Frantic Fest: tutti i suoi segreti e retroscena svelati da Davide Straccione!
Il 04/08/2025, di Alex Ventriglia.
In: Metal Truth.
Dietro uno dei Festival più gettonati dell’intera stagione estiva, per non dire il più insolito e coraggioso nel saper mescolare insieme tanti generi musicali, ci son persone che ci credono spassionatamente e si sbattono dall’inizio alla fine, pur di promozionare degnamente il glorioso nome del Frantic. Ma, forse, l’elemento distintivo e più riconosciuto della kermesse festivaliera abruzzese è e resta Davide Straccione, uomo stakanovista per antonomasia e che, tra le altre, numerosissime cose in cui è coinvolto, canta pure negli Shores Of Null, una delle band più di caratura internazionale che la scuola italiana può vantare.
Di carne da mettere al fuoco ce n’è moltissima, lasciamo che sia appunto Davide a raccontarci segreti e retroscena, sogni e speranze, soddisfazioni e risultati raccolti, nel nome di un Festival che giunge quest’anno alla sua settima edizione, ubicato, sempre e tassativamente, a Francavilla al Male, ops, Mare, volevamo dire…
Quella di quest’anno sarà la settima edizione del Frantic, Festival che si svolge dal 2017 e che, eccezion fatta per i due anni sciagurati in cui a causa Covid tutto è stato chiuso, è stato capace di crescere sempre di più, edizione dopo edizione, sia a livello di presenze che come portata di gruppi.
“È anche la settima edizione in cui Metal Hammer rinnova la sua presenza, e ci tengo particolarmente a sottolinearlo. Per me Metal Hammer rappresenta molto più di una rivista: è il marchio che mi ha accompagnato nella scoperta del metal quando ero ragazzino. Crescendo in una realtà di provincia, le notizie sulle mie band preferite arrivavano col contagocce, e proprio grazie a voi quella passione viscerale per la musica ha potuto prendere forma. Suono in band da circa vent’anni, e da altrettanto tempo organizzo concerti in un’ottica DIY. Il Frantic è la concretizzazione di un’idea nata dal basso, che oggi sta diventando un punto di riferimento per molti. Vederla crescere anno dopo anno è motivo di grande orgoglio”.

Quindi, a maggior ragione, vengo ora a chiederti i tuoi ricordi, relativi alla prima edizione, quando si è scommesso forte, vincendo, su questo festival che ha saputo imporsi, mescolando, diversi umori e dagli stili più disparati, dagli Aura Noir, agli Ufomammut, dagli Spiritual Front, agli Impaled Nazarene, dagli Slapshot ai Goblin… Nel 2017, questa sembrava essere quasi una mossa avanguardistica.
“Il Frantic Fest non è nato dal nulla, ma è il frutto di anni di militanza nella scena locale. Anni passati a organizzare concerti underground a Pescara, supportare band, ospitarle a casa, collaborare con i locali della zona… tutto con l’obiettivo di trasformare questa città in una meta reale per la musica dal vivo. Il festival è nato da tutte le connessioni che questa frenesia ha generato, ed è stato possibile anche grazie ad amici che, prima di me, avevano già sperimentato organizzando serate metal al Tikitaka Village di Francavilla al Mare. Prima del debutto ufficiale, ci sono stati un paio d’anni di rodaggio: insieme ad alcune tra le realtà alternative più attive del territorio, avevamo creato degli appuntamenti che, a posteriori, possiamo considerare i veri precursori del Frantic. È proprio con quello stesso gruppo di amici che il festival ha preso forma. La follia e l’eterogeneità della line-up del 2017 rispecchiavano i nostri gusti in quel preciso momento: non si trattava tanto di un’operazione avanguardistica, quanto del desiderio autentico di mettere insieme tutto ciò che amavamo — metal, punk, rock, senza distinzioni rigide. C’erano anche i Grave, in quell’edizione. Ogni nome, ogni scelta, era un tassello di ciò che volevamo vedere su un palco, nei limiti di un’organizzazione ancora molto acerba”.

