Xandria – Eclipse

Il 28/08/2026, di .

Gruppo: Xandria

Titolo Album: Eclipse

Genere:

Durata: 59 min.

Etichetta: Napalm Records

90

Gli Xandria sono ormai una presenza storica del Symphonic Metal europeo: attivi da oltre trent’anni e arrivati con Eclipse al nono album in studio, hanno attraversato numerosi cambi di formazione senza mai perdere Marco Heubaum come principale punto di riferimento compositivo.

Il capitolo più recente della loro storia si è aperto nel 2022 con l’ingresso di Ambre Vourvahis alla voce, Rob Klawonn alla chitarra, Tim Schwarz al basso e Dimitrios Gatsios alla batteria. Una formazione quasi completamente rinnovata, con la quale la band ha dato vita nel 2023 a The Wonders Still Awaiting, prima che Schwarz lasciasse gli Xandria nell’aprile del 2026 per concentrarsi sui Velvet Rush.

Quel ritorno non si era limitato a inaugurare una nuova fase, ma aveva consegnato uno dei lavori più riusciti della discografia degli Xandria: ambizioso, ricco e sorprendentemente vario, capace di mostrare fin da subito la notevole intesa raggiunta dai musicisti e, soprattutto, le enormi possibilità offerte dalla voce di Ambre Vourvahis, a proprio agio nel passare dalla delicatezza alla potenza, dal canto lirico al growl. Il successivo EP Universal Tales aveva ulteriormente consolidato quella direzione, lasciando quindi a Eclipse un compito tutt’altro che semplice: dare seguito a due lavori di livello altissimo senza limitarsi a ripeterne la formula.

La risposta degli Xandria è un disco che, paradossalmente, non sembra avvertire alcuna necessità di reinventare il Symphonic Metal. Eclipse ne abbraccia pienamente il linguaggio, mettendo al centro melodie immediatamente riconoscibili e proseguendo il percorso intrapreso sul predecessore attraverso l’imponente contributo della Sofia Session Orchestra & Choir. Orchestra e cori diventano parte integrante delle composizioni e contribuiscono in maniera determinante alla dimensione maestosa e profondamente cinematografica che attraversa l’intero lavoro, mentre la componente metal acquista peso e aggressività ogni volta che la scrittura lo richiede.

Una delle caratteristiche più evidenti di Eclipse è proprio il modo in cui gli Xandria lavorano sulle dinamiche: molti brani alternano momenti estremamente intimi e rarefatti ad altri decisamente più energici e potenti, passando talvolta nel giro di pochi istanti dalla sola voce accompagnata da pianoforte o chitarra acustica a riff corposi, grandi orchestrazioni e cori. Non si tratta di episodi isolati, ma di un vero filo conduttore dell’album, fondamentale anche per quella dimensione cinematografica che ne caratterizza la scrittura.

Qua e là emergono ritmiche vicine al Power Metal e delicati richiami folk, affidati soprattutto ai tin e low whistle di McAlbi e, in Lore, al violino di Ally Storch. Sono però sfumature inserite all’interno di un’identità saldamente ancorata al genere. È forse proprio qui che risiede uno dei maggiori pregi dell’album: Eclipse non cerca l’originalità attraverso contaminazioni forzate, ma nella cura con cui ogni elemento viene disposto all’interno delle composizioni, costruendo un Symphonic Metal classico nella forma e al tempo stesso estremamente personale nella resa.

A spalancare le porte di questo universo è Syzygy, poco più di un minuto di atmosfera sospesa e profondamente cinematografica, dominata dagli archi e dalla voce lontana di Ambre, che sembra quasi emergere dall’orizzonte. Il titolo richiama il termine astronomico che indica l’allineamento di tre corpi celesti, configurazione che può dare origine anche a fenomeni come le eclissi, creando così fin dall’apertura un legame diretto con il titolo e l’immaginario dell’album. Più che una vera composizione autonoma, Syzygy funziona come una soglia d’ingresso, prima di confluire naturalmente nella title track, scelta come quarto e ultimo singolo prima della pubblicazione del disco.

