Frantic Fest Day 3 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 15 agosto 2026

Il 23/08/2026, di .

Frantic Fest Day 3 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 15 agosto 2026

È Ferragosto, il sole abruzzese non concede tregua e al Tikitaka Village prende il via l’ultima, lunghissima giornata del Frantic Fest. Davanti ci sono quasi dieci ore di musica, due palchi e un programma che attraverserà black, death, doom e crust punk fino a notte inoltrata. Ai Mayhem il compito di chiudere l’ottava edizione.

Ad aprire sono i thrashers Slyther, giovanissima formazione pescarese chiamata ad affrontare il non facile orario in cui il pubblico sta ancora arrivando. Un’apparizione breve, ma sufficiente a confermare l’attenzione del Frantic anche verso le nuove leve dell’underground.

Il primo nome destinato a lasciare davvero il segno è quello dei romani Bianca. Nata appena nel 2024 e arrivata lo scorso anno all’esordio omonimo per Avantgarde Music, la formazione si muove tra black metal atmosferico, tensioni doom e aperture melodiche senza limitarsi a sommare influenze.
Il linguaggio è già personale, costruito con criterio, misura ed eleganza, nulla appare casuale o inutilmente sovraccarico e anche le soluzioni più ricercate mantengono una notevole coerenza.
Dal vivo, il contrasto tra furia, malinconia e passaggi più rarefatti acquista ulteriore profondità, sostenuto da una vocalità che alterna registri estremi e aperture eteree. La stessa cura si ritrova nella presenza scenica, nell’attitudine e in un’immagine nitida e riconoscibile, qualità tutt’altro che scontate per un progetto così giovane.
Non sorprende che il debutto abbia già attirato attenzione anche fuori dall’Italia. Più che una promessa, i Bianca sembrano una band pronta al salto successivo. Se continueranno così, incontrarli presto sui palchi dei grandi festival internazionali non sarà una sorpresa.

C’era parecchia curiosità anche intorno ai Patristic, altro nome italiano arrivato al Frantic sull’onda dell’ottimo esordio ‘Catechesis’. Tra il pubblico se ne parlava già prima del concerto, segno che il loro blackened death metal dissonante e stratificato aveva intercettato l’attenzione degli ascoltatori più attenti. Un progetto giovane, ma tutt’altro che acerbo, che lavora sulla materia estrema con ambizione e una visione precisa.

Tutt’altro peso storico accompagna invece l’ingresso dei The Crown. Quella di Francavilla è una delle tappe di ‘No Tomorrow – Farewell 2026’, l’ultimo giro di concerti con cui gli svedesi si preparano a chiudere trentacinque anni di carriera. La risposta del pubblico restituisce bene l’importanza del momento: il loro death metal melodico, attraversato da una robusta vena thrash, raccoglie consensi anche oltre la platea dei fan di lunga data. Non il semplice passaggio di un nome storico, dunque, ma uno degli ultimi incontri italiani con una band che ha contribuito a definire un capitolo importante del metal svedese.

Con i Mephistofeles il caldo sotto il tendone assume contorni quasi infernali. Intorno al trio argentino si era già creata una notevole curiosità, condivisa da un pubblico sorprendentemente trasversale: dai giovanissimi agli ascoltatori più navigati, compresi molti che li affrontavano per la prima volta. Il loro stoner doom torbido, pesante e profondamente sabbathiano esercita un richiamo immediato e bastano poche note perché il tendone continui a riempirsi. La temperatura è ormai difficilmente sopportabile, eppure nessuno sembra intenzionato ad andarsene. Il merito è di un suono denso e magnetico che avvolge e trattiene fino alla fine. Una delle prove più coinvolgenti della giornata, che conferma ancora una volta la sensibilità degli organizzatori nello scovare proposte meno prevedibili e nel collocarle al momento giusto all’interno del cartellone.

Dopo la prova sulfurea dei Mephistofeles, sul Main Stage è il momento del volto più visionario e mutevole del black metal norvegese: quello dei Dødheimsgard. Da tempo la loro musica rifiuta definizioni rigide, assorbendo elementi progressive, industriali ed elettronici senza smarrire la matrice estrema. Una presenza che dice molto sull’identità del Frantic, festival che anche nella scelta dei nomi più importanti continua a preferire artisti irregolari e difficili da addomesticare.

Gli Evoken trascinano invece la serata verso profondità completamente diverse. La storica formazione del New Jersey, reduce dal recente ‘Mendacium’, rallenta il tempo fino quasi a sospenderlo e oppone alla velocità dominante del festival la propria concezione monumentale del funeral doom. Stratificazioni, gravità, atmosfere soffocanti: non una semplice variazione di ritmo, ma un brusco cambio di temperatura emotiva.

