Nan Goldin, schegge di memoria in fotogrammi all’HangarBicocca

Il 10/10/2025, di .

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Nan Goldin, schegge di memoria in fotogrammi all’HangarBicocca

I tuoi capelli sono troppo lunghi”, “la musica che ascolti è troppo rumorosa”, “sei troppo chiusa, sembri sempre arrabbiata”. A volte ci vuole tutta l’adolescenza per capire che le presunte pecche che gli altri trovavano in noi non erano perché fossimo effettivamente troppo per loro ma semmai troppo poco. Crescendo, si arriva poi alla conclusione che in realtà l’unica persona alla quale si deve andare bene è se stessi e tutte le altre che non condividono le nostre scelte possono uscire dalla nostra vita proprio così come erano entrati.

                     Nan Goldin, Amanda at the sauna, Hotel Savoy, Berlin, 1993 © Nan Goldin, Courtesy Gagosian

Non è ovviamente facile mantenere questa lucidità e la conseguente fermezza di spirito ma a volte gli amici, la musica, i libri o l’arte in generale aiutano a rendere il carico maggiormente sopportabile lungo la via. Per quanto mi riguarda uno dei folgoranti riscontri che la strada era quella giusta lo ebbi proprio all’università quando, durante il corso di storia della fotografia, il professore passò ad analizzare piuttosto velocemente alcuni scatti di Nan Goldin. Mi affascinò la crudezza e la sincerità delle fotografie, corpi che si mostravano senza vergogna e senza paura in un dialogo che diventava personale ma al tempo stesso universale. Era una confessione intima quella che si celava dietro agli incarnati chiari o al cerone di scena ma al tempo stesso erano persone che ribadivano con fierezza non solo la loro peculiare personalità ma anche la loro dignità nell’affrontare, nel bene e nel male, la loro vita.

                       Nan Goldin, Ivy on the way to Newbury St., Boston, Garden, Boston, 1973 © Nan Goldin, Courtesy Gagosian

La fotografia è come un lampo di euforia. Mi ha dato la voce.” E’ così che Nan Goldin, artista, fotografa e attivista statunitense, si racconta al pubblico ed è proprio la fotografia che l’ha resa una delle testimoni più significative della cultura americana degli anni Settanta e Ottanta. L’antefatto che, in tenera età, cambiò la sua vita fu il suicidio della sorella e, nel giro di pochi anni, la periferia e una famiglia tradizionale la fanno sentire completamente fuori posto portandola a scappare di casa. Approda a Boston all’età di 14 anni e in quegli anni comincia a frequentare e a fotografare la scena artistica locale, in particolare la comunità di drag queens e di travestiti. Intanto segue i corsi della School of Fine Arts e affina la tecnica fotografica concentrandosi sulla fotografia a colori e su uno stile non filtrato. Queste due caratteristiche diventeranno un po’ il segno distintivo delle sue opere creando scatti che sottolineano la multiculturalità e la ricchezza del suo mondo ma al tempo stesso anche la sua fugacità.

La sua opera più famosa ‘The Ballad of Sexual Dependency’ (iniziata già nel 1981) è infatti un diario visivo profondamente personale ed autobiografico composto da oltre settecento diapositive che tra l’intimo ed il crudo documentano il gruppo di amici e amanti, la scena artistica e musicale, la sottocultura gay e le conseguenze legate all’utilizzo di droghe. Il progetto nasce come una performance, una proiezione di diapositive accompagnata da una colonna sonora molto eterogenea che rende l’opera una vera e propria esperienza immersiva. Temi come l’amore, l’intimità, la dipendenza (sessuale e non), la violenza domestica, l’amicizia, la solitudine, la malattia e la morte vengono sviscerati davanti all’obiettivo con un approccio che porta chi guarda a sentirsi davanti ad un diario personale che l’artista ha voluto condividere con lui, in una sorta di sfida ai confini tra la vita privata e quella pubblica. Le immagini sono spesso crude e non censurate, mostrano momenti di euforia, festa, ma anche di dolore e vulnerabilità, come ritratti di lividi dopo una lite o amici malati di AIDS. Non sono foto di personaggi famosi ma una lunga carrellata di persone nate negli angoli spesso bui della città e trasformate a volte in freaks emarginati, con i loro pregi e difetti, fermati nel tempo in tutta la loro onestà e fragilità. Goldin non ha mai infatti censurato né edulcorato la pillola. La vita è questa, quello che succede davvero, quello che fa soffrire tra le risate e ridere tra le lacrime, cristallizzato sulla pellicola come ricordo indelebile.

