Amon Amarth – The Allfather Awakens

Il 02/10/2026, di .

Gruppo: Amon Amarth

Titolo Album: The Allfather Awakens

Genere: ,

Durata: 46:13 min.

Etichetta: Metal Blade Records

80

Ci sono band che diventano icone, parte integrante dell’immaginario collettivo legato a un genere di riferimento che hanno contribuito a forgiare, quando non addirittura a creare dalle fondamenta. Un merito che appartiene a pochissime realtà nel panorama internazionale, e gli Amon Amarth sono senza dubbio una di queste: parlare di viking death metal significa inevitabilmente parlare anche della formazione svedese.
Sono passati quattro anni dal precedente ‘The Great Heathen Army’, disco sicuramente di successo, ma che non aveva fatto gridare al miracolo, soprattutto se rapportato all’importantissima produzione che lo aveva preceduto. Ovviamente stiamo parlando di un gruppo che ha ormai raggiunto lo status di superstar della scena metal europea e mondiale ed è quindi naturale che, da autentici campioni del genere, ci si attenda sempre quello sprint in più rispetto alla concorrenza.
E in realtà l’ambizione è palpabile sin dalla copertina, che raffigura un Odino fiero e vincitore, con addosso i segni di una battaglia vinta, ma non senza fatica. Mi piace immaginarla anche come una rappresentazione del percorso degli stessi Amon Amarth, perché gli svedesi, pur rimanendo fedeli ai propri concetti di base, hanno saputo modificare nel tempo, anche se in maniera leggera e graduale, il proprio modo di esprimersi. E, in definitiva, sono sempre riusciti a superare le proprie sfide, arrivando a ottenere un successo ormai planetario.
Non è soltanto la copertina a parlare, perché anche il primo brano e secondo singolo ‘Gjallarhorn’ stabilisce il modo in cui i vichinghi danno il benvenuto agli ascoltatori. L’epico canto iniziale sembra quasi aprire un cerchio norreno destinato a racchiudere l’intero album dall’inizio alla fine, prima che un ritmo serrato e un riff trascinante prendano il sopravvento. Il refrain, immediato e potente come nella migliore tradizione degli Amon Amarth, completa un’apertura che non lascia spazio a dubbi sulle loro intenzioni.
A mostrare quanto il disco sappia percorrere anche strade differenti è ‘Upphaf’, passaggio significativo in quanto prima traccia acustica nella storia del quintetto e probabilmente destinata a diventare un must dal vivo. Stupisce per tensione ed evocatività, ipnotica nel suo sviluppo e in grado di trasportare l’ascoltatore all’interno di ammalianti atmosfere nordiche, mostrando un volto fino a oggi inesplorato.
‘Eight Legs of Thunder’ sprigiona invece il lato più bellico attraverso il suo ritmo, con melodie chitarristiche e ritornelli catchy che aumenteranno ulteriormente la presa sui fan. Una cavalcata energica e trascinante, al cui interno trova spazio anche un assolo di chitarra decisamente ispirato.
Quello che sorprende è soprattutto la varietà delle soluzioni, come dimostra ‘Kvasir’s Blood’, lento, pesante, ossessivo e attraversato da sfumature più contemporanee, dove il possente growl di Johan Hegg la fa da padrone. Il ritornello è da platea infuocata, all’interno di un pezzo di enorme impatto, da headbanging sfrenato, che cattura sin dal primo ascolto. Le chitarre, taglienti nella parte finale, completano il quadro con melodie assolutamente da incorniciare.
‘We Rule the Waves’ trova il proprio asse portante in un riffing particolarmente indovinato, base ideale per una performance di Hegg sicuramente di spessore, sostenuta da una produzione imponente. Rimane evidente come, con il passare degli anni, gli Amon Amarth si siano progressivamente allontanati dai canoni più puramente death per abbracciare sonorità maggiormente heavy e, a tratti, quasi power. Considerando però la qualità della proposta e la naturalezza con cui questa evoluzione viene interpretata, non si può che parlare di un’ulteriore battaglia vinta dal combo scandinavo.
Non ci si stanca, perché i minuti trascorrono senza che emergano veri punti deboli. ‘Die With a War Cry’ ribadisce come gli Amon Amarth siano una vera e propria macchina da guerra, votata alla potenza. Una caratteristica che non coincide necessariamente con la velocità, ma trova spesso nel ritmo e nella pesantezza le proprie armi migliori. Questo pezzo lo dimostra in ogni singolo secondo: un autentico macigno, con una prestazione chitarristica a tratti quasi ai limiti del black metal e destinato a imprimersi profondamente nella memoria.
Ma tutto questo è anche atmosfera vichinga, quella che si riscopre negli inni, o almeno nelle tracce che vogliono esserlo, come ‘Raven God’, dal carattere intenso, melodico e profondamente metal. Un’impostazione quasi da festeggiamenti che, devo dire, riesce perfettamente a rievocare immagini della tradizione nordica attraverso singole, splendide note.
Ci sono poi, a mio avviso, diverse sfaccettature dal carattere più modern metal, come nella title track, che personalmente non mi dispiacciono affatto. Un’attitudine che conserva lo stile incalzante degli Amon Amarth, ma che mi rendo conto possa, in alcuni casi, far storcere il naso, soprattutto pensando alle ragioni per cui sono diventati così importanti nel nostro mondo. Probabilmente è il brano più rischioso del lotto, ma proprio per questo ne apprezzo il tentativo di essere, per così dire, ‘diverso’.
‘Oden’s Hunt’ riporta invece il disco verso territori più aggressivi, attraverso un assalto senza fine che dal vivo è destinato a mietere parecchie vittime. Un pezzo vichingo fino al midollo, grazie soprattutto all’impeto con cui viene consegnato e a un’intensità che non concede praticamente tregua.
‘The Allfather Awakens’ si chiude infine con ‘Ascending Like an Eagle’, una suite di quasi sette minuti, tesa e coinvolgente, che racchiude al proprio interno un mondo fatto di storia e leggenda. Una dimensione che gli Amon Amarth conoscono alla perfezione e che probabilmente soltanto loro sono oggi in grado di ricreare con una simile magnificenza e, soprattutto, con un sentimento così autentico.
Il nuovo lavoro degli Amon Amarth è un disco che, in un modo o nell’altro, farà parlare di sé. Sono molti gli elementi distintivi e, soprattutto, ‘nuovi’ rispetto al passato, all’interno di un lavoro ambizioso, a mio parere molto valido e sincero, che può reggere il confronto con quanto realizzato in precedenza e che, secondo una personale visione, si pone al vertice tra i dischi pubblicati dal gruppo da molti anni a questa parte.
Parlavo di un cerchio norreno perché, al di là delle novità introdotte in ‘The Allfather Awakens’, quel confine viene sempre rispettato e diventa il perimetro entro il quale continua a muoversi l’attitudine degli Amon Amarth. Si può sperimentare, cambiare qualcosa e spingersi altrove, ma senza oltrepassare quella linea che continua a custodirne l’essenza.
La verità è che, probabilmente, Odino brinderà alla nuova opera dei suoi figli. E noi chi siamo per impedirglielo? Skål!

Tracklist

01. Gjallarhorn
02. Eight Legs of Thunder
03. Kvasir’s Blood
04. We Rule the Waves
05. Upphaf
06. Die with a War Cry
07. Raven God
08. The Allfather Awakes
09. Oden’s Hunt
10. Ascending Like an Eagle

Lineup

Johan Hegg: vocals
Olavi Mikkonen: guitar
Johan Söderberg: guitar
Ted Lundström: bass
Jocke Wallgreen: drums