Iron Maiden – Prodigal Sons, i ritardatari della lotteria della Vergine di Ferro [Part 1]

Il 03/08/2025, di .

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Iron Maiden – Prodigal Sons, i ritardatari della lotteria della Vergine di Ferro [Part 1]

Con la sezione europea del Run For Your Lives Tour che si avvia alla conclusione e la sua scaletta ben definita anche agli occhi dei meno attenti, c’è ben poco da speculare su eventuali sorprese che le prossime date dal vivo degli Iron Maiden possano riservare.
E poi, diciamolo con chiarezza, anche in vista di tour più o meno celebrativi in futuro, con o senza Dawson: in fase di compilazione della setlist nella stragrande maggioranza dei casi i Nostri hanno proceduto a ripescaggi anziché a debut inediti, con l’importantissima eccezione di ‘Alexander The Great’ che ha fatto il suo ingresso trionfale nel Future Past Tour, a varie decadi dall’uscita di ‘Somewhere in Time’ e dalle relative date promozionali, quando gli fu preferita l’ancora relativamente fresca di pubblicazione ‘Rime of the Ancient Mariner’.
Ecco dunque che l’inclusione della discussissima opener ‘Murders in the Rue Morgue’, di ‘Killers’ e persino di ‘The Clairvoyant’ rappresentino sostanzialmente una forma di “usato sicuro” (e che usato), ma non si discostano dallo schema di cui sopra. Insomma, come accennato nel report della data padovana di quest’anno, le deep cuts dal punto di vista delle setlist live non sono mancate, ma niente scossoni come nel tour precedente. Tuttavia… esiste davvero un fan della Vergine di Ferro che si lagnerebbe per un’ipotetica scaletta fatta solo di inediti live, di ritardatari decennali della lotteria della premiata ditta di Harris & Co.? Non credo, a prescindere da quante volte si siano visti dal vivo gli Iron Maiden.
Vediamo dunque nel dettaglio quali sarebbero i “numeri” non ancora estratti dal pallottoliere, partendo dai dischi che costituirono il lotto degli Early Days un paio di decadi fa…

Killers
Lo sanno anche i sassi: del primo, omonimo album i Nostri hanno suonato tutti i pezzi, in tour celebrativi del passato o in quelli più a ridosso della pubblicazione, come il Metal For Muthas. Per lo stesso motivo e per circostanze spiegate nel mio articolo monografico di qualche anni fa, quasi lo stesso destino è toccato al successivo ‘Killers’. Persino ‘The Ides of March’, tra le loro intro preferite dei summenzionati tour, veniva eseguita materialmente da tutta la band nel periodo precedente alla registrazione dell’album. ‘Prodigal Son’ rimane l’eccezione, anche se rispetto a tutti gli altri estratti in lista è avvolta dalla nebbia del dubbio, in quanto sarebbe stata inserita in almeno un live degli anni ’70. In effetti, si tratta di un unicum in un album che è a sua volta un unicum nella discografia della Vergine di Ferro: se il disco dispiega soluzioni più dirette del solito, la track rappresenta a sua volta l’omaggio alla tradizione prog inglese, sia nella musica – con soluzione acustiche che anticiperanno la successiva ‘Journeyman’ – che nel testo, con quella ‘Lamia’ che non può non ricordare i Genesis di ‘The Lamb Lies Down On Broadway’. Il tutto impreziosito, manco a dirlo, da un assolo del nuovo arrivato, un certo Adrian Smith…

The Number of the Beast
Il debut di Dickinson negli Iron Maiden resta uno degli album più amati della loro discografia, e anche la percentuale di pezzi suonati dal vivo è piuttosto elevata. Fanno eccezione ‘Invaders’ e ‘Gangland’, come scrivevo nell’articolo dedicato al trentennale dell’album, evidenziando che alla seconda nel tour di Beast on the Road sia stata (meritatamente) preferita una delle B-sides, quella ‘Total Eclipse’ che personalmente rappresenta la vera gemma tra le inedite del gruppo – che non ha caso l’ha a pieno titolo ripristinata in tracklist.
Ebbene, personalmente non ho mai capito l’esclusione dell’opening track ‘Invaders’: pare che il lider maximo l’abbia considerata inadeguata come opener dei live della nuova formazione, preferendole addirittura ‘Murders in the Rue Morgue’ per il Beast on the Road e dando inconsapevolmente vita a una delle future polemiche sulla criticatissima entrata di Simon Dawson nei concerti del Run For Your Lives (a proposito, avete notato che, anche quando la suonava Nicko, veniva alla perfezione solo quando tutta la band eseguiva materialmente l’intro? Forse avrebbero dovuto farne tesoro…). Ma torniamo a ‘Invaders’, senza divagare troppo, sottolineando anzi come le serrate rirmiche che ne costituiscono l’ossatura sono un vero e proprio marchio di fabbrica della sezione Harris / Burr, che in questo periodo raggiunse decisamente il livello più elevato. E probabilmente era questa eccessiva intricatezza a non piacere a Steve Harris in questa fase, un’opinione corroborata dallo stile con meno fronzoli del futuro drummer Nicko McBrain. Su ‘Gangland’ mi sono già espresso a suo tempo (a proposito, sapete che Clive Burr ne è stato tra i compositori, esattamente come è avvenuto per ‘Total Eclipse’?): chissà in ogni caso se i Nostri decideranno di omaggiare mai ‘The Number of the Beast’ con una riproposizione integrale, sottraendo il monopolio ai Dream Theater! Ecco comunque di seguito l’amarcord di Adrian Smith, co-writer di ‘Gangland’ assieme a Burr…

Piece of Mind
Eh, qui la faccenda si fa complicata. ‘Piece of Mind’ è il primo album della formazione “classica” degli anni ’80, più prolifica prima dell’avvento del “sestetto”, e quindi è logico che la sua tracklist sia stata saccheggiata, nel World Piece Tour così come nei successivi. Certo, ‘To Tame a Land’ avrebbe conosciuto successori sempre più lunghi, ‘Still Life’ sarebbe poi riemersa all’epoca di ‘Seventh Son…’, mentre l’amatissima ‘Flight of Icarus’ (rea di avere un ritmo inusuale ma probabilmente soprattutto di essere una delle più fortunate creazioni dell’accoppiata Dickinson / Smith) avrebbe conosciuto lungo ostracismo dopo il 1985, ritornando in setlist solo di recente. Tuttavia, in un album che ha più di altri come particolarità i costanti riferimenti alla letteratura e al cinema, le escluse sono due: quella ‘Quest For Fire’ a tratti eccessiva, sia nella performance dickinsoniana che nel testo anacronistico che mostra la convivenza tra uomini e dinosauri come un Kung Fury qualsiasi, e quella ‘Sun and Steel’ che magari non sarà il pezzo più memorabile dei Maiden ma che rappresenta uno dei motivi per cui li amiamo tanto, con quel rimando a The Way of the Warrior che tanti cuori ha infiammato. Curiosamente, Steve Harris non ha optato per una seconda possibilità nel Future Past Tour, dato che la biografia del samurai Miyamoto Musashi sarebbe calzata a pennello tra le progressioni di ‘Senjutsu’. Forse anche troppo, che dite?

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