Pelagic Fest day 1 @ Muziekgieterij, Maastricht, 28 agosto 2026
Il 04/09/2026, di Nicola Neso.
Recensire il Pelagic Fest è, potenzialmente, una manna per chi si occupa di musica dal vivo. La parte difficile viene quando si tratta di dover cercare un difetto a tutti i costi, perché d’altronde è anche questo il mestiere di chi scrive. E, dato che non ci sottraiamo alle difficoltà certo questa volta, proprio da lì sembra il caso di iniziare per levarsi di torno l’incombenza, verrebbe da dire, e poter poi parlare di tutto quello che resta di questo festival: tantissima musica e altrettanta qualità.
La scaletta è serratissima, forse anche troppo in un certo senso: cinque minuti di pausa tra una band e l’altra (venti band in due giorni, solo nel pomeriggio) sono forse un po’ risicati, anche contando che è necessario trasferirsi da un palco all’altro. Ma risulta tutto sommato trascurabile, tenendo conto del fatto che la varietà della proposta è molto ampia (e di conseguenza non tutto il pubblico segue tutte le performance), e su questo torneremo. In secondo luogo, inaspettatamente, la gestione delle luci. L’anno scorso si è trattato di una delle punte di diamante di questo festival: semplicemente impeccabili. Quest’anno, invece, un passo indietro: fumo, troppo fumo, e luci discutibili per buona parte delle performance hanno impedito una visione accettabile sul palco anche dalle prime file. Il che andrebbe anche bene, visto il genere musicale di cui stiamo trattando, che ha abituato il suo pubblico a scenari di oscurità e a tratti pura intuizione, o se ci limitassimo alle considerazioni tecniche dei fotografi sotto al palco (compreso chi scrive), ma smette di essere trascurabile se a lamentarsene è il pubblico stesso, che il concerto lo vorrebbe anche vedere oltre che sentire. E al Muziekgieterj i concerti si sentono bene, si sentono davvero. La qualità del suono è sempre a livelli stellari, l’esperienza d’ascolto è superlativa. Così come le sale concerti, progettate per chi ama la musica, senza compromessi.
La line-up della due giorni è a dir poco pazzesca, come da tradizione Pelagic, e fare un bilancio di quelle che sono state le prestazioni migliori non può che essere impresa complicata.
Ma chi scrive non è esente da preferenze, ovvio, e al cuore non si comanda -ci hanno sempre detto-, per cui non si può che partire dai padroni di casa.
Headliner della prima serata, The Ocean ritornano a calcare il palco a poche settimane dall’uscita del nuovo disco (previsto per fine settembre) e in formazione rimaneggiata dopo più di un decennio di relativa stabilità. Facciamo un passo avanti, alla mattina del secondo giorno di festival. Prima dei live, la band di Robin Staps ha organizzato una première per la stampa. Tra chiacchiere con la band e qualche domanda sul suo nuovo corso, ci è concesso il privilegio di ascoltare alcune tracce di un disco che si rivela all’altezza dei migliori capitoli delle varie ere del collettivo tedesco (‘Phanerozoic’, ‘Pelagial’, ‘Heliocentric’, ‘Precambrian’). Il nuovo ‘Solaris’ è monolitico nella solita potenza che contraddistingue parte del suono della band,ma al tempo stesso sfaccettato, sperimentale, a tratti prog, enigmatico, complesso. Difficilmente i fan resteranno delusi. E d’altronde l’ansia e l’attesa erano alle stelle: sostituire i componenti che hanno lasciato la band non era assolutamente facile. Forse, su tutte, la dipartita di Loïc Rossetti alla voce è stata quella più dura da digerire per i fan. Ma Staps, a memoria d’uomo, non si è mai affiancato alcun musicista che non fosse all’altezza. Ed Enrico Tiberi, marchigiano, alla voce è a dir poco eccezionale. È un animale da palco, si muove con