Myrath – Wilderness Of Mirrors

Il 26/03/2026, di .

Gruppo: Myrath

Titolo Album: Wilderness Of Mirrors

Genere: , , ,

Durata: 47 min.

Etichetta: earMusic

75

Beh, almeno personalmente tutto possiamo dire sul nuovo album dei tunisini Myrath tranne che sia banale o poco coraggioso. Già, ‘poco coraggioso’, proprio quello che pensiamo sosterrà la maggior parte del pubblico che troverà questo nuovo non altezza; ma per noi – e vi spiegheremo perché – questo tipo di giudizio ci sembra piuttosto irriconoscente e poco adatto al nostro pensiero. Ma prima di parlarne, ripercorriamo la carriera dei Myrath fin qui: ‘Hope’ e ‘Desert Call’ portano nel primo decennio dei 2000 la band all’attenzione del pubblico per un’ardita commistione di musica etnica mediorientale, nordafricana e progressive metal; ‘Tales Of The Sands’ si impone nel 2011 come album della conferma, e sancisce lo stato della band come una sorta di Dream Theater nordafricani, epiteto questo però che la band non ha mai dato l’impressione di apprezzare particolarmente. Con ‘Legacy’ c’è un primo tentativo di affrancarsi da questa scomoda classificazione, con la band che opta per spostare il contenuto tipicamente prog verso un metal melodico più ‘da classifica’, ma mantenendo sempre le proprie radici etniche. Nel 2019 ‘Shehili’ mostra un invidiabile equilibrio tra la componente orecchiabile, quella più tecnica e la parte folk, ma è il successivo ‘Karma’ a mostrarci una band oramai incamminata su un sentiero che porta progressivamente sempre più lontani dalle radici etniche, puntando invece nella direzione di un metal sinfonico che molti ritengono decisamente più scontato.

Su quest’ultimo giudizio però ci sentiamo di dissentire, soprattutto dopo l’ascolto ripetuto proprio di questo ‘Wilderness Of Mirrors’. Se il precedente ‘Karma’ un po’ sbilanciato verso la tanto odiata commercializzazione lo era davvero, questo disco mostra sì un allontanamento dal metal propriamente detto, mostra sì una diminuzione (diciamo diluizione) delle radici etniche, ma a nostro avviso porta sul piatto invece un aumento della complessità. Parliamo di complessità strutturale, cura nel dettaglio, rifinitura dell’arrangiamento… un ammorbidimento solo del sound (innegabile) ma non del contenuto artistico. Perché, a conti fatti, ‘Wilderness of Mirrors’ è un album pieno di sfaccettature. L’iniziale ‘The Funeral’ è un brano che col metal ha ancora legami, e che gioca molto con una componente ancora una volta prog. Il brano è costruito bene, è ricco dal punto di vista del sound, ben definito come melodie e estremamente curato negli arrangiamenti. E ha anche un incedere atipico, sbilenco, che la rende poco prevedibile. L’intro rivela poco, giocando con melodie che poi non tornano nel resto del brano, le strofe presentano sonorità più robuste, il ritornello si presenta melodico e tronfio, e appena finisce, stempera di un inatteso passaggio di basso, che lavora a sorpresa con altri cori. Diciamoci la verità: il sound non sarà quello più metal e graffiante di ‘Tales Of The Sands’, ma è tutt’altro che semplificato e commerciale. L’energia rimane poi anche nella successiva ‘Until The End’, che vede la propria ricchezza invece in un riuscito duetto con Elize Ryd degli Amaranthe, e in un approccio ancora una volta mutevole e irrequieto. Da li in avanti il copione non si ripete mai, ma lo scenario mostra sempre nuovi elementi, quasi tutti inaspettati: il coro di voci bianche di ‘Les Enfants Du Soleil’, la strofa in lingua araba presente su ‘The Clown’, o i ritmi arabescati che sottolineano i passaggi strumentali di ‘Echoes of the Fallen’, altro brano dove l’equilibrio tra tentazioni pop, radici etniche e ricchezza degli arrangiamenti funziona molto bene, memore diremmo della lezione dei Battle Beast dell’ultimo album. La prestazione di Zorgati è di alto livello su tutti i pezzi, ottima addirittura su alcuni, come la già citata ‘The Clown’ o la ballad ‘Soul of My Soul’; e in generale l’alchimia sonora generale risulta molto riuscita, con pezzi che si fanno ascoltare con piacere, pur forse magari colpendo di meno che in passato in termini di potenza.

Come detto nell’introduzione, non vediamo questa operazione come uno svendersi. Gli equilibri sono cambiati, e questo è visibile a tutti, e ogni volta che un equilibrio cambia, qualcosa diventa più stabile, e qualcos’altro invece casca. Qui a cascare è la potenza più prettamente metal che costituiva parte importante degli album precedenti, mentre a rinsaldarsi è la posizione sul pentagramma e in seno alla band del tastierista e produttore Kevin Codfert, sempre più leader creativo della band. Però come dicevamo si tratta di un rimpasto, non di un voltare le spalle; un rimpasto che porta la band a lavorare con pennelli più piccoli, a produrre comunque un disegno di grandi dimensioni e con i colori e le sfumature che caratterizzavano gli altri lavori, solo messe giù con strumenti differenti. I Myrath sono sempre stata una band in costante evoluzione, anche questa volta non è diverso.

Tracklist

01. The Funeral
02. Until the End
03. Breathing Near The Road
04. Les Enfants Du Soleil
05. Still the Dawn Will Come
06. The Clown
07. Soul of my Soul
08. Edge of the Night
09. Echoes of the Fallen
10. Through The Seasons

Lineup

Anis Jouini: Bass
Malek Ben Arbia: Guitars
Zaher Zorgati: Vocals
Morgan Berthet: Drums
Kevin COdfert: Keyboards