Quando, e cosa, vi convinse che la scelta era stata giusta? Al netto di tante componenti, ovvio, che possono sempre presentarsi, ma ci deve essere stato qualcosa di preciso che è scattato. E che ha permesso il successo del Frantic che, non dimentichiamocelo, si svolge in una regione non centralissima come l’Abruzzo, e in un periodo dell’anno non facile, visto che ad Agosto in Italia è un autentico macello poter girare, figuriamoci trovare un alloggio dove stare, poi in una zona balneare qual è Francavilla al Mare. Ciò nonostante, il Frantic è cresciuto sempre di più, diventando un appuntamento fisso ormai inderogabile. Oltre che Festival diverso da tutti gli altri. Almeno in Italia.
In realtà, se ci pensi, l’Abruzzo è geograficamente al centro dell’Italia. Pescara e Francavilla distano appena due ore di auto da Roma, entrambe le città hanno una stazione ferroviaria e abbiamo un aeroporto. Da questo punto di vista, siamo messi meglio di molte altre zone del Centro-Sud. La vera difficoltà, semmai, riguarda la logistica per le band: molte atterrano a Roma perché i voli da e per Pescara coprono solo poche destinazioni, e i transfer in furgone richiedono tempo e organizzazione. Ma è un aspetto con cui facciamo i conti fin dalla prima edizione. Abbiamo scelto il weekend di Ferragosto proprio perché, per molte persone, è un periodo di ferie. Vale per il pubblico, ma anche per noi che lavoriamo al festival e per la struttura che ci ospita. In tal senso il periodo è sicuramente meglio di atri, in estate. Il pubblico è affezionato, sa cosa aspettarsi: il mare a pochi passi, un’atmosfera rilassata, concerti in una dimensione umana. Credo che siano questi gli elementi che spingono le persone a tornare. Certo, non mancano le criticità: i costi degli alloggi ad agosto sono più alti, e Francavilla non è una grande città, quindi la ricettività non è all’altezza del flusso di pubblico che il Frantic attira. Ma non è un limite solo nostro — vale per tanti festival in giro in Europa. Proprio per questo, fin da subito, abbiamo deciso di includere un’area camping interna, per offrire un’alternativa comoda e economica. Oltretutto credo sia uno dei pochi festival in cui l’area camping è situata dentro all’area festival”.

Che poi, la storia dell’Abruzzo decentrato e fuori dai giochi regge fino a un certo punto, viste le diverse situazioni che vengono a crearsi in regione, penso per esempio alle HM Nights di Martinsicuro di un tempo, il cui testimone pare oggi esser stato preso dall’In The Best Tradition Festival – d’altronde la famiglia Iustini si sa che è ad alta gradazione metallica! – oppure a una realtà consolidata come il vostro Scumm, club di Pescara e tra i più attivi ed intraprendenti locali d’Italia. Quindi il retaggio c’è, e pure un following fidato e bello nutrito.
“Lo dico spesso: il contesto culturale e il bacino di utenza contano, e contano tanto. Fanno la differenza nel creare terreno fertile per certi generi e nel far crescere un progetto come il nostro. Ma da soli non bastano. Senza persone disposte a mettersi in gioco davvero, a sacrificare tempo ed energie per costruire qualcosa, non si va lontano. Sembrano concetti banali, ma alla fine sono l’unica cosa che conta. Ogni evento — grande o piccolo che sia — nasce dalla volontà concreta di chi sceglie di renderlo possibile, soprattutto in territori che restano ai margini dei grandi circuiti, specialmente per il metal e i generi alternativi. Massimo rispetto per i ragazzi dei Witchunter e per l’In The Best Tradition Festival — una realtà che sostengo e aiuto come posso. Siamo abruzzesi: geograficamente centrali, ma spesso culturalmente periferici. E se non ci muoviamo noi, nessuno viene a farlo al posto nostro. Mi fa piacere che tu abbia citato anche lo Scumm: collaboro con loro fin dagli inizi per portare concerti underground a Pescara e da qualche anno lavoro anche al bar. Prima c’erano tanti altri posti del cuore, oggi scomparsi, che hanno lasciato un vuoto. Per fortuna resistono realtà come il Pescara Hardcore Fest o il Tube Cult Fest. Alla fine, è sempre nelle mani di chi sceglie di fare. Nulla nasce per caso”.