una naturalezza tipica dei veterani da stadio, coinvolge il pubblico, è emotivo al punto giusto. La sua voce, a tratti più intonata di quella di Loïc (il quale aveva altre qualità, ovvio), sicuramente più tecnica, sfodera con disinvoltura cambi repentini dal clean al growl potente senza perdere un colpo. Ad affiancarlo, alla voce, Lane Shi. Performer e cantante, ha da poco pubblicato il disco del suo progetto solista proprio con Pelagic, e porta nella band tedesca tutta la sua carica di improvvisazione e imprevedibilità. Voce pulita e melodica, acuti strazianti. L’armonia tra i due è palpabile. Alla chitarra fa il suo ingresso nel collettivo anche Marco Gennaro, calabrese. Preciso, a volte quasi virtuoso, si inserisce perfettamente nelle complesse trame dei pezzi storici e contribuisce fortemente agli acustici e armonici del nuovo disco. Alla terza chitarra una vecchia conoscenza della Pelagic records: Emmanuel Jessua è la mente degli Hypno5e, band francese imprescindibile e geniale che non ha sbagliato una sola pubblicazione in due decenni di carriera. L’impronta prog è (anche) sua, e si sente tutta. Dietro le pelli ha fatto invece un esordio molto più che sicuro Jordi Farrè, e i nuovi pezzi funzionano come se li suonassero da una vita, e l’esibizione dei The Ocean scorre come scorrono tutti i loro concerti: troppo velocemente, e in maniera impeccabile. Poco prima sul palco erano saliti i Wheel. La band finlandese ha scatenato il pubblico: estremamente scenici, potenti, pieni di groove ma pure complessi nei passaggi più prog. Una sicurezza.
La parte più pesante della prima giornata del festival è passata dai riff di due band che hanno spettinato il pubblico della sala piccola. I belgi Predatory Void sono una creazione del chitarrista Lennart Bossu (Amenra) e mischiano un violentissimo post-metal contaminato da post-hardcore e black metal, e una spolverata di shoegaze pesante, coronati dalla voce angosciante di Lina R. Gli svizzeri Abraham, invece, sono votati a un’impronta più sperimentale e sludge, dissonanti e corrosivi, in cui dei riff oppressivi fanno da sfondo alla voce disperata del batterista Dave Schlagmeister.
Nella sala grande si alternano invece due gruppi più puramente post-rock pesante, entrambi con arrangiamenti molto orchestrali. I fiati dei norvegesi Spurv e il violoncello degli svedesi EF toccano corde molto intime ed emotive, con arrangiamenti sontuosi e delicati al tempo stesso. Due performance estremamente sentite -ne è prova il religioso silenzio del pubblico-, sinfonici e poetici.
L’alt-rock/metal dei nord-irlandesi Preyrs, oscuro e goth, velato di industrial, con la voce bipolare della cantante Amy Montgomery (da eterea a rabbiosa nel volgere dello stesso pezzo), e il progetto Red Dwarf Star di Coley Dennis (Maserati) sospeso tra alt-rock, post-hardcore e pop immersi in una certa malinconia, avevano invece inaugurato la sala piccola nel pomeriggio. Da notare anche la prestazione eclettica degli Aiming for Enrike, entrati all’ultimo nella line-up per sostituire i Som, a cui è spettato il compito di introdurre i padroni di casa The Ocean. Un onere per nulla semplice, ma portato a termine alla grande con una performance che sfugge a ogni definizione di genere per questo duo potente e innovativo, tra la forza della batteria di Karlsen e la gigantesca pedaliera e loop station di Nilsen.
È pur vero, infine, che per dovere di cronaca siamo partiti dai “difetti” di questa edizione del Pelagic Fest: ebbene, non ci torneremo più, perché tutto il resto è perfetto e questa prima giornata si è chiusa alla grande, in attesa della seconda tornata di live di domani.
Galleria fotografica a cura di Nicola Neso.