Eclipse mette subito in mostra molte delle caratteristiche che accompagneranno l’intero lavoro: cori imponenti, orchestrazioni centrali, riff corposi e una sezione ritmica sostenuta, ma soprattutto una melodia capace di emergere anche nei passaggi più aggressivi. Gli Xandria giocano continuamente con le dinamiche, alternando la voce pulita di Ambre al growl e al registro lirico, senza trasformare questa versatilità in un semplice esercizio tecnico. Il ritornello immediato e un assolo di chitarra fortemente melodico completano quello che può essere considerato uno dei manifesti musicali dell’album.

Già dalla title track emerge però un altro elemento che in Eclipse merita un’attenzione particolare: i testi. Gli Xandria non utilizzano l’immagine dell’eclissi soltanto come suggestione estetica, ma costruiscono attorno al disco una serie di riflessioni dedicate a temi differenti e profondamente attuali. Ragione e dogmatismo, diversità, empatia, responsabilità verso le generazioni future, scorrere del tempo, memoria e capacità dell’uomo di imparare dal proprio passato diventano parte integrante dell’identità dell’opera.

Non siamo di fronte a undici variazioni dello stesso argomento né a un concept tradizionale, ma a una raccolta di storie e riflessioni accomunate da uno sguardo profondamente umano sul presente e sul futuro. È un aspetto tutt’altro che secondario, perché in molti momenti le scelte musicali sembrano dialogare direttamente con ciò che viene raccontato, permettendo a testi e arrangiamenti di rafforzarsi reciprocamente.

Secondo singolo estratto dall’album, Colours spinge ancora più avanti il contrasto tra le diverse anime degli Xandria. Growl, canto lirico e voce pulita convivono con elementi dal sapore moderno, grandi orchestrazioni e cori, mentre l’assolo di chitarra privilegia ancora una volta melodia ed espressività. Una varietà musicale che trova una corrispondenza naturale nel significato del brano: differenti voci, prospettive ed emozioni diventano parte di un insieme nel quale proprio la diversità contribuisce ad arricchire il risultato.

Ad aprire il percorso verso Eclipse era stata però The Shannon’s Home, primo singolo e uno dei brani più immediati dell’album. La melodia portante, introdotta dal pianoforte e dal low whistle di McAlbi, attraversa archi e chitarre accompagnando una delle interpretazioni più delicate di Ambre; i richiami folk rimangono misurati e perfettamente integrati nel tessuto sinfonico, mentre la composizione alterna con grande naturalezza momenti intimi e aperture più sostenute senza perdere mai la propria fluidità. Anche il finale rinuncia all’ennesima esplosione, tornando alla chitarra acustica e al whistle.

Dietro questa apparente semplicità si trova però uno dei testi più evocativi del disco, lo Shannon diventa una metafora della vita stessa: dalla sorgente al mare, il fiume attraversa luoghi e incontri differenti proprio come ogni individuo viene trasformato da ciò che incontra lungo il proprio cammino. Lo stesso concetto accompagna il videoclip, nel quale il corso dell’acqua e un grande orologio attraversano cambiamenti di luce, oscurità e condizioni atmosferiche, rendendo visibile lo scorrere inesorabile del tempo. Non sorprende che sia stata proprio The Shannon’s Home la prima canzone composta per l’album: contiene già molte delle caratteristiche che avrebbero definito Eclipse, dall’immediatezza melodica alla dimensione cinematografica fino alle influenze folk.