A proposito di following, resto dell’avviso che la tipologia dei partecipanti del Frantic è davvero un caso a parte, un valore aggiunto che, nelle altre parti d’Italia, non c’è. Voglio dire, il pubblico del Frantic è speciale, per non dire unico. Altrove, non ne vedo traccia. È solo una mia impressione?
“Mi fa davvero piacere che tu l’abbia notato. Il pubblico non l’abbiamo scelto noi, ma in un certo senso sono state le scelte artistiche fatte anno dopo anno a plasmarlo. La proposta musicale, i valori che ci sono dietro, il modo in cui comunichiamo: tutto questo ha attirato un certo tipo di persone, creando un’identità forte e riconoscibile attorno al festival. Il pubblico del Frantic è davvero speciale. C’è un senso di rispetto, di condivisione e di presenza attiva che non si trova ovunque, è vero. A volte mi capita di fermarmi e pensare: “Guarda cosa abbiamo creato?”. Ed è questo, per me, il vero successo di un festival: costruire un luogo in cui le persone si sentano parte di qualcosa, quasi come a casa, a volte anche meglio di casa”.
Senti, ma come si porta un gruppo a suonare al Frantic? Qual è l’iter che si segue, sia nello scegliere che nel portare a fondo, la missione?
“Abbiamo iniziato con i contatti che avevamo, scrivendo direttamente alle band dove possibile, oppure passando attraverso i loro agenti, soprattutto per i nomi più grandi. Proporti come festival quando non hai uno storico può essere difficile, devi far sì che band e agenti si possano fidare di te, non tutto è “Shitaly”. L’unica differenza rispetto al passato è che oggi puntiamo un po’ più in alto, ma il processo è lo stesso: alcune band le cerchiamo noi, altre ci vengono proposte. Con alcuni agenti ormai c’è un rapporto consolidato, e ogni anno ci segnalano chi sarà in tour ad agosto. Da lì, se qualcosa ci interessa, si parte con un’offerta. È chiaro che gli headliner sono fondamentali per la riuscita di un festival e cerchiamo di partire da lì, ma personalmente trovo ancora più gratificante portare quelle band più piccole, quelle chicche che difficilmente passerebbero dall’Italia, e quasi mai dal centro-sud. La missione resta sempre la stessa: costruire una line-up che piaccia prima di tutto a noi, ma che offra qualcosa di unico, qualcosa che non capita di vedere tutti i giorni”.
Visto che siamo in tema di retroscena, qual è il gruppo che vorreste portare a tutti i costi a suonare a Francavilla? O meglio, so che la lista potrebbe essere molto lunga, quello per cui vi state muovendo da tempo, quasi fosse un sogno nel cassetto…
“Come ho detto anche in un’altra intervista, i due nomi che mi vengono in mente sono Paradise Lost e Converge. La lista dei desideri, però, è lunghissima e non posso svelarla tutta, rischierei di spoilerare parte della line-up del 2026 probabilmente! Quello che posso anticiparti è che nell’edizione 2025 avremo alcune band che proviamo a portare da anni, e finalmente ce l’abbiamo fatta. Tre su tutte: Carcass, Zeal & Ardor e Orange Goblin — tutti in esclusiva come unica data italiana in questa tranche estiva. Nel caso degli Orange Goblin, sarà addirittura l’ultimo concerto italiano della loro carriera. Che dire poi dei Sigh che suoneranno il loro primo concerto in Italia della loro carriera, stesso discorso per Winterfylleth. Insomma, per noi è una soddisfazione enorme essere riusciti a concretizzare qualcosa che, fino a poco tempo fa, sembrava quasi irraggiungibile”.
Le tue “medaglie” al petto, invece? Il fiore all’occhiello che inorgoglisce averlo fatto suonare al Frantic?
