Maneaters – Crave
Il 03/02/2026, di Francesco Faniello.
Gruppo: Maneaters
Titolo Album: Crave
Genere: Alternative Metal, Punk
Durata: 21:56 min.
Etichetta: Autoprodotto
C’è quel film di Michele Placido con soggetto di Domenico Starnone, Del perduto amore, che mette a nudo più di un aspetto sulle difficoltà affrontate da chi, in anni lontani, voleva occuparsi della cosa pubblica in una posizione percepita come subalterna dai più. È così che Liliana – il personaggio principale magistralmente interpretato da Giovanna Mezzogiorno – si trova ad affrontare non solo l’opposizione dei suoi avversari ma anche il malcelato ostracismo di coloro che dovrebbero teoricamente esserle alleati, e a cui dedica un passaggio accorato in un comizio che le è fatale, in un atto sacrificale che ricorda quello che si sarebbe consumato una trentina d’anni dopo, con ben altra platea.
Bene, la Bari delle Maneaters non è né la Daunia che ha ispirato i fatti narrati nel film né la Basilicata che ha fatto da set efficacissimo per le riprese, ma questo lo sappiamo già. Così come sappiamo che le Nostre hanno una carriera che va avanti da più di un quindicennio, puntellata da dischi e soprattutto infuocate performance live che ricordano a un tempo quelle delle riot grrls a stelle e strisce e quelle della sempiterna Kim Gordon, senza dimenticare i seminali contributi al punk tout court offerti da vari predecessori nella città (e provincia) d’origine.
Insomma, gli anni ’50 narrati da Placido e Starnone sono finiti da un pezzo, e ciò che oggi appare con forza rispetto ai tempi di ‘Ugly Dirty Evil’ in cui avevo lasciato le Maneaters (in mezzo, un album del 2018 dal titolo ‘Ordinary Bitch’, che definirei “di ordinanza” se non rischiassi di risultare ridondante) è la maturità con cui il trio (nato come quartetto) affronta le atmosfere trattate, sgrossando la formula dalla pur pesante eredità dell’ultimo trentacinquennio in musica. Buona parte del merito è dovuto alla graffiante timbrica vocale della bassista Miriam Maiorano, che non manca di disegnare scenari voluttuosi ma dalla valenza a doppio taglio per l’ascoltatore, a partire dalla sbilenca opener ‘Superficial Super Baby’ fino all’incalzante title track, con ‘Sore’ che paga il giusto tributo alle suggestioni desert/stoner che avevano già fatto capolino negli episodi a doppia voce del platter precedente.
Tanto per dirne una, sull’attacco di ‘Spaces’ avevo per un attimo pensato di aver lasciato in riproduzione il mio CD dei Solitude Aeturnus, per poi entrare nell’ottica di un sostrato sonoro che mescola le oscurità dell’horror rock alla psichedelia grungettona, senza lesinare un approccio rozzo e punkeggiante che costituisce il marchio di fabbrica delle Nostre. Chiaramente, l’episodio è la dimostrazione di quanto nulla sia come sembra a prima vista nella formula delle Maneaters, con un ingrediente di volta in volta diverso messo qua e là a sparigliare le carte del tavolo verde dei presunti critici e analisti. È la successiva ‘Once Upon A Lie’ a rimettere in pari le coordinate care alla già citata frontwoman dei Sonic Youth, con la singer che sembra fare a brandelli i nostri timpani per poi seguire l’onda lunga del noise, qui governato a misura di un approccio che mescola la tradizione grunge con l’alternative metal più tondeggiante.
Se sia quella dell’EP la dimensione ideale per l’urgenza comunicativa del trio barese è presto per dirlo: quel che è certo è che che il loro foxcore segue coordinate sempre più personali e convincenti, con gradite incursioni in atmosfere dalle tonalità sempre più oscure. E questo non può che essere un bene.
Tracklist
01. Superficial Super Baby
02. 74
03. Spaces
04. Once Upon A Lie
05. Sore
06. Crave
Lineup
Miriam Maiorano: basso, voce
Alessia Amendolagine: chitarra
Teresa Milani: batteria