                                       Nan Goldin, Sunny in my room, Paris, 2009, © Nan Goldin, Courtesy Gagosian

Il progetto proseguirà poi negli anni Ottanta quando Goldin si trasferirà a New York e diventerà parte della scena underground. Un lavoro come barista in un night club le permette di entrare in contatto con artisti, musicisti ma anche persone che vivono ai margini della società. E’ infatti nella seconda metà di quel decennio che l’epidemia di AIDS colpisce molti dei suoi amici. Nell’intento di ricordare e di creare un diario ad imperitura memoria di tutte le persone incontrate sulla sua strada, la fotografa continua a documentare anche quando la malattia e la morte prendono il sopravvento, quando gli occhi diventano vitrei e le membra emaciate. Niente però viene concesso alla morte, l’incrollabile fiducia nel futuro e la gioia di vivere di chi sta dietro all’obiettivo continuano a vivere in un particolare o in un gesto.

Un’occasione unica per vedere questa ed altre serie altrettanto significative del lavoro di Nan Goldin è la mostra ‘This Will Not End Well’ organizzata presso gli spazi di Pirelli HangarBicocca a Milano dal 11 ottobre 2025 al 25 febbraio 2026. Si tratta della prima retrospettiva dedicata a Nan Goldin come filmmaker ed è sicuramente un’occasione per riuscire a comprendere al meglio la poetica di questa artista. L’esposizione si snoda in padiglioni ognuno dei quali accoglie un corpus specifico di opere ma che si collegano tra loro in quel rapporto intimo che pervade tutta l’opera della Goldin. Oltre a ‘The Ballad of Sexual Dependency’ (1981-2022) si trovano i ritratti di ‘The Other Side’ (1992-2021), le opere dedicate al trauma familiare e al suicidio di ‘Sisters, Saints, Sibyls’ (2004-2022), l’excursus nell’infanzia di ‘Fire Leap’ (2010-2022), il trip claustrofobico di ‘Memory Lost’ (2019-2021) che indaga l’astinenza da sostanze stupefacenti e infine ‘Sirens’ (2019-2020), viaggio nell’estasi della droga.

                                       Nan Goldin, C as Madonna in the dressing room, Bangkok, 1992 © Nan Goldin, Courtesy Gagosian

Ad introdurre la mostra la nuova installazione sonora del collettivo Soundwalk Collective che guiderà i visitatori verso il simbolico villaggio di slideshow di Goldin. Il duo, formato dall’artista e compositore Stephan Crasneanscki e dal compositore Simone Merli, collabora da tempo con Nan Goldin realizzando colonne sonore per progetti quali il documentario ‘All the Beauty and the Bloodshed’ (2022), vincitore del Leone d’Oro alla 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ma anche ambienti sonori immersivi per installazioni. In occasione della mostra milanese è stata commissionata una composizione che accorpa le registrazioni ambientali raccolte durante le precedenti edizioni della mostra di Goldin a Stoccolma, Amsterdam e Berlino. Da rumori, musiche e voci che attraverso i padiglioni si sovrappongono nasce un nuovo ambiente acustico ed emozionale che traccia un ideale itinerario poetico tra spazi e tempi diversi.

Nan Goldin
“This Will Not End Well”
Mostra organizzata da Moderna Museet, Stockholm, in collaborazione con Pirelli HangarBicocca, Milano, Stedelijk Museum Amsterdam, Neue Nationalgalerie, Berlin, e Réunion des musées nationaux – Grand Palais, Paris.
La mostra in Pirelli HangarBicocca è curata da Roberta Tenconi con Lucia Aspesi.
11.10.2025 – 15.02.2026

In copertina: Nan Goldin, Heart-shaped bruise, New York City, 1980, © Nan Goldin Courtesy Gagosian