Skold – Caught In The Throes

Il 12/02/2026, di .

Gruppo: Skold

Titolo Album: Caught In The Throes

Genere:

Durata: 56:38 min.

Etichetta: Metropolis Records

67

Il polistrumentista svedese Skold, all’anagrafe Thim Sköld, è in un periodo così prolifico da abituarci ormai ad una pubblicazione all’anno. ‘Caught In The Throes’ giunge infatti a due anni dal precedente lavoro solista ‘Seven Heads’ (recensione QUI), e ad uno solo dalla collaborazione del nostro con Love Ghost che portò all’album ‘Love Ghost X Skold’ (recensione QUI). Ovviamente il materiale, a differenza di quest’ultima release, come da abitudine torna ad essere prettamente industrial Metal: quell’industrial popeggiante/graffiante quasi “spoglio” nell’elettronica, che vuol lasciare traccia nella sua malinconia e nella voce sabbiosa del nostro, in un intento più introspettivo che esplosivo (l’opener ‘All The $ In The World’, ‘Cold As Ice’). In ‘=’s (Private Libertine)’ interessante è il mescolarsi di industrial con un’elettronica ottantiana che non può che richiamare a Depeche Mode e Propaganda, mentre i crescendo di ‘House Of a Thousand Lies’ e ‘The Great Theatricality’ viaggiano dai Rammstein al Marilyn Manson post ‘The Golden Age Of Grotesque’ (2003). E credo sia proprio quel periodo del Reverendo che più si riscontra nelle soluzioni di Skold, con la differenza di una ricerca elettronica più profonda e di nicchia, anche se è indubbio che ogni canzone vuol piacere, o perlomeno rimanere in testa dopo pochi ascolti (‘All Humans Must Be Destroyed’). Il problema è che arrivati alla settima ‘In a Grave (Specter)’ si capisce come ormai l’intento sia quello scritto fin dall’inizio, ovvero di un lavoro più introspettivo che condito qua e là di quel brano che esca dal seminato, che dia quella sterzata necessaria per farci riprendere da questa desolazione, cambiando ritmo il tempo di un pezzo solamente… Ed invece niente: ‘Caught In The Throes’ procede spedito nel suo obiettivo, ed è indubbio che alla lunga rischi di annoiare, anche perchè quattordici brani non sono pochi. Certo, qua e là ci sono spunti interessanti: il binomio quasi ruffiano tra chitarre e sintetizzatori in ‘That Kind Of Magic (Confessions Of a Supermodel)’, l’elettronica popeggiante anni Ottanta presente in ‘The Inconsolable’, quella rabbia a richiamare Rob Zombie di ‘Wrong Everything’ o la seduzione di quello che personalmente è il miglior brano della tracklist (‘Pop The Smoke’), ma quanto traspare ad ascolto terminato è un disco sicuramente intimo (sinonimo di cantautorale), dove indubbiamente la ricerca elettronica di Skold è stata eccelsa (parliamo di un polistrumentista che, a detta di chi scrive, dovrebbe ritornare in pianta stabile nella line up di Marilyn Manson: Dio solo sa quali capolavori discografici potrebbero venir pubblicati), ma che è stato livellato su un unico piano che, in una tracklist di quattordici canzoni, rischia di farlo riporre nel dimenticatoio dopo (troppo) pochi ascolti.

Tracklist

01. All The $ In The World
02. Cold As Ice
03. =’s (Private Libertine)
04. House Of a Thousand Lies
05. The Great Theatricality
06. All Humans Must Be Destroyed
07. In a Grave (Specter)
08. Soon Enough
09. That Kind Of Magic (Confessions Of a Supermodel)
10. Do You Really?
11. The Inconsolable
12. Wrong Everything
13. Pop The Smoke
14. Digging My Own Grave

Lineup

Skold: vocals, all instruments