Iron Maiden – i primi 40 anni di ‘Live After Death’
Il 14/10/2025, di Monica Atzei.
In: Speciali Monografici, The Birthday Party.
Cosa dire ancora di questo live che non sia stato già detto? Come celebrarlo, osannarlo al meglio per i suoi 40 anni? Sicuramente ascoltandolo ancora e assaporando quello che in quegli anni i nostri Iron Maiden producevano.
Il 1985 è l’anno della neve ovunque (anche nel mio paesino in Sardegna!), del singolo ‘We Are the World’, della strage dell’Heysel, del Live Aid e… e del ‘Live After Death’: primo album live della ‘Vergine di Ferro’ o ‘Vergine di Norimberga’ (se preferite) che, dopo cinque lavori in studio, finalmente fa il grande salto e si mette alla prova con un live album portentoso registrato durante il ‘World Slavery Tour’, tour promozionale di ‘Powerslave’ partito da Varsavia il 9 agosto 1984 e che toccò Giappone, Brasile, Hawaii, Australia e terminò a Los Angeles.
Quindi a dieci anni dalla loro formazione (nascono nel 1975) pubblicano questa pietra miliare per gli album live del genere metal, imprescindibile e ineguagliabile per quel periodo, considerando che gli Irons venivano dal successo strepitoso dell’album ‘Powerslave’ – peraltro arrivato secondo nelle classifiche nazionali – e poi nel 1986 daranno alle stampe il disco che forse rimane il DISCO per eccellenza della band, ovvero quel ‘Somewhere in Time’ che amiamo alla follia. Incastonarsi tra questi due lavori non è di certo facile, ma gli Iron Maiden ci riescono alla grandissima con 17 brani al fulmicotone estratti dalla produzione sino ad allora pubblicata, da ricordare che esiste anche la versione DVD (per alcuni giorni, 14, 15, 16 e 17 marzo 1985, la Long Beach Arena di Los Angeles ospitò le telecamere per le registrazioni dei live), così da vedere in azione la band per chi a quel tour, per motivi anagrafici o per qualunque altro motivo non ha potuto assistervi.
L’ obiettività di chi scrive in questi casi vacilla, ma non vogliatemene, anche perché non è una recensione canonica ma un anniversario, un compleanno che deve ricordare i fasti di questo album, tra cui si annoverano cinque dischi d’oro e due di platino; la cover disegnata da Derek Riggs, che vede Eddie (la mascotte onnipresente) che, dopo la mummificazione in ‘Powerslave’ riemerge dalla tomba e sulla lapide vi è scritta una frase di H.P. Lovecraft: “Non è morto ciò che può vivere in eterno. E in strani eoni anche la morte può morire“. Album prodotto da Martin Birch, non nuovo a questo tipo di produzioni visto che nel 1972 era stato il deus ex machina di ‘Made in Japan’ dei Deep Purple.
Il live si apre con il discorso che Winston Churchill (“Churchill’s Speech“) fece alla popolazione inglese il 4 giugno 1940 dopo la battaglia di Dunkerque: queste parole ancora mettono i brividi e il pubblico è pronto per il concerto, aprono le danze ‘Aces High’ e ‘2 Minutes to Midnight’ per poi andare a pescare tutti i pezzi che già, a metà degli anni ’80, erano dei classici della band e che hanno connotato il loro suono. Da ‘Running Free’ a The Trooper’, da ‘Iron Maiden’ a ‘Run To The Hills’, da ‘The Number of The Beast’ a ‘Phantom of The Opera’ e i tredici minuti di ‘Rime of the Ancient Mariner’ dal poema di S.T. Coleridge, una perla tra le perle.
Brani pregni di letteratura, storia, devozione totale al metal, velocità, unità d’intenti, una band che ha cresciuto migliaia di metallari e a cui siamo profondamente grati, un album riconosciuto da tutti come storico, un live imprescindibile, manifesto del metal.