“Tra le cose che porto con più orgoglio, sicuramente c’è l’aver avuto LG Petrov con gli Entombed A.D.: un momento speciale, che oggi ha un peso ancora più forte. Ma penso anche agli Enslaved, o a quel live pazzesco dei Midnight, uno dei concerti più incendiari mai visti al Frantic. E poi l’inaspettato ritorno sulle scene degli Inchiuvatu, un evento che ha lasciato davvero il segno tra i fan. Ma se devo dirti cosa mi rende più fiero in assoluto, è un’altra cosa: aver dato spazio ad alcune band prima che il grande pubblico si accorgesse di loro. È un privilegio che mi è capitato più volte, e che deriva da un’osservazione attenta dell’underground, dalla voglia di scavare e anche da un certo fiuto per le band che stanno per esplodere fuori dalla bolla, cosa che credo sia fondamentale per un festival come il nostro. È successo con Master Boot Record, che al Frantic hanno suonato il loro primo live in assoluto. È successo con Messa, con Gaerea, che sono passati da noi poco prima del grande salto. Ecco, queste sono le vere medaglie, se così vogliamo chiamarle”.
Perché secondo te al Frantic è stata possibile una sinergia del genere, anzi, definiamola meglio, una simbiosi tra più stili musicali, spesso originati da formazioni che, altro punto a favore del Festival, si sono trovate al debutto assoluto in Italia, quindi come se fosse quasi una sorta di “laboratorio”, che predilige diversi aspetti, di quest’arte chiamata musica.
“Non saprei dirtelo con certezza, ma il Frantic è nato soprattutto da una visione, forse lungimirante, sicuramente azzardata. L’idea di far convivere diversi generi musicali, spesso anche distanti tra loro, ma pur sempre appartenenti allo spettro della musica estrema e alternativa, e abituare il pubblico a vedere questa mescolanza come qualcosa di naturale: quella è stata la vera sfida. È stata una cosa spontanea, come sono le cose belle”.

Davide Straccione, si può dire di tutto, di più su di te, non sei solo l’elemento distintivo del Frantic, ma anche tra i responsabili dello Scumm, uno che trascorre non si sa quante ore on the road come driver, ma soprattutto frontman degli Shores Of Null, tra i gruppi più di portata internazionale che possiamo a tutti i livelli vantare. Sinceramente, ti bastano le 24 ore giornaliere, per poter affrontare tutto?
“In realtà faccio anche altro (ahahah), e fino all’anno scorso avevo anche un’etichetta, la Spikerot Records, che ha rappresentato una grossa fetta della mia vita dal 2018 per circa sei anni. Che ti devo dire, la mia vita è questa, ma finché ce la faccio continuo a fare tutto ciò che serve”.
La domanda successiva, forse scontata, ma è d’obbligo: più faticoso fare il musicista, oppure organizzarlo, il concerto?
“Decisamente organizzarlo. A volte i due ruoli possono sovrapporsi, ma nel caso del Frantic faccio di tutto per evitarlo. Molti musicisti al mio posto sarebbero entusiasti di suonare ogni anno con la propria band, io invece la vedo al contrario. Non ho creato il Frantic per un tornaconto personale, e poi i livelli di stress e l’impegno nei giorni del festival sono così alti che sarebbe pura follia aggiungere anche il dover suonare. Essere solo musicista, in confronto, è una passeggiata, ma per come siamo fatti noi non siamo mai sempre e solo musicisti: siamo anche autisti, tour manager, merchandiser, e tanto altro”.

Cosa ti aspetti dall’edizione 2025? Come al solito grandi nomi, forse il “cast” più illustre e impegnativo, dai Carcass amatissimi in Italia, agli Orange Goblin al passo d’addio, agli Zeal & Ardor, una delle band più innovative ed originali dell’ultimo lustro…
“Mi aspetto tanti sorrisi e voglia di condivisione, quella stessa energia che ha sempre reso speciale l’atmosfera del Frantic. L’edizione 2025 è, senza dubbio, una delle più ambiziose che abbiamo mai messo in piedi: non solo per i nomi coinvolti, ma per il lavoro che c’è dietro ogni singola scelta. Ma più di tutto, mi aspetto che il pubblico percepisca il cuore e la cura che ci abbiamo messo — e che, come sempre, torni a casa con qualcosa in più”.