Ozzy Osbourne – ‘The Ultimate Sin’, i 40 anni del peccato definitivo

Il 18/02/2026, di .

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Ozzy Osbourne – ‘The Ultimate Sin’, i 40 anni del peccato definitivo

A. D. 1986, sono passati sei anni dal primo album solista del padre putativo di tutti noi metallari Ozzy Osbourne e ora in uno spazio-tempo a me “sconosciuto” ci ritroviamo 40 anni dopo a scrivere di ‘The Ultimate Sin’.
Una data da annoverare? Sicuramente (alla faccia di tutti i detrattori)! Un ricordo sentito perché pochi mesi fa Ozzy è venuto a mancare? Anche… Un continuare a tenerlo vivo e accanto noi che lo reputavamo immortale? Anche questo probabilmente.
Criticato, osannato, ritenuto da molti un album voltagabbana, da altri un avvicinarsi ad un pubblico diverso, magari più ampio, classificato come hard rock e anche pop: scandalo! Come? Il principe delle tenebre pop? No, ragazzi… non è proprio così (almeno a mio parere). Sicuramente ci troviamo davanti ad un album di hard rock di stampo ottantiano con “rimandi” anche a band dell’hair metal che alternavano l’attitudine rock a quella più melodica e che avevano fatto dell’immagine uno status (erano i primi anni di MTV e dei video superpatinati, ‘Shot in the Dark’ docet). Dopo tre album, ‘Blizzard Of Ozz’, ‘Diary Of A Madman’ e ‘Bark At The Moon’, Ozzy attinse qua e là, prese ispirazione, si informò, chiamò nuovamente il monumentale Jake E. Lee e i suoi riff portentosi (piccolo inciso: uno dei migliori chitarristi in vita che non viene quasi mai preso in considerazione o comunque non nella maniera adeguata), il granitico e mai dimenticato Randy Castillo alla batteria, il bassista Phil Soussan e Mike Moran alle tastiere, la produzione viene affidata a Ron Nevison (The Who, Thin Lizzy, Heart, Kiss, Meat Loaf tra gli artisti che ha prodotto). Cover fantasy disegnata dall’illustratore e pittore Boris Vallejo, ispirata alle tavole del maestro Frank Frazetta specializzato nell’arte fantasy e fantascientifica: l’inferno, il cratere, il drago alato con il viso di Ozzy, un rosso pieno che cattura.
L’album si sarebbe dovuto intitolare ‘Killer of Giants’ come una delle altre canzoni appartenenti al lavoro, ma Ozzy cambiò idea poco prima della pubblicazione; il disco si apre con la title-track che si erge su una linea potente e costruita da un hard rock forgiato dalla chitarra di Lee e dalle pelli di Castillo; ‘Secret Loser’, frenetica e pensata per la vocalità di Ozzy; ‘Never Know Why’ dove ancora Jake E. Lee si staglia con il suo suono e ‘Thank God for the Bomb’ dalle tematiche pacifiste; ‘Never’, più tirata ed heavy; arriva ‘Lightning Strikes’, solida e coerente; ‘Killer of Giants’, una delle più efficaci, pezzo forte dell’album per i più, dall’arrangiamento totale con un Lee ancora e sempre in stato di grazia che regala un assolo stratosferico all’ascoltatore; stiamo arrivando alla fine con ‘Fool Like You’ massicciamente hard rock e ‘Shot in the Dark’, singolo di punta: Ozzy in gran spolvero, sezione ritmica da urlo, è una hit, una vera e proprio fottuta hit!
‘The Ultimate Sin’ è un album da avere, poco importa delle diatribe sui credits o di altre situazioni, dell’inferno nell’animo e nel corpo di Ozzy e dei “soliti” pettegolezzi su Sharon e il management. Ascoltatelo, riascoltatelo, fatelo vostro, provate a immergervi nei suoi suoni, nelle sue parole, nel suo “tempo” e assaporate il peccato definitivo. (Monica Atzei)

