Frantic Fest Day 2 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 14 agosto 2026
Il 22/08/2026, di Francesco Faniello.
Il consiglio è giunto opportunamente: tra una birra e l’altra, riempite l’apposito bicchiere con un’adeguata fornitura di acqua potabile, presente in loco in maniera totalmente gratuita e di qualità (a quanto si dice tra gli avventori) decisamente superiore a quella che si trova in giro in festival analoghi. I buoni propositi relativi al secondo giorno del Frantic Fest sono stati in buona parte rispettati; a fare le spese della tabella di marcia sono stati unicamente i Mind/Knot ed è comunque un peccato, perché conserviamo un ottimo ricordo del loro ‘Esigenza’ uscito su Time To Kill Records un po’ di anni orsono, le cui tracce lasciavano presagire uno show verace al punto giusto.
Pazienza: sono le quattro del pomeriggio quando i 217 salgono sul palco del Tent Stage, portando il loro HC vecchia scuola dal taglio americano. La performance è sanguigna e mostra una band sempre più rodata, performance dopo performance (la prima volta in cui li abbiamo intercettati live risale al Distruggi la Bassa del 2019…) con Ivan, cantante anche degli Straight Opposition, che si conferma frontman carismatico con tanto di crowd surfing a favore di un pubblico già nutrito. Tra il classico slogan qui si è, un’appassionata versione di ‘The Day my Father Died’ tratta dal loro ultimo ‘In Your Gaze’ e il giusto tributo al recentemente scomparso Lou Koller dei Sick Of It All, i 217 si confermano come una delle band più interessanti della scena HC attualmente in circolazione.
Ancora Tent Stage, ancora mazzate di morte. Con i canadesi Phobocosm (è decisamente la giornata del Canada…) il triste mietitore dalle fattezze di metallo corre decisamente sul filo, consegnandoci un quartetto che ricorda da vicino i Brutal Truth quando indulge su ritmiche rallentate (ricordate la buona vecchia ‘Time’, la “ballad” di ‘Extreme Conditions Demand Extreme Responses’? Ecco, così), per poi accelerare e non lasciare prigionieri, un po’ come i succitati Maestri del grindcore. Celie a parte, se non avete ancora ascoltato il loro ‘Gateway’ o magari il precedente ‘Foreordained’, è il momento di farlo.
Il primo grande nome del Day 2 risponde al monicker Obscura. I tedeschi sono autori di un concerto impeccabile sia dal punto di vista tecnico che da quello dell’impatto sonoro, con un sound percepito tra ammiccamenti al Gothenburg Sound e sfuriate al limite del black che non hanno fatto che confermare la carica progressive della loro formula sonora. Una performance che ha fatto drizzare le antenne anche a chi non è tra i seguaci di Steffen Kummerer e soci (a proposito, il chitarrista/cantante vince quest’anno la palma per la chitarra dal colore più kitsch, laddove era Ihsahn il detentore del titolo l’anno scorso) e risolleva con i propri classici anche chi aveva accolto freddamente il loro ultimo ‘A Sonication’. Va anche detto che nella stessa fascia oraria ci siamo divisi tra la performance degli Obscura e il firmacopie di ‘Always Moving’, il libro sui Voivod tradotto per Tsunami da Stefania Renzetti. Frantic è anche questo, dall’appuntamento fisso nel primo pomeriggio con Si stava meglio quando si stava metal al break di Sarapanda (il metal quiz sempre più atteso!), fino alla trovata della foto in posa denominata Francavilla al Marem, con apposito logo coniato in quel dell’Hellvete.
