Dimmu Borgir – Grand Serpent Rising

Il 23/05/2026, di .

Gruppo: Dimmu Borgir

Titolo Album: Grand Serpent Rising

Genere:

Durata: 71:00 min.

Etichetta: Nuclear Blast Records

75
È ovvio che, parlando dei Dimmu Borgir, si entri nel territorio di una band che ha fatto la storia del Black Metal, contribuendo insieme a pochissime altre realtà alla definizione della sua declinazione sinfonica.
In questo senso, un ruolo decisivo lo ha avuto ‘Enthrone Darkness Triumphant’, autentico capolavoro capace di fissare molte delle coordinate stilistiche del Symphonic Black Metal e di permettere al genere di raggiungere una diffusione e una riconoscibilità ben più ampie a livello mondiale. Quel disco segnava infatti uno scarto netto rispetto ai primi lavori, più tradizionali e legati a un’estetica ancora ruvida e primigenia, come ‘For All Tid’ e ‘Stormblåst’, tracciando una strada che il combo norvegese non avrebbe più abbandonato.
Gli album successivi furono, a mio parere, di grandissimo impatto, pur senza riuscire a superare lo splendore del lavoro del 1997. Eppure episodi come ‘Puritanical Euphoric Misanthropia’ restano ancora oggi unici per aggressività e per la presenza di importanti sfumature Death Metal.
Dopo ‘Death Cult Armageddon’, però, qualcosa cambia profondamente sul piano dell’ispirazione compositiva, e non in senso positivo. La componente più propriamente Black viene progressivamente sacrificata in favore dell’elemento sinfonico, in un processo che raggiunge il proprio apice in ‘Eonian’: un disco che, pur risultando distante dal Black Metal più autentico, potrebbe comunque possedere un suo valore se considerato al di fuori dei canoni non soltanto più estremi del genere, ma del Metal stesso.
Oggi, dopo ben otto anni, Shagrath e Silenoz tornano con ‘Grand Serpent Rising’, album atteso con enorme curiosità e che ritengo fin da subito superiore agli ultimi tre lavori pubblicati a partire da ‘In Sorte Diaboli’: dischi che avevano lasciato parecchio amaro in bocca, dando l’impressione di una band ormai distante da gran parte di ciò che aveva costruito nella prima fase della propria carriera.
Il nuovo platter si colloca esattamente a metà strada tra gli ultimi lavori e i fasti del passato, richiamando soprattutto le atmosfere degli album immediatamente successivi a ‘Enthrone Darkness Triumphant’ e rappresentando al tempo stesso un deciso cambio di rotta che spero possa trovare ulteriore sviluppo in futuro.
In ‘Grand Serpent Rising’ il Black Metal c’è, così come è presente la componente sinfonica: stratificata, orchestrata, monumentale. L’epicità rimane centrale, ma episodi come ‘As Seen in the Unseen’ e ‘The Exonerated’ riconciliano tutto questo con sonorità più crude e primordiali, mentre in ‘The Qryptfarer’ il blast-beat si fonde con suggestioni horror tutt’altro che scontate.
La volontà di rendere l’approccio più estremo e oscuro rispetto alle ultime prove è una linea ben definita che permea l’intero album. Ed è proprio l’oscurità uno degli elementi centrali del disco, pienamente riflessa in ‘Repository of Divine Transmutation’, brano che considero tra i migliori del lotto anche grazie a una prestazione chitarristica di altissimo livello, sospesa tra parti melodiche e momenti persino acustici.
Che i Dimmu Borgir possiedano una classe innata per queste sonorità è evidente, e questo traspare nitidamente lungo tutta la durata del disco: è difficile individuare episodi realmente fallimentari. Anche i brani più “morbidi”, come il primo singolo ‘Ulvgjeld & Blodsodel’ e ‘Slik Minnes en Alkymist’, funzionano all’interno del loro universo stilistico; soprattutto il secondo, che possiede atmosfere intense, evocative e quasi cinematografiche, così come accade anche in ‘Phantom of the Nemesis’ e ‘Recognizant’, brano che attraverso sporadiche accelerazioni riporta a territori vicini a ‘Puritanical Euphoric Misanthropia’.
‘At the Precipice of Convergence’ mantiene invece un passo incalzante e presenta, in alcuni frangenti, tratti quasi Heavy Metal, impreziositi da assoli di grande impatto e per certi versi persino inusuali per l’immaginario oscuro della band. Il lavoro solista della chitarra, intrecciandosi al ritmo scandito dalla voce di Shagrath, dà vita a qualcosa di estremamente interessante.
La notevole durata del disco potrebbe rappresentare un limite, soprattutto considerando una certa tendenza alla stratificazione compositiva e orchestrale che, a tratti, richiede ascolti attenti e rischia talvolta di risultare dispersiva. Allo stesso tempo, però, non escludo che proprio questa abbondanza di dettagli possa rivelarsi col passare del tempo uno degli aspetti più interessanti dell’album, permettendo di cogliere nuovi spunti e sfumature a ogni ascolto.
Particolarmente evocativa la parte conclusiva del disco che, attraverso la sulfurea ‘Shadows of a Thousand Perceptions’ e l’outro strumentale ‘Gjǫll’, riallacciandosi alla splendida intro ‘Tridentium’, chiude un lavoro di spessore anche nelle sue sezioni più recitate: dettagli tutt’altro che marginali, che restituiscono almeno in parte la sensazione di trovarsi nuovamente di fronte a una band più ispirata e consapevole delle proprie radici.
A questo punto viene quasi spontaneo chiedersi se il dibattito attorno ai Dimmu Borgir riguardi davvero soltanto la musica. Perché se da un lato è evidente come la band abbia attraversato una lunga fase di smarrimento identitario, dall’altro è altrettanto vero che parte del pubblico sembri incapace di separare l’identità del gruppo dall’impatto emotivo esercitato dagli album storici. E forse il vero nodo sta proprio qui: capire se ‘Grand Serpent Rising’ rappresenti il tentativo di recuperare un’identità perduta o, più semplicemente, la dimostrazione che molti fan non riescano ad accettare che quella stagione appartenga ormai definitivamente al passato.
In conclusione, ‘Grand Serpent Rising’ non rappresenta probabilmente il ritorno definitivo ai vertici assoluti raggiunti dai Dimmu Borgir tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, ma è senza dubbio il segnale più convincente arrivato dalla band negli ultimi vent’anni. Un disco che riesce finalmente a ristabilire un equilibrio tra la componente sinfonica e quella più estrema, recuperando oscurità, aggressività e soprattutto parte di quella personalità artistica che sembrava essersi progressivamente dissolta.

Tracklist

01. Tridentium
02. Ascent
03. As Seen In The Unseen
04. The Qryptfarer
05. Ulvgjeld & Blodsodel
06. Repository Of Divine Transportation
07. Slik Minnes En Alkymist
08. Phantom Of The Nemesis
09. The Exonerated
10. Recognizant
11. At The Precipice Of Covergence
12. Shadows Of A Thousand Perceptions
13. Gjǫll

Lineup

Shagrath: vocals
Silenoz: guitars
Kjell Åge “Damage” Karlsen: guitars
Dariusz “Daray” Brzozowski: drums
Geir “Gerlioz” Bratland: keyboards
Victor Brandt: bass