Metallica – I quarant’anni della tavola sacra

Il 03/03/2026, di .

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Metallica – I quarant’anni della tavola sacra
“Master of Puppets” compie quarant’anni. In questo periodo è stato detto tutto e di più su un lavoro fondamentale e unico, di cui sono stati sviscerati segreti e aneddoti anche tra i più nascosti. Proprio per questo, più che aggiungere l’ennesima analisi tecnica o storica, vorrei provare a raccontare il mio rapporto personale con quest’opera: attraverso la mia esperienza e la mia visione, dare risalto alle caratteristiche che rendono questo disco così speciale. Con gli occhi di un ragazzino che ascoltava rock, tenterò quindi di offrire uno spaccato — piccolo ma sincero — del suo valore e del perché sia così importante per il mondo metal e per le generazioni che lo hanno vissuto al momento della sua uscita, ma soprattutto negli anni successivi, decretandone la meritata immortalità.
Era il 1995 e, da ragazzo che si era da poco avvicinato al rock,  in particolare a band come i Queen, stavo vedendo per la prima volta il “Freddie Mercury Tribute”. Fui colpito dalla performance dei Metallica, che in quell’occasione comprendeva esclusivamente pezzi tratti dall’ultimo omonimo “Black Album”. Non fu amore a prima vista, ma l’interesse per quelle sonorità era vero e concreto.
Il giorno successivo mi recai immediatamente nell’abituale negozio di musica. Lì il mio primo fidato ‘consulente’, alla domanda “Cosa c’è dei Metallica?”, rispose: “Vedo che inizi a capire. Non so cosa consigliarti: è una band che a ogni pubblicazione ha riscritto i canoni del genere. Devi cominciare da qualcosa, scegli tu, tanto sono tutti capolavori”.
La mia scelta cadde su un disco che aveva come immagine delle croci e delle enormi mani che le reggevano attraverso dei fili. Non riesco a capirne davvero il motivo: a mio parere la cover di “…And Justice for All” era migliore. Forse perché quegli anni a Palermo erano anni bui e mi portarono, inconsciamente, verso “Master of Puppets”. Ripeto: non riesco a spiegarlo.
Al primo ascolto fu un colpo di fulmine vero, autentico: quelle sonorità così dure ma al tempo stesso accattivanti, schiette e piene di emozione mi colpirono in maniera diretta e definitiva. È proprio qui che si può individuare la prima grande caratteristica del lavoro: essere una vera e propria “porta d’ingresso” verso un genere che ha contribuito a definire in modo decisivo. Una convinzione che si è confermata anche dopo l’ascolto di tutti gli altri lavori della band.
Ci possono essere, ovviamente, pareri contrastanti, ma per quanto mi riguarda i Metallica anche nei precedenti lavori non arrivarono a picchi così alti ed alla portata di ‘Master of Puppets’: un disco che, nella sua essenza, possiede davvero gli stilemi di un testo sacro, una sorta di fonte primaria dalla quale sembra derivare gran parte di ciò che è venuto dopo nel mondo del metal.
Ciascuno ha il proprio brano del cuore: dalle possenti ‘Battery’ e la title track alle più epiche ‘Orion’ e ‘Welcome Home (Sanitarium)’. In fondo non esiste un solo secondo di questo disco che non sia, in qualche modo, entrato nella storia.
Gran parte del merito di tutto ciò risiede senza dubbio nel talento e nell’enorme lavoro di Cliff Burton, autore e musicista fondamentale, presenza imprescindibile nella definizione di quel sound epocale che avrebbe segnato per sempre la storia della musica che amo. Un talento immenso che, purtroppo, da quel maledetto settembre del 1986 non ebbe più l’opportunità di continuare a donare alla musica tutto ciò che era ancora in grado di offrire.
Passano gli anni. Ascolto tanto, tantissimo, e inizio a costruirmi una cultura musicale sempre più solida, ma il pensiero torna costantemente lì, a quel disco che tempo prima mi aveva regalato una nuova vita musicale. Nel 1999 ho finalmente la possibilità di realizzare un desiderio che custodivo da tempo: vedere dal vivo quei ragazzi che avevano inciso così profondamente nel mio animo. Scopro che saranno headliner in una delle giornate del ‘Gods of Metal’ di quell’anno, a Milano. È in quel momento che il desiderio si trasforma in sogno: un altro elemento fondamentale di questa storia.
Milano, però, è lontana dalla mia Palermo e l’aereo non è un’opzione. Così decidiamo, insieme ad altri quattro amici “pronti a tutto” come me, di affrontare un viaggio in treno di oltre ventiquattro ore, senza nemmeno la possibilità di dormire. Arriviamo al Forum praticamente all’alba, riuscendo a essere tra i primi in fila, ancora inconsapevoli dell’occasione che avevamo tra le mani: era il nostro primo grande festival e non conoscevamo le dinamiche di un evento del genere. All’apertura dei cancelli entriamo e, forse anche grazie alla delusione di molti fan per l’assenza dei Death,  previsti ma impossibilitati a suonare e sostituiti dagli Stratovarius, riusciamo incredibilmente ad arrivare alla transenna e a conquistarla. Il tour era quello di supporto a ‘Reload’ come album in studio e ‘Garage Inc.’ come ultima compilation pubblicata, pubblicazioni non particolarmente amate da fan e critica, ma lo smalto live della band californiana era rimasto intatto nel tempo.
