Kamelot – Dark Asylum
Il 13/09/2026, di Eric Dallari.
Gruppo: Kamelot
Titolo Album: Dark Asylum
Genere: Melodic Heavy Metal, Power Metal, Symphonic Metal
Durata: 51 min.
Etichetta: Napalm Records
A tre anni di distanza da ‘The Awakening’, i Kamelot tornano con ‘Dark Asylum’, quattordicesimo album in studio della loro carriera e nuovo capitolo di un percorso che, senza stravolgere le coordinate sonore degli ultimi anni, sembra questa volta compiere un ulteriore passo in avanti. La componente melodica rimane centrale, così come quella ricerca di atmosfere avvolgenti che da tempo caratterizza il sound della band, ma il risultato appare più completo e convincente rispetto al predecessore.
Ad accoglierci è RavenHill Asylum, luogo immaginario che costituisce il cuore concettuale dell’album: una cattedrale trasformata in manicomio, all’interno della quale fede, scienza e follia finiscono per convivere. Le sue stanze diventano metafora delle zone più nascoste della mente umana, mentre il viaggio attraverso i suoi corridoi affronta identità, paura, ricordi frammentati e tormento interiore, lasciando progressivamente spazio alla ricerca di una possibile redenzione. Anche i testi contribuiscono a dare profondità a questo universo, trasformando RavenHill in qualcosa di più di una semplice ambientazione. Paure, ricordi e parti di noi stessi che tendiamo a nascondere o reprimere prendono così forma al suo interno, mentre brani come ‘Ivy, My Dear’ rendono questa dimensione sorprendentemente intima: l’immagine dell’edera che cresce sulle pareti di una cella diventa metafora dei ricordi che continuano a espandersi nella mente, tra distanza, desiderio e bisogno di aggrapparsi a ciò che è stato. È soprattutto qui, nell’immaginario neo-vittoriano e nella dimensione psicologica dei testi, che emerge l’anima più gotica di ‘Dark Asylum’, molto più che nella sua effettiva identità musicale.
È una cornice che trova una rappresentazione efficace anche sul piano musicale. ‘Dark Asylum’ possiede infatti un’anima scura e malinconica, senza però diventare mai realmente opprimente. Le melodie rimangono immediatamente riconoscibili e spesso estremamente orecchiabili, ma senza dare l’impressione di essere state costruite inseguendo facili soluzioni commerciali. Tastiere, layer atmosferici e arrangiamenti ampliano continuamente il suono, contribuendo a creare quella sensazione cinematografica che emerge già dall’introduzione di ‘Sanctorium’ e ritorna più volte nel corso dell’album. La title track rappresenta bene questo equilibrio, alternando ritmiche dal sapore power a un’anima fortemente melodica, capace di mantenere insieme aggressività e aperture più avvolgenti, prima di lasciare spazio a chitarra e tastiera che si dividono la parte solistica. Anche ‘The Sleeping Mind (Orphic Paradigm)’ spinge maggiormente sul versante power, sostenuta da una ritmica più serrata, senza però rinunciare a quei tappeti malinconici che attraversano buona parte del lavoro. Altrove è invece la melodia a prendere definitivamente il sopravvento, come in ‘Enigma (Think of Me)’, il cui ritornello immediato e orecchiabile offre ancora una volta a Karevik lo spazio ideale per mettere in mostra le proprie capacità interpretative.
A fare realmente la differenza è però Tommy Karevik. La sua non è semplicemente una prestazione tecnicamente impeccabile: ciò che colpisce è il modo in cui interpreta ogni passaggio, dando personalità alle linee vocali e adattando continuamente intensità e registro al carattere dei brani. Nei momenti più raccolti, come ‘Ivy, My Dear’, riesce a lavorare sulle sfumature e sull’espressività, mentre quando le composizioni acquistano potenza la voce si apre senza mai perdere controllo. È una prova capace di ricordare quanto Karevik sia ormai parte fondamentale dell’identità dei Kamelot.
Anche gli ospiti vengono utilizzati con criterio. Il growl di Ignacia Fernández crea un contrasto efficace con la voce pulita di Karevik in ‘Ashen World’ e soprattutto in ‘Sanctuary’, dove entra in gioco anche Clémentine Delauney, mentre Tobias Sammet porta immediatamente il proprio timbro riconoscibile in ‘One Last Masquerade’. Tra i momenti più particolari spicca però ‘Beneath the Moon (Tunglið)’, breve parentesi dal carattere folk costruita tra chitarra acustica, violino, percussioni e voci femminili, capace in appena due minuti di offrire uno dei passaggi più suggestivi dell’intero lavoro.
Fondamentale è infine il lavoro svolto dietro al banco: prodotto da Sascha Paeth insieme ai Kamelot e affidato a Jacob Hansen per mix e mastering, Dark Asylum gode di un suono estremamente definito, nel quale i numerosi elementi convivono senza togliersi reciprocamente spazio. Chitarre, sezione ritmica, voce e stratificazioni atmosferiche rimangono sempre perfettamente leggibili, anche nei passaggi più densi.
Con i suoi 51 minuti, ‘Dark Asylum’ riesce soprattutto in qualcosa che non dovrebbe essere dato per scontato: scorre senza appesantire l’ascolto e, arrivati alle ultime note di pianoforte di ‘Sanctum Requiem’, lascia persino la voglia di tornare nuovamente tra i corridoi di RavenHill. I Kamelot non rivoluzionano quanto costruito con ‘The Awakening’, ma ne sviluppano la direzione con maggiore completezza e convinzione. E questa volta il passo in avanti si sente.
Tracklist
1. Sanctorium
2. Ashen World
3. Dark Asylum
4. Sanctuary
5. Nocte Veritas
6. One Last Masquerade
7. Ivy, My Dear
8. Godlike Alchemy
9. The Sleeping Mind (Orphic Paradigm)
10. Kaleidoscope
11. Enigma (Think of Me)
12. Cassandra’s Disease
13. Beneath the Moon (Tunglið)
14. The Puppet King
15. Sanctum Requiem
Lineup
Tommy Karevik: Vocals
Thomas Youngblood: Guitars
Oliver Palotai: Keyboards / Orchestrations
Sean Tibbetts: Bass
Alex Landenburg: Drums