Per un fan assoluto dei Black Sabbath quale sono, chiunque si aspetterebbe che il mio rapporto con la produzione solista di Ozzy sia stato filologico e soprattutto cronologico. Tuttavia, in quei primi e adolescenziali anni ’90 le informazioni correvano su canali frammentati e spesso “di fortuna”: il video di ‘No More Tears’, non abbastanza in heavy rotation per i miei gusti, una registrazione live di ‘Mr. Crowley’ tratta dal ‘Randy Rhoads Tribute’ e presente in una compilation casalinga, e soprattutto la cassetta di ‘The Ultimate Sin’ – con buona pace dei gusti personali del Madman, che ripetè più volte di odiarne la produzione e cose simili. Per capirne la genesi, occorrerà fare un passo indietro verso gli eventi che precedettero quel fatidico 1986: il tour di ‘Bark at the Moon’ aveva riscritto le coordinate della produzione solista del Nostro, anche se il disco (sui cui credits campeggiava un beffardo “composed by Ozzy Osbourne”) doveva la sua fortuna all’operato salariato di Bob Daisley e all’incauta avventatezza non retribuita di Jake E. Lee. Poi, la consacrazione sul palco di Philadelphia della leggenda del Sabba Nero nella versione statunitense del Live Aid, con i die hard fan (e con loro Iommi, con ogni probabilità) che speravano nella reunion, chiaramente affossata in vista di una gallina dalle uova d’oro che il solo monicker a doppia O poteva assicurare. Ecco dunque il ritorno di Lee, che stavolta aveva imparato la lezione e pretese un contratto regolare, assieme al tuttofare Daisley che si occupò – novello Geezer – di un’impostazione testuale che nei suoi momenti migliori guardava ai tempi di ‘Revelation (Mother Earth)’ nonché a quelli di ‘Children of the Grave’, con una vena apocalittica e in parte disillusa che vedeva la sua apoteosi sulla title track, su ‘Thank God for the Bomb’ e sulla magnifica ‘Killer of Giants’. Al suo posto nelle registrazioni troveremo però il giovane Phil Soussan, co-autore tra l’altro di quello che diverrà il singolo di lusso dell’album, ‘Shot in the Dark’. Uno schema che si ripeterà proprio con la succitata ‘No More Tears’ – costruita a partire di un refrain di basso di Mike Inez, con l’album che avrebbe visto per l’ultima volta la partecipazione di Daisley come bassista e compositore, mentre il futuro membro degli Alice in Chains avrebbe preso parte al tour.
Tra l’altro, la fortunata ‘Shot in the Dark’ diventerà – in un incredibile capovolgimento del destino – il pomo della discordia che relegherà il disco nelle retrovie nei successivi piani di ristampa: in tutta evidenza, le profumate royalties da versare a Soussan avranno fatto desistere Ozzy e gentile signora da qualsivoglia riedizione successiva al 1995, coinvolgendo anche i due album live che avevano beneficiato del pezzo in tracklist, ‘Just Say Ozzy’ e ‘Live & Loud’. Ne è valsa la pena? Solo gli insondabili gangli del music business sanno la risposta, e d’altronde è bene essere relativisti per questa e per tutte le altre vicende che hanno coinvolto lo stellare successo del Madman: se è vero che per una frangia agguerrita la fonte di tutti i mali viene proprio dalla genia Arden, è altrettanto vero che senza quell’oculata gestione non saremmo stati testimoni di decenni di successi e onori della cronaca anche per chi in quegli anni non navigava in acque floride dal punto di vista del successo di pubblico, come il Sommo Iommi.
In definitiva, i casi sono due: o è profondamente ingiusto l’ostracismo ai danni di Daisley, Soussan e (in parte) Lee, oppure dobbiamo machiavellicamente riconoscere che il fine giustifica i mezzi, proprio quei mezzi di cui – dall’alto della nostra presunta purezza di illustri Signor Nessuno – non disponiamo per giudicare a fondo le vicende degli Osbourne. Tra l’altro, possiamo benissimo immaginare lo sbigottimento del futuro axeman dei Badlands dinanzi alla scelta di pubblicare i nastri del citato ‘Tribute’ anziché un live album tratto dal trionfale tour a supporto del disco, sbigottimento cui si aggiunse il licenziamento da parte di Ozzy: una mossa che tra l’altro aprì la strada alla longeva “era Wylde”, relegando ‘The Ultimate Sin’ a un preciso periodo storico seguito da un rinnovamento del sound in vista degli anni ’90 alle porte.
Che poi, a saper leggere tra le righe, la Storia ha reso ampia giustizia a questo gioiello di disco che ammiccava all’hair dell’epoca a suon di quelle cotonature così comuni anche tra i rockers un po’ più attempati e che verranno accantonate all’alba del decennio successivo: nella scaletta del mastodontico Back to the Beginning del 2025 ritroveremo infatti sia ‘Shot in the Dark’ che ‘The Ultimate Sin’, quest’ultima impreziosita da una performance vocale al fulmicotone della scoppiettante Lzzy Hale e dal sapiente operato di Nuno Bettencourt. E ovviamente dalla presenza del nippo/americano Jake E. Lee, riaccolto con tutti gli onori per l’ultimo giro di valzer alla corte degli Osbourne, proprio al suono di quei pezzi che aveva contribuito a forgiare. (Francesco Faniello)

Line up

Ozzy Osbourne: vocals
Jake E. Lee: guitars
Phil Soussan: bass
Randy Castillo: drums
Mike Moran: keyboards

Tracklist

01. The Ultimate Sin
02. Secret Loser
03. Never Know Why
04. Thank God for the Bomb
05. Never
06. Lightning Strikes
07. Killer of Giants
08. Fool Like You
09. Shot in the Dark

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