apparente respiro) finché si torna agli albori con la devastante ‘Death Squad’ e con la sirena che annuncia una ‘War Pigs’ cantata per metà dal pubblico, un po’ immancabile tributo a Ozzy e ai Sabbath, un po’ monito per una contemporaneità che ci è decisamente sfuggita di mano. La risposta migliore è decisamente ‘Surf Nicaragua’, che irrompe con il suo sfrontato atteggiamento tongue-in-cheek, riconfermando ancora una volta e in tutti i sensi l’appartenenza di Phil Rind e soci alla Storia, quella con la esse maiuscola.

All’apparenza gli Spiritual Front sono l’ennesima declinazione dell’Elvis nero – una definizione che veniva appioppata a un certo Glenn Danzig, tanto per dire. Se è vero che le luci blu sottolineano con il giusto magnetismo l’immagine noir del terzetto (due chitarre e batteria), dinanzi a noi c’è decisamente di più, tra cui un album come ‘Armageddon Gigolò’ nella propria discografia e un’immagine che ricorda il goth rock britannico di una volta assieme a suggestioni cinematografiche d’annata (quale? I Quaranta bogartiani, i Settanta della blaxploitation o i Novanta del pulp regalato al grande pubblico?). Immagini in bianco e nero sullo sfondo e atmosfere neofolk da loro stessi definite suicide pop hanno stregato il pubblico, con un’esibizione che ha raggiunto l’apice su ‘Chidren of the Black Light’, tratta dal loro ‘Amour Braque’ del 2018, e con il frontman Simone Salvatori che ne ha sottolineato il ritmo alle percussioni. Una bella scoperta, per gli avventori del Frantic Fest.

Red is the colour, parafrasando i Pink Floyd: i Carpenter Brut da Poitiers si impadroniscono dello stage principale a colpi di rosso e con le loro contaminazioni elettroniche a rappresentare la cifra di una performance che coinvolge i tantissimi convenuti, anche attraverso i contenuti distopici della propria narrazione. Franck Hueso, autore della trilogia dedicata al Leather e fuori dal poco con l’ultima fatica ‘Leather Temple’, ci ha trascinato in un set dal sapore sicuramente epico, anche se non per tutti i palati, elargendo a piene mani a una platea in visibilio le sonorità care al mondo dei videogame, come ben sanno coloro che non si sono persi il clip di ‘Speed or Perish’. Al di là dei gusti personali, un momento particolarmente importante. Un momento molto Frantic, come direbbero Oltreoceano.

Quasi storditi dalla performance dei Carpenter Brut, ma in verità piuttosto stanchi dopo una prima giornata tanto ricca di eventi quanto resa devastante dal caldo, raccogliamo le ultime stille di energia per dare un’occhiata allo show finale degli svizzeri Vigljós, patrocinatori del “Beehive Black Metal”! Un’altra di quelle band che soltanto al Frantic puoi scoprire, nella dimensione più naturale e veritiera che ci può essere, quella di un concerto dal vivo, concerto che il terzetto originario di Basilea sfrutta appieno per colpire l’immaginario di chi, alla fine, scommette sui Vigljós, abbigliati in tenute (poco confortevoli, immagino…) da apicoltori del Medio Evo, come loro stessi amano definirsi, fautori di un sound cattivissimo e con un singing “strillato” e che lascia ben poco respiro. Al Frantic accade anche questo, assistere alla nascita di un nuovo genere, il “Propoli Metal”, come definizione la troviamo più calzante e appropriata…

Testi di Francesco Faniello e Alex Ventriglia.
Galleria fotografica a cura di Federico Benussi.

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