Melvins with Napalm Death – Savage Imperial Death March
Il 16/05/2026, di Anna Maria Parente.
Gruppo: Melvins
Titolo Album: Savage Imperial Death March
Genere: Noise Rock, Sludge Rock/Metal
Durata: 38 min.
Etichetta: Ipecac Recordings
Quando due band cresciute agli antipodi del rumore decidono di chiudersi insieme in studio, qualcosa di interessante succede sempre. Quasi mai prevedibile. I Melvins, nati a Montesano nello stato di Washington nel 1983, stanno al passo lento come pochi al mondo. I Napalm Death, partiti da Birmingham qualche anno prima, hanno costruito una carriera a velocità impossibili, inventando un genere intero senza chiedere il permesso a nessuno. Eppure questo ‘Savage Imperial Death March’, uscito il 10 aprile 2026 per Ipecac Recordings, è la prova che a volte le distanze tra due mondi si possono assottigliare quanto vogliono.
L’album nasce come prosecuzione naturale dei due tour omonimi che le due band hanno condiviso nel 2016 e nel 2025. Una versione ridotta a sei tracce era già circolata l’anno scorso in formato vinile e CD per Amphetamine Reptile, distribuita ai concerti come oggetto da collezione. La nuova edizione Ipecac aggiunge due brani inediti, ‘Awful Handwriting’ e ‘Comparison Is The Thief Of Joy’ e arriva con un artwork firmato Mackie Osborne che da solo merita l’acquisto fisico. La cosa importante da chiarire subito è che ‘Savage Imperial Death March’ non è uno split, formula tipica del metal estremo dove ogni band registra i propri pezzi e si dividono il vinile a metà. Qui Buzz Osborne (voce e chitarra) e Dale Crover (batteria) hanno invitato negli studi losangelini dei Melvins tre membri dei Napalm Death, ovvero Barney Greenway alla voce, Shane Embury al basso e John Cooke alla chitarra. Hanno scritto i pezzi insieme, riff dopo riff, in tempo reale.
Lo stesso Osborne ha definito il processo una partnership al cinquanta per cento. Embury ha parlato di una sessione di follia musicale eclettica e di puro divertimento. Greenway, che da ragazzino collezionava i sette pollici dei Melvins su Bleecker Street, ha ammesso di sentirsi quasi liberato dalla possibilità di farneticare a livello lirico senza dover rispondere a nessun pubblico predefinito. Va detto subito, perché chi si aspetta un disco grindcore resterà spiazzato. La guida sonora del lavoro è chiaramente quella dei Melvins. Le strutture lente, sludge, dilatate, gli umori storti e gli scarti improvvisi sono marchi di fabbrica del duo Osborne-Crover e qui dominano la scena. I membri dei Napalm Death entrano nel meccanismo come elementi che tessono e arricchiscono, aggiungendo strati che la formazione classica dei Melvins difficilmente avrebbe potuto generare da sola. L’assenza di Danny Herrera dietro i tamburi spiega anche perché in tutto il disco non ci sia nemmeno un blast beat, tipica accelerazione marchiata Napalm Death.
L’apertura con ‘Tossing Coins Into The Fountain Of Fuck’ è già un manifesto. Il pezzo lurca in avanti con un peso sismico, basso e batteria che ti centrano lo sterno mentre la chitarra mantiene un’energia quasi rock and roll. La prima metà ha un incedere metodico, poi tutto si apre verso un’andatura più rapida e di matrice punk. Qui Greenway prende il microfono e il suo growl distorto si incastra perfettamente nelle pieghe del riff, senza mai diventare un corpo estraneo. ‘Some Kind Of Antichrist’ è il pezzo più lungo del disco, oltre nove minuti in cui Buzz e Barney si scambiano il microfono in un botta e risposta che funziona meglio di quanto ci si aspetterebbe. Peccato che la seconda parte si dilati eccessivamente in un’ambient strascicata che fatica a giustificare la propria estensione.