L’attesa di un’intera giornata si conclude dopo una strenua resistenza alla pressione del pubblico, che spingeva senza sosta durante le esibizioni, soprattutto di Overkill e Mercyful Fate. Proprio la band danese, tra l’altro, era stata profondamente legata ai Metallica durante le lunghe sessioni di registrazione di ‘Master of Puppets’, svoltesi a Copenaghen per diversi mesi nel corso del 1985.
All’epoca non esisteva il pit organizzato come oggi: ognuno si guadagnava con il sudore il proprio spazio. Come headliner arrivarono i Metallica, e qui emerge un altro concetto chiave: la realizzazione del sogno. Vivere per la prima volta dal vivo ‘Master of Puppets’, eseguita come primo vero brano dopo l’intro ‘The Ecstasy of Gold’ e la breve cover ‘Breadfan’ dei Budgie, è un momento che segna definitivamente il confine tra immaginazione e realtà e che mette fine all’attesa di diversi anni.
Curioso pensare che quel concerto, per me magnifico e indimenticabile, si chiuse con un medley di brani dei Mercyful Fate, eseguito insieme alla stessa band che aveva intrattenuto un legame così intenso con gli americani durante le fasi di registrazione, e con ‘Battery’, la prima traccia dell’album celebrato: la perfetta chiusura di un cerchio.
Da quel preciso giorno conservo l’idea che i Metallica siano stati, e in fondo siano ancora, la band che ha rimodellato un intero genere proprio attraverso ‘Master of Puppets’, seconda per importanza forse soltanto ai Black Sabbath, il cui riconoscimento è arrivato con il tempo anche dagli stessi pionieri inglesi del metal.
Adesso risulterebbe poco utile elencare i pezzi, dirne le caratteristiche principali tanto lo sappiamo tutti, da decenni, siamo dinanzi ad un mostro sacro ed in definitiva, ma anche in maniera molto umile, questo piccolo racconto vuole spiegare cosa rappresenti per me e credo per molti altri quest’album: non solo un capolavoro musicale, ma un vero portale. Un passaggio verso un sogno che ha preso forma nella realtà, una realtà chiamata Metal.
Hammer Fact:
– L’album fu registrato presso gli Sweet Silence Studios di Copenaghen: le sessioni durarono da settembre a dicembre del 1985 sotto la supervisione del produttore Flemming Rasmussen, in strettissima collaborazione con la band, in particolar modo con James Hetfield e Lars Ulrich.
– La morte improvvisa di Cliff Burton, nel settembre 1986, a causa di un incidente stradale durante il tragitto che portava da Stoccolma, luogo dell’ultimo concerto tenuto, a Copenaghen, obbligò la band a sospendere il ‘Damage Inc. Tour’ e a reclutare un nuovo bassista. Dopo oltre quaranta provini, la scelta cadde su Jason Newsted, che rimarrà con i Metallica fino al 2001. Il tour riprese nel novembre dello stesso anno per concludersi nel marzo 1987 in Europa. L’unica data italiana fu quella del Palatrussardi di Milano, il 21 gennaio 1987, con i Metal Church come gruppo di supporto. In quei mesi la situazione emotiva della band era, ovviamente, estremamente precaria.
– ‘Orion’ viene considerata il vero testamento musicale di Cliff Burton: composta in grandissima parte da lui, presenta parti soliste di basso e raffinate armonizzazioni che ne evidenziano il talento compositivo e la visione musicale.
– La copertina fu realizzata in pochissimi giorni: concepita dalla band, in particolare da James Hetfield e Lars Ulrich, venne illustrata dal grafico Don Brautigam con un budget minimo. Il risultato è una delle immagini più iconiche nella storia del metal.
– Nel 2015 ‘Master of Puppets’ è diventato il primo album metal a essere inserito nel National Recording Registry della Library of Congress, venendo così consacrato come opera di rilevanza culturale mondiale. Ad oggi ha venduto oltre 12 milioni di copie nel mondo ed è considerato uno degli album metal più venduti di sempre, un risultato ancora più significativo se si pensa che all’epoca non fu supportato da singoli promozionali né da videoclip.

Line-Up:

James Hetfield: vocals, guitars
Lars Ulrich: drums
Kirk Hammett: guitars
Cliff Burton: bass

Tracklist:

01. Battery
02. Master Of Puppets
03. The Thing That Should Not Be
04. Welcome Home (Sanitarium)
05. Disposable Heroes
06. Leper Messiah
07. Orion
09. Damage, Inc.

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