Iron Maiden – Prodigal Sons, i ritardatari della lotteria della Vergine di Ferro [Part 2]
Il 09/08/2025, di Francesco Faniello.
In: Metal Truth.
Il pubblico tende da sempre a dividersi in fazioni sui numeri, questo è certo. Numeri progressivi e consecutivi sui dischi imprescindibili, prima che l’inevitabile calo artistico si faccia beffe dei propri beniamini. Lo fa abitualmente con i Black Sabbath e con gli Iron Maiden, ma non lo fa in genere con gente tipo Deep Purple e Judas Priest, anche se lì sarebbe sinceramente interessante scoprire l’opinione dell’ascoltatore della porta accanto.
C’è un altro fatto che rappresenta una sicurezza: gli album influenti di un gruppo sono sempre i primi, a dispetto di quanta qualità si possa trovare nei successivi. Ci sono quelle band che godono di una rinascita artistica più o meno duratura, ma difficilmente si professerà in giro di essere stati influenzati dal dodicesimo album di questo o quell’act. Ecco perché in questa seconda parte relativa ai grandi assenti nella setlist degli Iron Maiden ho deciso di fermarmi al numero sette. Non perché non mi interessino i motivi dell’esclusione di ‘Mother Russia’ dalle scalette del 1990, o non abbia a cuore il destino di quella ‘Judas Be My Guide’ il cui giro (si badi bene: gli accordi, non l’influenza) ha fatto la fortuna di svariati artisti di metal estremo, o non sia sinceramente commosso all’eventualità che Blaze Bayley porti dal vivo ‘The Unbeliever’ nel trentennale di ‘The X Factor’, ma direi che per la maggior parte di noi, quando si parla di Harris e soci, sette è il numero perfetto. Tanto più che nella prima parte di questo speciale ci siamo occupati della sezione The Early Days (per citare il fortunato tour di una ventina di anni orsono), mentre qui potremmo parlare di Somewhere Back in Time e Maiden England in un colpo solo. O meglio, di quei pezzi rimasti fuori dai cancelli delle celebrazioni a cui i Maiden ci hanno abituato, per i motivi precedentemente descritti. Ci sarà una terza parte? Ma certo, prima o poi…
Powerslave
Nel suo speciale sul blockbuster maidenano del 1984, il collega Gianfranco Monese parlava legittimamente di “capolavoro a metà”. Il motivo risiedeva proprio tra lo scollamento tra i classiconi lì presenti e quelli che i Nostri hanno legittimamente deciso di tagliar fuori dalle scalette. Ecco, come molti di voi ero pienamente cosciente dell’esistenza di una versione al fulmicotone di ‘Losfer Words’ registrata durante il World Slavery Tour, ma ho appreso solo di recente che nel loro giro oltre l’allora Cortina di Ferro i Nostri avessero messo mano per un paio di date a ‘Back in the Village’, famigerata seconda parte di ‘The Prisoner’ impreziosita dagli assoli del solito Adrian Smith. A proposito, nei credits si legge chiaramente “Dickinson / Smith”, non suona un po’ familiare come motivo di abbandono di un pezzo? In realtà, come evidenziato anche dal buon Monese a suo tempo, tra gli esclusi campeggiano ‘Flash Of The Blade’ e ‘The Duellists’ ed è su loro due che voglio soffermarmi.
Nonostante sia generalmente considerata una delle deep cuts degne di maggior rispetto, non ho mai avuto molta simpatia per ‘The Duellists’, al netto del fatto di essere inserita nella tracklist di quello che considero uno dei capolavori dell’HM in generale. Un tantino prolissa specie nella parte centrale (con soluzioni che anticiperanno quelle del futuro sestesso), ma soprattutto ogni volta che parte la strofa non posso non pensare a ‘Where Eagles Dare’, sia per il cantato che per la ritmica… a voi non capita mai? A proposito di parallelismi con ‘Piece of Mind’, anche questo pezzo avrebbe avuto una chance dal punto di vista tematico nel Future Past Tour, ma personalmente continuo a preferirgli ‘Sun and Steel’.