The Grand Delusion cambia drasticamente atmosfera, dopo un’introduzione orchestrale dal forte respiro cinematografico, riff corposi e una ritmica sostenuta riportano in primo piano la componente metal; cori, improvvise sospensioni e ripartenze rendono il brano uno degli episodi più duri e incalzanti del disco senza sacrificare il consueto ruolo della melodia. Anche il testo assume toni particolarmente severi, affrontando dogmatismo, manipolazione e il modo in cui convinzioni trasformate in verità incontestabili possano alimentare divisione e violenza, contrapponendo a tutto questo la capacità di ragionare e mettere in discussione ciò che viene imposto.

Non è casuale che nel booklet proprio The Grand Delusion e The Poetry of the Real World vengano idealmente dedicate a figure della divulgazione scientifica e del pensiero razionale come Richard Dawkins, Carl Sagan e Neil deGrasse Tyson. Un riferimento che rende ancora più esplicita una delle anime tematiche più interessanti di Eclipse.

Wave of Tanis punta invece su un refrain capace di imprimersi immediatamente nella memoria. L’apertura affidata al pianoforte conduce quasi subito al ritornello, prima che il brano acquisti progressivamente potenza attraverso chitarre, sezione ritmica e orchestrazioni sempre più ampie. Sono ancora una volta i cambi d’intensità a impedirgli di diventare prevedibile, lasciando respirare la melodia anche quando l’arrangiamento raggiunge dimensioni considerevoli. Sul piano lirico, lo sguardo rivolto a mondi e dominatori del passato ormai scomparsi finisce inevitabilmente per riflettersi sul presente e sulla possibilità che anche la nostra civiltà possa non essere immune dallo stesso destino.

Northstar, terzo singolo scelto per anticipare l’album, riporta in primo piano le sfumature folk senza allontanarsi dall’identità sinfonica del disco. L’attacco potente, ma melodico, lascia rapidamente spazio alla chitarra acustica e alla voce di Ambre, prima che violini e orchestra ricostruiscano progressivamente lo spazio sonoro e conducano a nuove accelerazioni dalle leggere venature Power Metal. Il ritornello è luminoso, melodico e quasi fiabesco, mentre il low whistle di McAlbi completa una composizione costruita soprattutto sul continuo passaggio tra intimità e grande apertura cinematografica. La stella polare diventa così l’immagine di una luce da seguire attraverso l’oscurità, un punto di riferimento mentre il mondo sembra perdere la propria direzione, in un brano scritto da Marco Heubaum insieme ad Ambre Vourvahis.

Con Masquerade gli Xandria tornano invece su territori più energici. L’introduzione orchestrale cresce fino all’ingresso di riff pesanti e di una ritmica dal marcato sapore Power Metal, ma anche in questo caso la band evita di mantenere costantemente alta la pressione. Dopo uno degli interventi in growl più incisivi di Ambre, la composizione si svuota improvvisamente attorno alla chitarra acustica, al whistle e alla voce pulita, rendendo ancora più efficace il successivo ritorno della componente metal. Anche il testo lavora sull’immagine suggerita dal titolo: una grande masquerade fatta di apparenze, illusioni e falsa magia, dietro la quale qualcosa di più oscuro finisce progressivamente per insinuarsi.

The Last Generation rallenta il passo e si apre in una dimensione profondamente malinconica, affidata inizialmente alla voce di Ambre e al pianoforte. È una delle composizioni più intime dell’album, ma anche una delle più capaci di crescere senza perdere la propria fragilità: archi, basso, batteria, orchestrazioni e voci dei bambini entrano progressivamente fino a costruire un crescendo nel quale Ambre porta la propria voce verso registri vertiginosi. Da qui prende vita anche uno degli assoli di chitarra più estesi del disco, fortemente melodico e perfettamente inserito nella tensione emotiva del brano, prima che il finale torni nuovamente alla solitudine del pianoforte.

