Judas Priest + Nevermore @ Pordenone, Parco San Valentino, 3 settembre 2026
Il 06/09/2026, di Alex Ventriglia.
I Judas Priest, e questo avviene già da qualche anno, hanno stabilmente inserito l’Italia nella lista dei loro Paesi favoriti, stando alla regolarità con cui la storica formazione britannica ormai “azzanna” i nostri palcoscenici, rinnovando una familiarità che forse non c’è mai stata se non negli ultimi tempi. Non fa quindi nessun difetto neppure questo Faithkeepers Tour 2026, con dentro quattro date italiane bene assortite, alcune delle quali a battere località non ordinarie, come per esempio la data del 7 settembre alla Fiera del Levante di Bari, oppure quella conclusiva, la performance romana del 9 all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, precisamente alla Cavea, uno spazio concerti che nella Capitale sta prendendo sempre più piede presso gli appassionati dei concerti dal vivo.
Ad ospitare la prima data della tournée italiana, l’incantevole Pordenone e il suo bellissimo e funzionale Parco San Valentino, una location che in tempi recenti ha aperto al metal e al rock in generale, e che, vista la vicinanza, attira pubblico anche dall’Austria e dalla Slovenia. C’era la folla delle grandi occasioni in Friuli, con una foltissima presenza di fans storici, a ribadire sia il senso di appartenenza che l’unicità di una band come i Priest, in circolazione da cinquant’anni e tra gli ultimi baluardi di una scena rock mondiale che, ahinoi, è sempre più prossima alla fine. Ragion per cui, oggi più che mai, è stato fondamentale esserci, soprattutto perché, a differenza di alcuni loro colleghi anche illustri che qualche colpo purtroppo iniziano a perderlo, i Judas Priest e il loro simbolo e nume ispiratore, Rob Halford, sanno ancora “strapparti la pelle” di dosso, con una qualità che è innata in tutti coloro che hanno scritto pagine indelebili di Storia, ma che, a volte, non riescono a preservarla. Vuoi per la line-up finemente ritoccata nei punti giusti o per un Halford che non smette mai di stupire per la sua voce cristallina e potente, il Sacerdote di Giuda è tuttora un’autentica macchina da guerra, di certo non un fenomeno da baraccone tirato su per compiacere gli inguaribili nostalgici dei tempi (gloriosi) che furono.
Al loro fianco, a rendere decisamente più indovinato e accattivante il Faithkeepers Tour, i redivivi Nevermore che, trainati dalla coppia storica Jeff Loomis / Van Williams, si sono presentati con una novità eclatante come il singer Berzan Önen, uno che, stando a quanto si è potuto appurare, mi vien da pensare che si sia letteralmente “mangiato” la concorrenza, perché non credo che in circolazione esista un altro cantante di tale livello! Nato trentanove anni fa a Istanbul, insegnante di canto, una carriera spesa a fare gavetta nell’underground e una passione sfegatata per il metal, con un occhio di riguardo verso i Nevermore e i suoni americani in generale, questo è “in soldoni” Berzan Önen, il quale ha ammutolito la platea friulana con una performance vocale a dir poco superlativa, a partire dall’opener ‘Narcosynthesis’ che ha messo subito in chiaro il perché la band di Seattle abbia puntato fortemente sul nerboruto Berzan, che tiene il palco con grande nonchalance e ha quella determinazione giusta per carbonizzare qualsiasi ambizione. Ovvio pensare a un nuovo, devastante album marchiato Nevermore, sedici anni dopo l’ultimo ‘The Obsidian Conspiracy’ e a quasi due lustri dalla tragica scomparsa di Warrel Dane…
Una band quella dei Nevermore che, pensateci bene, in fondo ha suonato poco più che una dozzina di concerti in Italia, ma che ha saputo conquistare immediatamente il pubblico tricolore, merito di album che, possiamo dirlo, erano quasi sempre dei capolavori, ma specialmente per via di una grande familiarità con il nostro Gods Of Metal; per non parlare dell’Evolution Festival che si tenne all’Ippodromo di Firenze, e qui ne potremmo raccontare di cotte e di crude su cosa combinarono Warrel & Co. quella notte in riva all’Arno… Una band che, tornata dopo quindici anni sui nostri palchi, ha smosso una passione enorme, oltre che stuzzicare quella curiosità lecita, mossa a capire la stoffa di colui che si era caricato il peso di sostituire un frontman tanto amato, quanto “difficile” da rimpiazzare, come è appunto stato l’ex vocalist dei Sanctuary, non solo a Pordenone e durante gli show di spalla ai Priest, ma anche e soprattutto nella data in solitaria al Live di Trezzo sull’Adda, dove il pubblico, quasi incredulo, è stato spazzato via, dalla veemenza e dalla ritrovata “killing attitude” messa in pratica da Loomis, Williams e dal prorompente Berzan Önen.