‘Nine Days Of Rain’ è forse uno dei vertici del disco. Il titolo gioca sulla pioggia perpetua che caratterizza tanto le Midlands inglesi quanto lo stato di Washington, terre natie delle due band e il pezzo trasuda un’atmosfera post punk vagamente cerimoniale che richiama i primi Killing Joke. Qui Osborne canta su quello che sembra il territorio espressivo dei Napalm Death più recenti e il risultato è un ibrido che non assomiglia davvero a nessuno dei due gruppi presi singolarmente. ‘Rip The God’ è probabilmente il brano più immediato dell’intero lotto. Riff che camminano con calma cattiva, dinamiche che strisciano sotto pelle, una struttura che avrebbe trovato casa anche in ‘Tarantula Heart’, l’ultimo album dei Melvins in formazione canonica uscito nel 2024. Greenway alterna il suo cantato pulito a improvvise esplosioni gutturali e Osborne lo accompagna con quella sua voce tonante che resta una delle più riconoscibili degli ultimi quarant’anni di musica pesante.
‘Stealing Horses’ è il momento in cui la fusione raggiunge il picco. Il riff è ciclico, ipnotico, sporcato da rumori industriali che ricordano sia i Napalm Death più sperimentali sia il progetto parallelo Blood From The Soul di Embury. Se esistesse ancora un mercato per i singoli stampati su vinile, sarebbe stato lui il candidato naturale. Non tutto funziona allo stesso modo. ‘Awful Handwriting’, uno dei due inediti aggiunti rispetto alla versione del 2025, sembra più un riempitivo sperimentale che un brano compiuto, costruito su rumori elettronici ripetuti che funzionano meglio come transizione che come pezzo autonomo. ‘Comparison Is The Thief Of Joy’ trova invece un groove sintetico vagamente ipnotico in mezzo a un’atmosfera onirica, mentre ‘Death Hour’ chiude il disco con un riff centrale magnifico, valorizzato dalle linee metalliche di Cooke, prima di sciogliersi in un rituale di droni e parole sussurrate che suonano vagamente luciferine. Qualcuno ha notato un vago richiamo al riff di tastiere di ”Jump” dei Van Halen nella parte finale. Sarà voluto, sarà coincidenza, sarà uno scherzo. Coi Melvins non si sa mai e probabilmente è proprio questo il punto.
Quello che rende Savage Imperial Death March un album che vale la pena ascoltare è la sua sincerità di fondo. Nessuno qui sta cercando di compiacere il proprio pubblico storico, nessuno sta provando a vendere copie inseguendo trend. Due band che si rispettano da decenni hanno deciso di chiudersi in una stanza e fare casino insieme, lasciando che il caso e l’intuizione guidassero le scelte. Il risultato è un disco imperfetto e proprio per questo interessante. Trentotto minuti che alternano momenti che restano addosso per giorni e momenti che scivolano via senza lasciare traccia. Ha la genuinità di chi sta giocando senza dover dimostrare nulla a nessuno. Da ascoltare con cuffie buone, volume sostenuto, e nessuna aspettativa precisa su cosa stia per uscire dagli speaker. Chi cerca i Melvins di ‘Bullhead’ troverà qualche eco familiare. Chi cerca i Napalm Death di ‘Scum’ sarà costretto a rivedere le proprie aspettative. Tutti gli altri si troveranno tra le mani un disco strano, denso, che invecchierà probabilmente meglio di quanto si possa intuire al primo ascolto.
Tracklist
1. Tossing Coins Into The Fountain Of Fuck
2. Some Kind Of Antichrist
3. Awful Handwriting
4. Nine Days Of Rain
5. Rip The God
6. Stealing Horses
7. Comparison Is The Thief Of Joy
8. Death Hour
Lineup
Buzz Osborne (Melvins). Voce e chitarra
Dale Crover (Melvins). Batteria
Barney Greenway (Napalm Death). Voce
Shane Embury (Napalm Death). Basso
John Cooke (Napalm Death). Chitarra