La presenza delle voci dei bambini assume ancora maggiore significato alla luce del testo, dedicato al mondo che le generazioni presenti stanno lasciando a quelle future e alla responsabilità di decisioni le cui conseguenze verranno ereditate soprattutto da chi verrà dopo di noi. Musica e significato finiscono così per rafforzarsi reciprocamente, facendo di The Last Generation uno dei momenti emotivamente più intensi di Eclipse.

The Poetry of the Real World riporta il disco verso tonalità più luminose. L’orchestra apre nuovamente lo scenario, la strofa procede sostenuta e il bridge alleggerisce l’arrangiamento attorno alla voce di Ambre prima di spalancarsi in un refrain immediato, sorretto da cori e orchestrazioni imponenti. Se The Grand Delusion mostrava il volto più oscuro del dogmatismo, qui il discorso viene quasi ribaltato: il testo cerca la meraviglia nella realtà stessa, nella natura, nella vita e nell’universo, mostrando come conoscenza e pensiero razionale non debbano necessariamente cancellare lo stupore, ma possano al contrario amplificarlo. È qui che la dedica condivisa con The Grand Delusion a Richard Dawkins, Carl Sagan e Neil deGrasse Tyson assume pienamente significato.

A chiudere l’album arrivano gli oltre otto minuti e mezzo di Lore, composizione nella quale molte delle anime di Eclipse finiscono per incontrarsi. Chitarra acustica e una melodia inizialmente malinconica introducono un brano destinato a crescere gradualmente tra riff corposi, orchestrazioni, passaggi dal sapore Power Metal e un ritornello fortemente melodico. È soprattutto nella lunga sezione centrale che gli Xandria ampliano nuovamente il proprio linguaggio: il brano rallenta e si incupisce, il low whistle di McAlbi apre uno spiraglio più luminoso, quindi il violino di Ally Storch accompagna il crescendo verso uno dei passaggi più aggressivi, affidato anche al growl di Ambre.

Anche il finale rifiuta una conclusione prevedibile. Dopo aver raggiunto dimensioni imponenti, il brano torna a svuotarsi attorno al pianoforte e a pochi elementi orchestrali, mentre Ambre utilizza la voce quasi come un ulteriore strumento, attraverso vocalizzi delicati e progressivamente più acuti. Per qualche istante musica e interpretazione sembrano aprire uno spiraglio di luce, ma le orchestrazioni tornano lentamente a scurire l’atmosfera, lasciando la composizione sospesa in una sensazione volutamente irrisolta: non completamente oscura, ma nemmeno definitivamente rassicurante.

Anche il testo guarda al passato per parlare del presente: storie e racconti diventano uno specchio attraverso il quale osservare dinamiche di potere, tirannia, resistenza e speranza che continuano a ripresentarsi nella storia. La domanda lasciata aperta è semplice quanto fondamentale: dopo tutte le storie raccontate e tutta la storia già vissuta, siamo davvero capaci di imparare? Una conclusione perfettamente coerente per un album costruito fin dall’inizio sul continuo confronto tra luce e oscurità.

Arrivati alla fine degli oltre otto minuti e mezzo di Lore, diventa evidente come il vero punto di forza di Eclipse non risieda in un singolo elemento, ma nella qualità con cui tutte le sue componenti riescono a convivere. Gli Xandria non reinventano il Symphonic Metal e non sembrano nemmeno interessati a farlo: alcune strutture rimangono volutamente classiche e brani come The Shannon’s Home dimostrano quanto la band sappia affidarsi anche a una scrittura più lineare e immediata. Immediatezza, tuttavia, non significa superficialità: le melodie si imprimono nella memoria già dai primi ascolti, mentre arrangiamenti e orchestrazioni continuano a rivelare nuovi dettagli ogni volta che si torna sui brani.