Con tali premesse e un entusiasmo che, frizzante, si respirava nella notte di Pordenone, l’evento si è potuto compiere, pienamente, nel nome dei Metal Gods per eccellenza, i quali, partiti sull’onda dell’intro ‘War Pigs’ (che misera cosa sarebbe stato l’Heavy Metal se non fosse passato da Birmingham…), hanno mostrato i muscoli, alzando il tiro e chiamando a sé i primi, grandi classici, dall’iniziale ‘You’ve Got Another Thing Comin’’ a ‘Breakin’ The Law’. Con ‘The Ripper’, fenomenale brano estratto dal capolavoro ‘Sad Wings Of Destiny’ (uno degli album che compongono il mio personale podio, per quanto riguarda i Judas Priest) e che era più di un lustro che non appariva regolarmente nella live setlist della band, non si è trattato solo di una dedica alla morbosa figura di Jack lo Squartatore, ma è stato tanto di più, in questo viaggio temporale che ha toccato diversi opposti, da ‘The Sentinel’ unico pezzo dell’epocale ‘Defenders Of The Faith’ a ‘Steeler’, brano portante di ‘British Steel’, da ‘Desert Plains’ dell’eccezionale ‘Point Of Entry’ (guai a chi ancora lo considera un episodio minore, nella sconfinata discografia della formazione di Birmingham!) a ‘Delivering The Goods’, altra grande sorpresa della serata, canzone tra le più belle di ‘Killing Machine’ e che, incredibile a dirsi, è stata sempre riproposta pochissime volte dal vivo! Che aggiungere poi del gruppo, se non che gira meravigliosamente bene, dalla sezione ritmica sempre rocciosa e precisa (trovatemi voi una coppia più affidabile di quella composta da Ian Hill e Scott Travis…), a Richie Faulkner che, sinceramente, mi sono stufato di veder considerato alla stregua di una semplice e banale controfigura dopo quindici anni che fa parte della band, ma che è invece ormai un valore imprescindibile, fino al chitarrista Andy Sneap, il quale è oggi forse il vero collante dei Judas Priest, senza naturalmente tralasciare Sua Maestà Robert John Arthur Halford, il simbolo, l’elemento distintivo, l’essenza più reale di questa band che, cinquant’anni or sono, forgiò nel fuoco l’Heavy Metal. Esattamente come lo intendiamo noi, come noi lo vogliamo, in tutto e per tutto. Un vocalist che possiamo definire “mitologico”, il quale si fa beffe dell’anagrafe e alla pensione ci sputa sopra soltanto all’idea, uno che si è divertito dall’inizio alla fine, ha fatto tutte le smorfie possibili e immaginabili, senza contare tutto il campionario di sorrisi, braccia e corna alzate al cielo, ma soprattutto una voglia interminabile, irrefrenabile di stare sul palcoscenico, palcoscenico che, e non è cosa da poco, ha abbandonato per ultimo, non smettendola più di ringraziare i suoi fedelissimi. Cosa vogliamo dire a un uomo del genere, a un performer di tale calibro che ha dedicato tutto sé stesso a questa musica, e che continua a farlo, forse a dispetto dei santi, ma non di sé stesso, e di tutto ciò in cui crede. Per quanto mi riguarda, senza voler continuare in una sterile lista, con ‘Victim Of Changes’ ed ‘Hell Bent For Leather’ più relativa “sgommata” in Harley-Davidson, si è chiuso un concerto grandioso. Come succede sempre, come forse è più di un lustro che accade, al cospetto dei Judas Priest si materializza un concerto da tramandare ai posteri: è prassi che ci siano costantemente loro di mezzo, questi posteri ormai “proverbiali”…
Servizio fotografico a cura di Federico Benussi