Oltre a essere stato uno dei primi pezzi della Vergine di Ferro che io abbia mai ascoltato, ‘Flash Of The Blade’ ha anche la particolarità di essere fuoriuscito completamente dalla penna di Bruce Dickinson: conosciamo la sua passione per la scherma, quindi non è un mistero. Tra i motivi della sua esclusione dalle scalette ci potrebbe essere anche questo, ma sarebbe una spiegazione alquanto riduttiva, dato che qualche anno più tardi sarebbe stato proprio il leader Steve Harris a chiedere al cantante di utilizzare la sua ‘Bring your Daughter to the Slaughter’ per la band madre, una scelta che si sarebbe rivelata vincente dal punto di vista commerciale. E allora? Beh, semplicemente ‘Flash Of The Blade’ è un pezzo atipico per i Maiden, con la sua struttura che richiama curiosamente le cose migliori che ci regalerà Bruce da solista nel decennio successivo: un altro elemento che rappresenta la forza di questo pezzo ma che, al cospetto dei colossi di cui è costellato l’album, ne ha decretato l’esclusione. Un verdetto che però non ha impedito a Dario Argento di conferirle ampia notorietà in Italia!
Somewhere in Time
Benché la mia personale definizione del sesto album degli Iron Maiden sia che “non ci sia neanche una nota fuori posto”, per un po’ ‘Somewhere in Time’ è stato la Cenerentola dei Magnifici Sette, sia per le vicende relative al burnout post tour estensivi, sia per il conseguente vuoto di potere compositivo, laddove Harris si è stavolta dovuto arrendere alla prolificità di Smith. Proprio per questo Smallwood e soci non previdero una release live ufficiale o semiufficiale del Somewhere on Tour (un vero peccato, col senno di poi), e comunque si tratta di un lavoro ampiamente rivalutato di recente, come testimonia la scelta di affiancarlo alla tematica opposta proposta da ‘Senjutsu’ nel recente Future Past Tour. Nonostante tutto, la media dei pezzi suonati almeno una volta dal vivo è altissima: classici arcinoti a parte, la bellissima Sea of Madness aveva un posto d’onore nell’86/87, ‘The Loneliness of the Long Distance Runner’ godette di una one-off a Belgrado solo una volta e la storia di ‘Alexander the Great’ la conosciamo un po’ tutti. Unica esclusa resta (per ora) ‘Deja Vu’, altra cavalcata forsennata che fa il paio con l’opener e la già citata ‘The Loneliness…’: i pezzi di Dave Murray hanno una costante nell’intro melodico – ne è esempio ‘Still Life’ – che in questo caso diventa un vero e proprio marchio di fabbrica, grazie al sound liquido del Blond Bomber e alle melodie futuristiche della Air Raid Siren.
Seventh Son of a Seventh Son
Arrivare al settimo album e dedicare allo stesso un tour promozionale che pesca a piene mani dalla tracklist è segno di una band che crede decisamente in se stessa. Se poi aggiungiamo la presenza di deep cuts come ‘Still Life’ e ‘Killers’ nella setlist del Seventh Tour of a Seventh Tour oltre agli immancabili classici, comprendiamo che questi ragazzi vivevano ritmi elevatissimi, forieri della crisi che di lì a poco sarebbe sopraggiunta. Come sappiamo, Dickinson era un fan di ‘Operation: Mindcrime’ dei Queensryche e considerava quello un esempio di concept album riuscito, mentre d’altro canto Smith avrebbe colto la palla al balzo all’annuncio di una semplificazione compositiva che avrebbe interessato gli album successivi, e avrebbe abbandonato per primo la nave per dedicarsi ai suoi progetti. Il tempo conferirà ancora maggiore popolarità a ‘Seventh Son of a Seventh Son’, con le sue sonorità che riaffioreranno nelle varie ramificazioni del black metal melodico del decennio successivo – immaginate la scuola di Gothenburg come avrebbe gongolato dinanzi alla title track e al 6/8 di ‘The Prophecy’, reminiscente delle sonorità nordeuropee – e con il pubblico che si mostrerà decisamente più indulgente nei confronti delle tastiere, vero “peccato originale” per i metallari dell’epoca.
Come anticipavamo, la tracklist del settimo album della Vergine di Ferro è stata in buona parte riversata live, come testimoniano sia l’arcinoto Maiden England che il tour commemorativo dei primi anni Dieci, per non parlare della title track inserita a pieno titolo nel Run For Your Lives. A restar fuori, la succitata ‘The Prophecy’, il brano in cui i nodi testuali per così dire vengono al pettine, e la cavalcata conclusiva ‘Only the Good Die Young’, sulla quale per la verità lo stesso Steve Harris si era espresso di recente, osservando che si tratta di un pezzo che gli piacerebbe riprendere per inserirlo finalmente in setlist. In attesa che i Nostri si decidano a dare a ‘Only the Good Die Young’ battesimo del fuoco, eccone la versione delle Iron Maidens di Courtney Cox…