Uno degli aspetti più affascinanti dell’album è la sua fortissima dimensione cinematografica. Eclipse non si limita a suonare grandioso, ma sembra continuamente costruire immagini, ambienti e movimenti narrativi: le composizioni attraversano luce e oscurità, intimità e imponenza, tensione e apertura con una fluidità che spesso restituisce la sensazione di trovarsi davanti alla colonna sonora di storie ancora da vedere. Introduzioni, sospensioni, crescendo e improvvisi cambi di scenario non vengono utilizzati come semplici abbellimenti, ma contribuiscono a raccontare musicalmente ciò che i testi suggeriscono attraverso le parole.

In questo senso, l’utilizzo della Sofia Session Orchestra & Choir è impeccabile e perfettamente inserito nell’identità degli Xandria. Il lavoro degli orchestratori Lukas Geppert e Ishaan Tyagi non trasforma l’orchestra in un semplice fondale né in uno strumento impiegato per attribuire artificialmente grandiosità ai brani: archi, ottoni e cori partecipano realmente alla costruzione delle composizioni, dialogando con chitarre, sezione ritmica e strumenti folk. Anche nei momenti più monumentali ogni elemento conserva la propria funzione e rimane riconoscibile all’interno di arrangiamenti estremamente stratificati.

A sostenere questa ricchezza contribuisce una produzione di livello altissimo, in piena continuità con quanto ascoltato in The Wonders Still Awaiting e Universal Tales. La quantità di elementi coinvolti non sacrifica mai chiarezza e dinamica: orchestra e componente metal mantengono entrambe peso, i passaggi più intimi conservano profondità e le continue variazioni d’intensità possono respirare senza essere schiacciate da un suono inutilmente uniforme. È proprio questa capacità di gestire una materia sonora tanto vasta senza perdere leggibilità a rendere credibile e coinvolgente la natura cinematografica dell’album.

In questo risultato è impossibile non riconoscere il peso del lavoro compositivo di Marco Heubaum, ancora una volta principale artefice della scrittura degli Xandria e capace di gestire melodie, strutture e una quantità impressionante di stratificazioni senza perdere mai di vista la canzone. Altrettanto centrale è Ambre Vourvahis, ormai perfettamente inserita nell’identità della band: voce pulita, growl, canto lirico e registri più delicati non diventano mai un’esibizione di versatilità fine a se stessa, ma vengono utilizzati ogni volta che la composizione lo richiede.

Proprio i testi costituiscono un’altra delle ragioni per cui Eclipse continua ad acquistare valore con gli ascolti. Dogmatismo, diversità, empatia, responsabilità verso le generazioni future, pensiero razionale e memoria storica vengono affrontati senza trasformare il disco in un concept rigido. Nei momenti migliori, parole, interpretazione e arrangiamenti finiscono per rafforzarsi reciprocamente, dando a ogni brano una personalità precisa e allo stesso tempo mantenendo una fortissima coerenza complessiva.

Eclipse è quindi un disco immediato ma non semplice, classico ma tutt’altro che privo di personalità, monumentale senza diventare costantemente ridondante e profondamente cinematografico senza perdere la propria anima metal. Dopo un The Wonders Still Awaiting già eccellente e il successivo Universal Tales, gli Xandria riescono ad alzare ulteriormente l’asticella, consegnando un album privo di veri riempitivi e capace di ricordare quanto il Symphonic Metal possa ancora risultare maestoso, profondo ed emozionante senza avere alcun bisogno di rinnegare o reinventare la propria natura. Per tutto questo, il 90/100 è pienamente meritato.

Tracklist

01. Syzygy – 1:23
02. Eclipse – 5:16
03. Colours – 5:03
04. The Shannon’s Home – 5:29
05. The Grand Delusion – 4:47
06. Wave of Tanis – 4:58
07. Northstar – 5:59
08. Masquerade – 5:30
09. The Last Generation – 5:35
10. The Poetry of the Real World – 4:56
11. Lore – 8:37

Lineup

Ambre Vourvahis: Vocals
Marco Heubaum: Guitars, Keyboards
Robert Klawonn: Guitars
Dimitrios “Tacki” Gatsios: Drums