Con i Venom Inc. il Main Stage ritrova il volto più diretto e primordiale del metal estremo. Il loro black ’n’ roll vive di riff ruvidi, attitudine old school e di un repertorio che mantiene saldo il legame. Al centro dello show c’è Tony “Demolition Man” Dolan, voce e basso, presenza carismatica e anello di congiunzione con l’eredità dei Venom. Sotto il palco si raccoglie uno dei pubblici più numerosi e partecipi della giornata, pronto a rispondere a ogni sollecitazione. Ne viene fuori uno show energico, solido e pienamente all’altezza delle aspettative. Da segnalare alla batteria l’apporto del roccioso Riccardo Spilli, musicista di lungo corso e drummer ufficiale del Balletto di Bronzo, chiamato in veste di turnista speciale dall’amico Tony.

I Wolfbrigade riportano la serata su coordinate feroci e immediatamente fisiche. Gli svedesi partono senza preamboli e sollevano un muro sonoro che sembra sul punto di travolgere l’intera area del festival. Il loro crust punk innervato di d-beat arriva compatto, brutale, senza mediazioni e si impone ben oltre lo spazio del Main Stage. A oltre trent’anni dalla fondazione, la forza d’urto è ancora impressionante: uno dei set più devastanti della giornata.

Ai Mayhem spetta inevitabilmente la chiusura simbolica del festival. A oltre quarant’anni dalla nascita, la formazione norvegese rimane un capitolo decisivo nella storia del black metal, ma continua anche a muoversi nel presente. Pubblicato nel febbraio del 2026, ‘Liturgy of Death’ ha aggiunto nuovo materiale a un repertorio che attraversa più di quattro decenni di mutazioni, fratture e ripartenze, ribadendo la volontà della band di non vivere soltanto della propria leggenda. Davanti al Main Stage il pubblico si fa via via più compatto, richiamato tanto dal peso storico del nome quanto dalla curiosità di vedere quale forma avrebbero assunto oggi i Mayhem dal vivo. Durante lo show l’attenzione resta altissima: c’è chi segue ogni passaggio con una concentrazione quasi rituale e chi si lascia investire dalla componente più fisica del concerto.
Sul palco, la vocalità teatrale di Attila Csihar diventa il fulcro di una performance dal carattere apertamente rituale, sostenuta dalla precisione di una formazione perfettamente rodata. L’impatto visivo è enorme e nulla sembra lasciato al caso: luci, scenografia e presenza dei musicisti concorrono a costruire uno spettacolo oscuro e imponente, all’altezza del ruolo occupato dai Mayhem nella storia della musica estrema. La risposta della platea contribuisce così ad amplificare la solennità del momento, trasformando l’esibizione in uno dei momenti più intensi e partecipati dell’intera giornata. Il risultato è potente sul piano musicale quanto su quello visivo. Ed è doveroso riconoscere, oltre alla prova della band, il lavoro di tutte le persone coinvolte nella produzione e nella gestione di uno show tanto complesso.
Una chiusura di grande peso, prima che agli Skitsystem venga affidata l’ultima, furiosa appendice live del festival.

È proprio mentre ci si avvicina alle ultime battute che comincia a farsi sentire quella strana malinconia che accompagna la fine dei festival dai quali non si vorrebbe andare via.
Perché il Frantic non è soltanto il suo cartellone, per quanto ricco e accuratamente costruito.
Sono tre giorni di musica vissuti in un clima disteso, accogliente e ormai familiare, è il posto in cui ritrovare amici che durante l’anno non si riescono mai a vedere, fare nuove conoscenze tra un concerto e l’altro e riconoscersi, ancora una volta, nella stessa comunità. Anche quest’anno l’organizzazione si dimostra impeccabile, affrontando un programma serrato senza sacrificare il carattere umano del festival.
È forse questa la sfida più difficile per una manifestazione che continua a crescere: diventare ogni anno più solida senza diventare impersonale. Quando iniziano gli ultimi concerti non sembra stia finendo soltanto una lunga giornata di musica, si sta sciogliendo quella piccola comunità che, per tre giorni, aveva trasformato il Tikitaka Village in casa propria.
E il Frantic, prima ancora di essere davvero finito, comincia già a mancare.

Galleria fotografica a cura di Federico Benussi.

Leggi di più su: Mayhem, Venom Inc..