For the Storms- Losing What’s Left Of Us
Il 04/11/2025, di Nicola Neso.
Gruppo: For the Storms
Titolo Album: Losing what's left of us
Genere: Doom Metal, Post Metal, Post Rock, Post Rock/Metal
Durata: 67 min.
Etichetta: Meuse music records
I bresciani For the Storms si sono affacciati sulle scene nel 2019 e dopo ‘The grieving path’ sono tornati con un nuovo disco nel 2024. Chi scrive ha deciso di recensirlo, con colpevole ritardo, dopo aver sentito recentemente il quintetto lombardo in versione live, una prestazione degna di grandissima nota, ai Giardini Sonori di Piacenza grazie all’organizzazione di “Dappertutto”. Intensi, oscuri, rabbiosi, decisamente pesanti (sia per il sound che per le tematiche), coinvolgenti: questi ragazzi meritano grande pubblico e grandi palchi, e riascoltare ‘Losing what’s left of us’ lo riconferma appieno. In formazione stabile dopo varie vicissitudini alla batteria, sembrano aver trovato finalmente pace con l’inserimento di Roberto Castignola dietro le pelli, che ha sostituito Leonardo Zizza. Belotti canta e si contorce con il suo growl profondo, Pierani e Belleri disegnano spirali ed ellissi allucinanti alle chitarre, Albini e (appunto) Castignola, cadenzano la marcia verso l’abisso alla sezione ritmica.
Il disco si apre con la travolgente e sostenuta ‘Dogma’, pezzo ipnotico, circolare, e a spirale, caratterizzato da una monotonia ossessiva specchio di una gabbia di pensieri ricorrenti difficili da esprimere, su cui Belotti sfodera un growl impressionante. La traccia verte su una riflessione sul dogma del tempo e su come esso modifica l’essere umano, che lo attraversa e ne viene attraversato mentre si sgretola la “menzogna primordiale” sulla quale si costruisce la sua presunta invulnerabilità. ‘Regret’, profonda riflessione sul peso delle proprie azioni ed errori, e sul rimorso, rallenta il ritmo su una linea prettamente doom, si prende una lunga pausa armonica di chitarre arpeggiate e riesplode lentamente verso la fine in un grido disperato di domande senza risposta incalzate da una sezione ritmica pesantissima. Lo struggente intermezzo di piano ‘Ghosts’, rilancia la successiva ‘Closures’, anch’essa aperta da un piano di sottofondo a un lungo pezzo parlato, che apre la strada a un più complesso intrico di ritmiche doom e melodie tipicamente post-rock e post-metal con chitarre che si rincorrono e una voce straziata che riflette il dolore della perdita e della nostalgia. La title track, forse la traccia migliore del disco, è invece un pezzo lungo e complesso in cui, a seguito di un inizio funereo e desolante, si scontrano le armonie quasi luminose della chitarra solista, con una sezione ritmica che invece intrappola e tira verso il basso, verso l’oscurità, L’andamento è incalzante, interrotto da un intermezzo riflessivo, e successivamente riprecipita nel dolore e nel buio finale. All’intro elettronico di ‘Fragment’ segue immediatamente un momento di furia cieca che rientra a breve nel solito, opprimente, giro di chitarre oscuro e martellante dai toni quasi black, seguito da una parentesi post-metal e nuovamente elettronica. Il secondo intermezzo del disco, ‘May the emptiness you carry bring some comfort when you’re gone’, incentrato su un dialogo melodico-armonico di basso e chitarra, introduce ‘The void below’, un pezzo sospeso, proprio come il titolo suggerisce. A pochi centimetri dal baratro, l’alternanza accentuatissima tra momenti di tensione e rilassamenti melodici sembra quasi suggerire l’incertezza tra il rimanere a lottare con se stessi, il mondo e la vita sul bordo dell’abisso, o il lasciarsi andare a un vuoto senza più pensieri. La chiusura, con ‘Nepenthe (to watch myself drown)’ ripete lo schema dell’intero disco, l’alternanza di spiragli di luce e abissi di oscurità, e favorisce una riflessione: qualsiasi sia il modo di ascoltare questo disco ci sono due possibilità per viverlo. Musicalmente parlando si tratta di una coesione quasi perfetta ed estremamente bilanciata di sprazzi salvifici e distruzione: il concept dei For the Storms non suggerisce all’ascoltatore quale delle due sia la strada giusta per fare i conti con se stessi, anche se chi scrive, in questa opera estremamente complessa e interessantissima dal punto di vista concettuale non meno che da quello musicale, vede più oscurità che speranza. Questa capacità di giocare sul filo delle emozioni e della loro risoluzione personale, fa di questo disco un’opera che necessita di essere ascoltata più volte per risultare compresa e assimilata nel modo giusto, anche se da un punto di vista della mera esecuzione (nonché dell’interpretazione delle varie influenze stilistiche che vanno dal doom al post-rock al post-metal, a qualche strizzata d’occhio al black e allo sludge) si intuisce subito che si tratta di qualcosa di grande, che senza dubbio pone questi talentuosi bresciani tra le migliori band italiane in assoluto del panorama post, assieme ai (pure loro bresciani) Sunpocrisy e ai romani Otus.
Tracklist
1- Dogma
2- Regret
3- Ghosts
4- Closures
5- Losing what’s left of us
6- Fragments
7- May the emptiness you carry bring some comfort when you’re gone
8- The void below
9- Nepenthe (to watch myself drown)
Lineup
Nicola Belotti- Voce
Fabio Pierani- Chitarra
Federico Albini- Basso
Diego Belleri- Chitarra
Roberto Castignola- Batteria