Plakkaggio – Cosmo
Il 16/02/2026, di Francesco Faniello.
Gruppo: Plakkaggio
Titolo Album: Cosmo
Genere: Hardcore, Heavy Metal, Punk
Durata: 34:54 min.
Etichetta: Motorcity Produzioni
Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci. Sembra questa citazione apocrifa di Gandhi la sintesi migliore del mio rapporto con i Plakkaggio. Amatissimi dal buon vecchio Giorgianni e anche dal mio amico Dave (“non potrei dirne male neanche sotto tortura”, fu il suo commento sotto uno dei tanti loro palchi a cui abbiamo presenziato), sono cresciuti nel mio personale gradimento a suon di live, nonostante la mia iniziale diffidenza per la cover band parallela 666 (aka 883 con immaginario infarcito di Eddie e compagnia cantante) e l’odio/amore per la scena romana in generale, dal ’77 a oggi.
Che poi, chi l’ha detto che i punk non possono andare nello spazio? Se ci vanno i galeazzocianisti immaginati da Guzzanti, allora anche per i punk c’è speranza, un po’ come nella società semi-distopica immaginata dai fanzinari di Punkaminazione che vedeva i punk prendere il potere in un ipotetico futuro, imponendo creste, borchie e ascolti in cuffia ai malcapitati cittadini comuni.
E purtuttavia, novelli ELP, i Nostri hanno tirato fuori quella che potremmo azzardare a definire addirittura una trilogia di concept, qualcosa che neanche gli Yes mollati nel bel mezzo dei propri assoli da Rick Wackeman che si gustava un pollo al curry avrebbero mai pensato di fare. Proprio così: prima l’egittologia di ‘Ziggurath’, poi l’amore per la montagna di ‘Verso la vetta’ e ora gli spazi siderali con questo ‘Cosmo’. Che poi i complottisti vedranno più di una connessione tra Egitto e spazi siderali, aiutati in questo dall’ascolto di ‘Absolute Elsewhere’ dei Blood Incantation, ma le chiavi di lettura sono come le ciliege sulla torta: più sono, meglio è.
Allora, ve lo dico subito: nonostante il carattere imperdibile degli shows dei trio/quartetto o quintetto di Colleferro resti tale, dal mio punto di vista la freschezza di ‘Verso la vetta’ non viene qui confermata, con il disco che forse va troppo in avanti nel crossover impossibile rappresentato dalla Italian New Wave of Black Heavy Oi!, dilungandosi su alcune partiture a scapito dell’immediatezza (e memorizzabilità); un esempio fulgido di questo piccolo difettuccio di fabbrica dello Shuttle di Cape Colleferro è un pezzo come ‘Dimora’, sulla carta ben congegnato e dimostrazione di un approccio tecnicamente (sempre più) ineccepibile, ma che forse avrebbe beneficiato di un approccio un po’ più Oi! da bettola per funzionare al cento per cento.
Non così la title track in apertura, in cui l’alchimia di Nunnos e soci sembra funzionare per davvero, richiamando sia gli Stratovarius che i Cradle Of Filth, ma soprattutto (inconsapevolmente?) i Nanowar of Steel, in un intento parodico che fa il giro e si avvita su se stesso, grazie anche alla (mica inconsapevole!) citazione di ‘Baker Street’ nell’assolo. Chiaro, l’intento del concept va seguito, nonostante il punk melodico punkreasiano di ‘Spada’ appaia fuori luogo in una materia prettamente floydian/voivodiana/bloodincantationalese, ma un po’ di freschezza non guasta neanche a un paio di Kelvin di temperatura. Se poi avete nella vostra collezione lo split ‘Il calcio è una cosa seria’ di Rebelde e Gradinata Nord non potete non emozionarvi dinanzi all’intento anthemico sbandierato da ‘La nostra curva’, in cui l’effetto straniante è dato da un riffing talmente cervellotico da fare il giro e piantarsi anch’esso in testa. Qualcuno ha detto “piantarsi in testa”? Ma certo, lo stesso discorso vale per le tastierine simil-anime nipponico che aprono ‘Cibo scaduto’, vero e proprio amarcord concertato alla consueta maniera criptica dei ritorni a notte fonda con la sola Hollandia o Finkbrau in corpo.
Già, un cripticismo che farebbe impallidire Rudy Medea, quello dei Nostri: alla lettura del titolo ‘Labaro’ stavo già pensando a qualche UFO ritrovato dietro Saxa Rubra, ma chiaramente i Plakkaggio si riferivano agli stendardi d’annata, qui sciorinati con un arpeggio a metà tra la scuola zeppeliniana e ‘Time’ degli Angra. E a proposito di “annata”, rileviamo come ‘Uro bos primigenius’ mantenga la quota di paleontologia sulla scia di ‘Palaeoloxodon Antiquus’, con un bel blast beat d’ordinanza a sottolineare il tutto (e a riportare in vita la quota black, grande assente di questo ‘Cosmo’), prima della cavalcata finale nel più puro stile maideniano.
Prima di mettere play su ‘Tornado’ mi stavo giusto chiedendo che fine avessero fatto le citazioni colte che ci piacciono tanto da queste parti: il titolo dovrebbe esservi già esplicativo di suo, poi le invocazioni sul “ritorno a Cosmogrado”, la gemma che viene “dal nucleo di quell’hangar” e l’intento dissacratorio di chitarre e batteria (che non sfigurano affatto, lasciatemelo dire) non possono che pagare il giusto tributo (in questa quasi cover) al pezzo di Storia scritto da Dave e portato alla leggenda (e tuttora sui palchi) da Marty. L’assolo ha lo stesso suono precario della succitata lattina di Hollandia, ma questa è una costante. Per tutto il resto, ci vediamo sotto il palco a puntare l’indice verso l’alto al suon di “dieci rintocchi al decollo”. Quello della mano libera dalla lattina, ovvio…
Tracklist
01. Cosmo
02. Spada
03. La nostra curva
04. Cibo scaduto
05. Labaro
06. Dimora
07. Posto di blocco
08. Tornado
09. Granito
10. Uro bos primigenius
Lineup
gAbbath: vocals, guitar
Deleterioth: guitar
Chris Nunnos: bass
Comrade Fiacchi: bass
ValHell: drums