A quanto pare, i Fossilization sono in tour con i Phobocosm. Beh, un plauso all’accoppiata, che vede il brutale quartetto canadese affiancare questo altrettanto brutale quartetto brasiliano, che non ha mancato di inchiodarci sotto le assi del palco piccolo con una formula ancestrale pur nella violenza sonora di superficie. Con noi, anche un caleidoscopio di convenuti sotto il Tent Stage, il luogo perfetto per vedere il Frantic per quello che è: la succitata Grande Mela di proposte musicali e di convenuti di tutti i tipi e con gli outfit più svariati, ma pronti in questo caso a godersi allo stesso modo le bordate mortifere dei carioca, fuori con un disco recentissimo come ‘Advent of Wounds’. L’effetto straniante con la luce del sole vale anche per loro e per le loro maschere tribali, anche se il Tent Stage attutisce un po’ tutto, nel più puro stile Frantic.
Una delle performance più attese da queste parti era quella dei Ratos de Porao, all’epoca simbolo dell’ascesa del Brasile sulle mappe del Grande Rumore assieme a Sepultura e Sarcofago. Gordo e soci non hanno perso un milligrammo di attitudine nella loro tenuta di palco (grande, se ve lo state chiedendo), regalandoci una performance nel corso della quale il Nostro non le ha mandate minimamente a dire, con grande approvazione da parte dei convenuti. Set al tramonto per loro, condotto con convinzione ed energia da vendere fino a quelli che consideriamo i picchi della performance, le versioni in portoghese di ‘Amazonia Never More’ e ‘Nationalist Farce’ che fanno tremare l’intero Tikitaka, e ci riportano direttamente ai fasti di quel ‘Brasil’ (in versione inglese, ma poco importa) che li fece conoscere al Vecchio Continente. “Se alzi la tua testa da questo immenso gregge, fan subito vedere Italia-Brasile”, diceva uno che la sapeva lunga…
Se volessimo riassumere la performance dei Plakkaggio, potremmo dire che hanno portato una fornitura di birra artigianale di Colleferro in botti di granito e lattine riscaldate. Dopo il tributo maideniano in apertura, tocca all’ottima coppia di attacco del nuovo disco ‘Cosmo’ – la title track e ‘Spada’ – aprire le danze e dare il via a un set ad alto contenuto alcolico, passando per le consuete citazioni di animali preistorici (la “quota di paleontologia” di cui parlavamo in sede di recensione), per il classico ‘Birra in lattina’ e per ‘Granito’, fino giungere all’omaggio dissacratorio agli 883 che si ricollega direttamente all’apparizione nel Day 0 del loro side-project 666. Li avevamo visti sul Main Stage qualche anno fa e si dimostrano sempre più convincenti, specie dal vivo, nonostante la presenza di un solo basso e l’assenza del carismatico Chris Nunnos. Come avevamo detto a suo tempo, “ci vediamo sotto il palco a puntare l’indice verso l’alto al suon di “dieci rintocchi al decollo”. Quello della mano libera dalla lattina, ovvio…”. Certe promesse vanno decisamente onorate!
Diteci quello che volete, ma uno dei perni di questa edizione del Frantic era per noi l’esibizione dei Voivod. I motivi sono tanti, e stavolta ce n’era uno in più: la grande famiglia di Langevin e soci schiera oggi dietro al microfono uno dei suoi unsung heroes, il mitico Eric Forrest! Chi ha appreso dei motivi familiari che hanno tenuto a casa Denis “Snake” Belanger sa che l’annuncio del temporaneo sostituto per il tour estivo si inserisce in un riconoscimento effettivo dell’importanza di tutti i capitoli discografici della band, già ribadito in occasione dell’ospitata del singer all’Hellfest nonché con la compilazione della raccolta di pezzi ri-registrati ‘Morgöth Tales’. Eppure, al momento dell’arrivo dei quattro sul palco veniamo praticamente trascinati in un tunnel spazio-temporale che riporta con la mente alle immagini del Dynamo di Eindhoven a metà anni ’90, in cui sul palco c’erano Away, il mai troppo compianto Piggy e il futuro E-Force: chi era semplicemente