Testament – Para Bellum

Il 07/11/2025, di .

Gruppo: Testament

Titolo Album: Para Bellum

Genere:

Durata: 50:28 min.

Etichetta: Nuclear Blast Records

79

Per un recensore, la “sindrome da foglio bianco” resta sempre un momento da superare, il più velocemente possibile. Spesso la si aggira con alcuni sparuti appunti che vuoi o non vuoi costituiranno l’ossatura dell’articolo, ma l’incipit può rappresentare un problema anche con l’esperienza. Ecco, nel caso dei Testament quello che sento di segnalare al mio personale ruolino è il fatto di essere dinanzi a una vera e propria “prima volta”. Già, non avevo mai recensito un album di Chuck Billy e soci prima d’ora, eccezion fatta per l’articolo commemorativo del trentennale di ‘The Ritual’ – ma quella è un’altra storia, lo sappiamo tutti che con il proverbiale “senno di poi” si è pressoché al sicuro dagli istinti del momento.
Al di là del fatto di aver pubblicato l’album precedente nel pieno della pandemia, di aver vissuto un’idilliaca nuova luna di miele con Lombardo che poi si è bruscamente interrotta lasciando spazio al nuovo innesto Chris Dovas, nonché di aver trascorso gli Anni Dieci a rimarcare il proprio passo pesante nel panorama del thrash metal “che conta”, il motivo per cui i Testament sono spesso sulla bocca di tutti ricorda più una bozza di risoluzione ONU che altro: l’incessante richiesta da parte dei fruitori della Rete di ammettere i Testament nei Big 4, un’istanza portata avanti su binari paralleli. Il primo, chiedendo l’allargamento dei Big 4 ai Big 5, quasi fossimo dinanzi alle cicliche istanze di allargamento del Consiglio di Sicurezza di cui sopra, o all’evoluzione della politica italiana negli anni della Prima Repubblica. Il secondo, chiedendo la defenestrazione di uno dei 4 (solitamente gli Anthrax) al fine di preservare la qualità, la potenza e il buon nome del thrash metal, a scapito di chi non sarebbe degno di rappresentarlo. Insomma, l’ennesima conferma che certa gente non ha molto da fare, nella vita.
Se me lo chiedete, i quattro gruppi thrash più importanti sono appunto i Big 4; poi, chiaro che il mio cuore vada verso i Voivod e verso la scena europea, per non parlare dell’indiscusso valore dei BRICS della situazione, di cui i Testament fanno parte più che a buon diritto. Autori di due dischi dal valore incalcolabile nell’87 e nel’88, i Nostri hanno però iniziato a mostrare segni di cedimento in un momento in cui l’impeto giovanile avrebbe dovuto portare a tutt’altro. Ciò non gli ha impedito di scrivere altri due album di grosso calibro in momenti diversi della loro carriera, come il mai troppo amato (in alcuni ambienti) ‘Low’ e soprattutto il devastante ‘The Gathering’, ma soprattutto di mettere a punto una formula che è per molti un golden standard e che ha fatto della riconoscibilità il suo aspetto migliore.
Fatte le dovute premesse, non mi resta che dire che ‘Para Bellum’ è decisamente un buon disco: in un panorama musicale in cui si stenta a trovare rinnovamento e ricambio generazionale da parte di determinate frange, è anche vero d’altro canto che riusciamo ad apprezzare meglio determinati gruppi che contestualmente tendono a invecchiare come il proverbiale vino buono. Magari non è il mio disco thrash dell’anno (palma che va decisamente altrove, nel Vecchio Continente per essere precisi), ma riesce a far decisamente vibrare determinate corde che sono quello che contano, alla fine. Nello specifico, la passione di Peterson per le estremità sonore può essere piuma (aggiungendo colore alla formula) o può essere ferro (snaturando eccessivamente la formula di cui sopra), tanto che la lezione di Mario Brega può accompagnarci per tutte e dieci le tracce qui presenti.