Non è di certo un segreto, lo sanno tutti che io ho iniziato ad ascoltare metal nel 1987 grazie agli Iron Maiden, non avevo ancora compiuto 12 anni: per quello che erano i miei mezzi di allora (un paese piccolo, una sola edicola, il negozio di dischi più vicino a circa 30 km) ho portato avanti l’intima convinzione che fosse la musica adatta a me, in cui potevo trovare rifugio. Credo che in queste ultime righe molti di voi si ritrovino e se, ogni volta che ascoltate questo live o i primi album degli Iron Maiden, vi stupiscono ancora, se da musicisti o da semplici ascoltatori vi si “smuove” qualcosa allora è ancora “Up the Irons”! (Monica Atzei)
‘Live After Death’ che disco “totalizzante”! Personalmente lo ricordo come una delle prime registrazioni degli Irons entrate in mio possesso, all’epoca in una cassetta da 90 che per sua stessa natura non poteva contenerlo tutto. Con una tracklist stellare in qualsiasi versione lo si ascolti, siamo talvolta abituati a considerare quello che è uno dei live cardine di un certo genere di musica come un colosso immutabile, cosa che non è assolutamente. Per esempio, avete presente che la band di supporto nelle date all’Hammersmith erano i Waysted di Pete Way, uno dei miti personali di Steve Harris? Per non parlare dei Twisted Sister dell’eroico Snider alla Long Beach Arena! Poi, la forza dirompente di ‘Live After Death’ sta anche nel fatto di aver codificato per la prima volta un live dei Maiden così com’è, così come lo conosciamo: i gorgheggi anni ’70 tributari di Ian Gillan sono ormai un ricordo per Dickinson (laddove il World Piece Tour ne recava ancora traccia), così come quell’irruenza NWOBHM che ancora caratterizzava il Beast on the Road, complice la presenza in scaletta di molti pezzi dell’era Di’Anno che qui sono praticamente ridotti all’osso – i tre pezzi di ordinanza dal primo album, con la sola ‘Wrathchild’ a rappresentare ‘Killers’.
Dunque, via l’assolo di batteria e spazio a un allestimento faraonico (è il caso di dirlo!) con alcuni elementi che rimarranno nell’immaginario collettivo per tanto tempo: l’arcinoto intro We shall fight them on the beaches poi inserito nel videoclip di ‘Aces High’, la chitarra acustica ad hoc su ‘Revelations’ a sostituire la Les Paul del tour precedente, la maschera di ‘Powerslave’, le acrobazie di Dickinson e Murray su ‘The Number of the Beast’ e il singalong di ‘Running Free’, poi tagliato nella versione della stessa realizzata per il singolo. Su tutto, l’irriverente presentazione di ‘Rime of the Ancient Mariner’, sorta di manuale su “cosa non fare se un albatros vi lascia un ricordino”…
Assieme a questo doppio live “carreer-defining” – come si dice in gergo – il periodo ci consegnò la leggenda della prima apparizione dei Nostri al Rock in Rio e soprattutto il documentario ‘Behind the Iron Curtain’, con le avventure e le incursioni della Vergine di Ferro nei Paesi del Patto di Varsavia, dando inizio a una tradizione che continuerà anche con il tour successivo – quella di iniziare la serie di concerti nell’Europa dell’Est.
Qualche altro trivia? Una delle prime versioni in CD singolo saltava a piè pari la tracklist dell’Hammersmith, concludendo con ‘Sanctuary’, presente anche sul già citato maxi singolo di ‘Running Free’ – esattamente come faceva l’home video realizzato originariamente in VHS. Le due chicche presenti come B-sides sono poi la strumentale ‘Losfer Words’ e ‘Murders in the Rue Morgue’ (come già detto in precedenza, con una performance di Nicko che rende piena giustizia alla partitura originale di Clive!). Peccato che di ‘Back in the Village’ ci resti solo un frammento catturato Oltrecortina, ma dinanzi a un simile capolavoro di live album davvero non è concesso chiedere di più… (Francesco Faniello)
Hammer Fact:
– Il titolo ‘Live After Death’ fa probabilmente riferimento alle tematiche di ‘Powerslave’, cui fa da suggello la citazione lovecraftiana. Scelta iconica anche questa, che verrà “citata” dai bootleggari dei Metallica in fase di realizzazione del vinile live (tutt’altro che ufficiale) ‘Live Before Death’, che richiama in maniera un po’ macabra la presenta dell’ultimo concerto con Cliff Burton al basso prima della sua tragica scomparsa…
Line up
Bruce Dickinson: voce, chitarra in ‘Revelations’
Dave Murray: chitarra
Adrian Smith: chitarra, cori
Steve Harris: basso, cori
Nicko McBrain: batteria

Tracklist
Disc 1
Intro: Churchill’s Speech
1. Aces High
2. 2 Minutes To Midnight
3. The Trooper
4. Revelations
5. Flight Of Icarus
6. Rime Of The Ancient Mariner
7. Powerslave
8. The Number Of The Beast
Disc 2
1. Hallowed Be Thy Name
2. Iron Maiden
3. Run To The Hills
4. Running Free
5. Wrathchild
6. 22 Acacia Avenue
7. Children of the Damned
8. Die with Your Boots On
9. Phantom of The Opera