adolescente in quegli anni non avrebbe mai immaginato di rivivere quel periodo in questa torrida estate, con ‘Rise’ collocata in apertura subito seguita dal classico del nuovo corso ‘Obsolete Beings’. Un’osservazione immediata è il cambio di approccio da parte di Forrest, che affronta in maniera efficace e più melodica rispetto al passato i classici dei Voivod, consentendo l’inserimento in scaletta di pezzi come ‘The Prow’ e ‘Fix My Heart’ accanto alle bordate ‘Tribal Convinctions’ e ‘Nuclear War’ che erano già comuni nelle setlist del suo periodo nella band. Tremano i polsi con la “sua” ‘Nanoman’, mentre tutta la platea si unisce al coro in occasione della cover di ‘Astronomy Domine’ dei Pink Floyd, per cui vocalmente vale il discorso di cui sopra, mentre dal punto di vista chitarristico è impossibile non notare come l’iconico assolo porti con sé il tocco di tre maestri al suo interno: l’artefice Gilmour, il forgiatore Denis “Piggy” D’Amour e l’eccezionale esecutore Daniel “Chewy” Mongrain, motore imprescindibile della rinascita della band con il suo stile fluido e la naturalezza con cui sciorina partiture vecchie e nuove sul palco. È l’intro tritonale di ‘Voivod’ ad annunciare la fine di un set che ha infiammato i cuori dei tanti convenuti, con la convinzione che la compagine che ci ha dato ancora una volta il benvenuto a Morgöth sia composta da grandi persone nonché geni imperituri. Grazie ancora, Voivod!
La parte finale della serata si apre sotto il tendone, dove salgono sul palco i Cripple Bastards, istituzione del grindcore italiano attiva dal 1988 e arrivata al Frantic poche settimane dopo la pubblicazione del nuovo EP ‘La tua foto sul marmo’. Il loro resta un linguaggio abrasivo, feroce e privo di concessioni (in quattro parole, ‘Misantropo a senso unico’!), nel quale l’urgenza hardcore continua a convivere con una violenza sonora portata sistematicamente al limite. Una presenza storica che non ha bisogno di occupare territori diversi dal proprio: i Cripple Bastards sanno esattamente cosa sono e continuano a ribadirlo con la consueta intransigenza.
Con l’arrivo degli Igorrr si cambia completamente linguaggio. Il progetto guidato da Gautier Serre, nome di punta della seconda giornata, porta al Frantic una musica che procede per collisioni: breakcore, metal estremo, suggestioni barocche, canto operistico ed elettronica vengono smontati e ricomposti all’interno di una struttura solo apparentemente caotica. È una proposta lontana da qualsiasi idea ortodossa di metal che proprio sul palco rivendica fino in fondo la propria identità.
Il materiale di ‘Amen’, pubblicato nel 2025, occupa inevitabilmente un ruolo centrale e mostra un progetto ormai capace di trasferire sul palco tutta la complessità delle proprie registrazioni. La produzione è di livello altissimo, ma questa volta il punto non è soltanto la cura. Luci, movimenti, cambi di registro e presenza scenica lavorano come parti della stessa architettura, trasformando il concerto in uno spettacolo dalla forte componente teatrale. La sensazione è quella di assistere a un meccanismo elaboratissimo che potrebbe scomporsi da un momento all’altro e che invece rimane sotto controllo fino all’ultima battuta. Si può essere più o meno vicini a questa concezione musicale, ma è difficile non riconoscere agli Igorrr una precisione esecutiva impressionante e la capacità di tradurre un immaginario radicalmente personale in uno show compiuto, riconoscibile e visivamente potente.
Dopo l’esibizione degli Igorrr, l’ultima parola spetta ai Jig-Ai. Il gruppo ceco riporta il pubblico sotto il tendone con quaranta minuti di goregrind frontale, grottesco e deliberatamente eccessivo, presentando anche il recentissimo ‘Jigoku’. Una chiusura senza sottigliezze, destinata ai più resistenti prima dell’aftershow.
Testi di Francesco Faniello e Federica Sarra.
Galleria fotografica a cura di Federico Benussi.