Ecco che l’assalto frontale e a testa bassa dell’opener ‘For the Love of Pain’ vede il nostro mentore nei panni di Augusto armato di olive greche dinanzi al malcapitato Sergio, per non parlare delle atmosfere eccessivamente NOLA / Texas / casa Abbott di ‘High Noon’, che trasuda talmente tanto southern metal da far rimettere ancora una volta in discussione la geografia degli Stati Uniti, confondendo Bay Area e Golfo del Messico, con il sornione Brega a doppio cinturone che stavolta affianca Gian Maria Volonté. Non intendo con questo dire che l’innovazione non sia d’uopo, anche perché paradossalmente l’HM classico intriso del tipico stoner di matrice COC di ‘Nature of the Beast’ funziona molto meglio, grazie non a caso anche al cantato di Chuck Billy, qui melodico e adeguato all’ambiente sonoro; per non parlare del gradito flavour hard/boogie che emerge sul finale di ‘Witch Hunt’ (che sembra diventato ormai l’argomento preferito dei vecchi thrashers, come Megadeth e Metallica nei rispettivi ultimi album) che si inserisce in un impianto sonoro fatto di riff serrati e piacevolmente “estremi”, in cui è la Sora Lella a beneficiare della mano del nostro mentore, anche perché sentiamo finalmente emergere uno dei nostri solisti preferiti – e non è poco!
Il valore dei Testament, com’è noto, si gioca da sempre nel delicato equilibrio tra Peterson e Skolnick, di cui è testimonianza ‘Infanticide A.I.’ con le sue atmosfere reminiscenti di ‘The Gathering’, con quell’attenzione al pieno e al vuoto e con un inizio drammatico che vale già tutto il brano. I maligni diranno che sembra una ‘Down For Life’ troppo condita, ma non voglio essere così estremista. Peccato per la poca capacità di sintesi dimostrata sulla successiva ‘Shadow People’, per il resto cadenzata e davvero efficace. Già che ci siamo, un capitolo a parte merita l’inclusione di una ballad in tracklist, scelta legittima che stavolta non ha i picchi di ‘Return to Serenity’ o ‘Trail of Tears’, ma permette comunque di usufruire della timbrica tenebrosa e profonda di Billy, anche se il buon Skolnick non può fare a meno di citare la risoluzione dell’intro della celebre ballad di ‘The Ritual’ in apertura. Un pezzo costruito su una continua creazione di climax che forse avrebbe beneficiato di un bell’assolo del Nostro per sfociare davvero e renderci pienamente soddisfatti, in luogo della twin guitar lead che accompagna un finale alla ‘Europa 3’ dei Timoria.
Se pensate che il tutto si esaurisca nelle disquisizioni sulla ballad, fareste meglio ad apprezzare la parte bassa della tracklist, con le atmosfere inusuali di ‘Room 177’, che ci ricordano alla lontana quelle di ‘A Day of Reckoning’, con ‘Havana Syndrome’ che si muove a metà sull’impatto semplificato di matrice ‘The Ritual’ e sul piglio di complessità di ‘Practice What You Preach’, o con la curiose variazioni ritmiche della title track, che ci restituiscono il pieno valore del nuovo acquisto dietro le pelli.
Al netto delle tendenze estreme dei senatori del gruppo, della malcelata missione skolnickiana di portare la fusion nelle case degli headbangers e della presenza negli ultimi anni di una sezione ritmica sempre notevole al di là di chi sieda dietro le pelli, sia che siate nuove leve o appassionati in cerca di “quel” guizzo direttamente dalla Baia, non mi resta che augurarvi buon ascolto! Sotto l’occhio attento del Mario nazionale, ci mancherebbe…

Tracklist

01. For the Love of Pain
02. Infanticide A.I.
03. Shadow People
04. Meant to Be
05. High Noon
06. Witch Hunt
07. Nature of the Beast
08. Room 117
09. Havana Syndrome
10. Para Bellum

Lineup

Chuck Billy: vocals
Eric Peterson: guitar
Alex Skolnick: guitar
Steve Di Giorgio: bass
Chris Dovas: drums