Fear Factory + Crystal Lake + Hate @ Orion, Ciampino (RM), 26 settembre 2026
Il 10/10/2026, di Aleksandra Katarina Klepic.
A volte la strada giusta è quella che non si può controllare; la casualità non ha logica né assegna un premio a chi si coinvolge più emotivamente, poiché anche solo un dettaglio può rendere speciale un’occasione, in questo caso un’intera giornata.
Mi sto riferendo alla trasferta nella Capitale dello scorso sabato, con gli amici di sempre, immaginata inizialmente come una giornata programmata sin dal mattino in giro con sosta in qualche ristorante, continuando i giri fino alla sera in cui si sarebbe incoronato tutto col concerto di uno dei nostri gruppi del cuore, invece per imprevisti abbiamo deciso di andare solo al live. Siamo partiti dall’Abruzzo convinti di avere tutto il tempo del mondo ma il Grande Raccordo Anulare ci ha ricordato che a Roma il tempo non si possiede, si concede. Una colonna ferma, i minuti che scivolavano via sul display del cruscotto e nella testa lo scenario peggiore, arrivare a giochi fatti, con la prima band sicuramente già sparita e per quanto mi riguarda, una mancanza per il mio racconto – oltre alle imprecazioni -. Quando finalmente abbiamo raggiunto l’Orion a Ciampino, la sorpresa è stata di quelle che sciolgono i nervi: gli americani The Nocturnal Affair non erano saliti affatto sul palco, fermati da un piccolo incidente, e quindi non avevamo perso niente. Il sollievo è stato fisico, con una risata liberatoria davanti all’ingresso, come dei ragazzini che l’avevano scampata.
La sala ci ha accolti pochi minuti prima che iniziasse ad esibirsi il “secondo gruppo”, quindi il primo ufficiale: la discoteca si sviluppa verso il basso, tipo un anfiteatro di gradoni con il palco al centro, un colosso di cemento e luci in cui ogni livello guarda verso il punto in cui si concentra tutto. La conseguenza pratica è stata che da qualsiasi posizione si vedesse e si sentisse bene, senza dover lottare per un angolo di visuale, e la squadra del mixer ha sfruttato questa architettura con un lavoro da artigiani, restituendo per tutta la serata un suono estremamente nitido. A Roma, anche a fine settembre e anche a sera inoltrata, ha fatto un caldo incredibile, e dentro una sala che andava riempiendosi fino a sfiorare il tutto esaurito la temperatura è salita di conseguenza. Eppure, per tutto il tempo, nessuno si è staccato dalla musica: lo show è stato talmente ipnotico da tenere il pubblico attaccato all’interno, e il cortile all’aperto riservato ai fumatori, che in condizioni normali sarebbe stato il rifugio naturale per respirare un po’, è rimasto quasi deserto fino alla fine delle esibizioni.
Gli Hate hanno aperto il programma suonato. Il progetto è nato a Varsavia nel 1991, e dal palco si è capita subito l’appartenenza alla scuola polacca di death blackened che ha avuto nei Behemoth il suo vertice internazionale. La somiglianza con i Behemoth è stata evidente: i riff ampi e solenni, la voce glaciale, la batteria che alternava blast e rallentamenti rituali, l’impostazione quasi liturgica dell’esibizione. In sei brani, in un set di tre quarti d’ora, hanno mostrato mestiere e compattezza. Più che una novità è stata una lezione di fedeltà a una tradizione, e la sala ha risposto con rispetto.
Il cambio di scena è stato netto con i Crystal Lake che hanno portato sul palco la scena estrema giapponese nella sua versione più feroce e inaspettata, con un impianto che flirta apertamente col deathcore: breakdown pesantissimi, ritmiche spezzate, chitarre accordate bassissime, elettronica usata come lama oltre che come decorazione, che a Tokyo ha trovato terreno fertile e che oggi dialoga alla pari con le cugine americane del filone, da Lorna Shore a Thy Art Is Murder. Alla voce c’era PK, il nuovo cantante coreano, che ha retto il peso dell’esibizione con una presenza fisica impressionante; prima dell’ultimo pezzo la band ha chiesto di accendere i telefoni e dai gradoni è venuto fuori un campo di lucine al posto degli accendini di un tempo, una tregua emotiva dentro il massacro, mentre il pubblico romano, che non conosceva a fondo tutti i brani, si è lasciato trascinare.
Poi, dopo qualche minuto di attesa col logo dei Fear Factory esposto sul palco, è arrivato il momento che la sala aspettava, e va detto senza giri di parole: è stata la serata di Milo Silvestro.
Il cantante italiano ha affrontato uno dei compiti più ingrati del metal contemporaneo, cioè sostituire Burton C. Bell, e lo ha fatto con una padronanza che ha zittito ogni scetticismo, tenendo con precisione le linee pulite, con un canto freddo e quasi robotico – che è la firma della band – e dando al growl il peso giusto; davanti a un pubblico che lo sentiva suo, è stato la superstar assoluta, accolto con il calore che si riserva a un figlio di casa, dall’alto dei gradoni fino sotto il palco. Non ha cantato da solo, perché accanto a lui c’erano frammenti di storia vera: Dino Cazares, unico membro originario rimasto, con le sue chitarre a corde grosse e quei riff a cavalcata che sono un marchio di fabbrica, Tony Campos al basso e Pete Webber alla batteria, degno erede di Herrera. Insomma una sezione ritmica che ha lavorato come un pistone e, a detta di chi li aveva già visti live in passato, ha assolutamente mantenuto gli standard.
La scaletta ha ripercorso l’intero arco della band, da ‘Soul of a New Machine’ del 1992 facendo esplodere la sala, fino ad ‘Archetype’, poi un altro passo indietro con il capolavoro ‘Demanufacture’ e le hit ‘Zero Signal’ ‘Replica’ e ‘Resurrection’ da ‘Obsolete’ del 1998 a chiudere il cerchio. Cantare tutto questo davanti alla propria gente, con una storia così pesante sulle spalle, è stata una prova durissima, e il buon Milo l’ha superata a testa altissima; la quantità spropositata di “Daje Milo” urlati nel corso dell’esibizione probabilmente ne è stata la conferma. È stata un’esplosione unica di grinta ed energia sia da parte del pubblico – ricco di nostalgici che conoscevano a memoria i testi dei brani – sia da parte della band, mai ferma o rallentata, che ha fatto porre il dubbio su come sarebbero arrivati in forma, o perlomeno integri, il giorno successivo al Metalitalia Fest, ma d’altronde a Roma non si sarebbero potuti assolutamente contenere.
Siamo usciti sudati ma soddisfatti; il traffico che ci aveva rovinato il pomeriggio era già ampiamente dimenticato, a differenza dei video che invece saranno riguardati a oltranza e difficilmente dimenticati.
Galleria fotografica a cura di Tommaso Notarangelo.