Hellfest 2026, la Cattedrale del Metal Europeo!
Il 17/04/2026, di Aleksandra Katarina Klepic.
In: Metal Truth.
L’Hellfest è quel posto che cambia il modo in cui si ascolta la musica. Non perché proponga qualcosa di irripetibile – anche se spesso lo fa – ma perché mette insieme centinaia di migliaia di persone che condividono la stessa passione, in un contesto visivamente straordinario e fisicamente totalizzante. Lì la musica pesante non è subcultura ma cultura dominante, e ogni forma di espressione legata al metal – tatuaggi, abbigliamento, arte visiva, ritualità – viene celebrata senza riserve, grazie a una macchina organizzativa che rende tutto fluido, sicuro e, nei limiti del metal festival, persino confortevole.
Il 2026 segna il diciannovesimo anno dalla prima edizione, nata nel 2006 dalle ceneri del Furyfest, con ventimila spettatori e un sogno ancora da dimostrare. Ogni giugno, qualcosa di straordinario accade in un angolo insolito della Francia. Clisson, piccola cittadina medievale nella Loire-Atlantique a trenta chilometri da Nantes, smette per quattro giorni di essere un tranquillo borgo vinicolo e si trasforma nella capitale mondiale della musica estrema.
Gli organizzatori hanno già chiarito che la celebrazione vera e propria arriverà nel 2027, con la ventesima edizione. Ma il peso di questa ricorrenza si sente comunque: nell’ampiezza del cartellone, nella scelta degli headliner e nei ritorni selezionati con cura. Il Financial Times lo ha definito ‘il festival più importante d’Europa per la musica pesante’; gli Arthur Awards lo hanno incoronato miglior festival europeo nel 2013, 2017 e 2023. L’Hellfest Open Air ha costruito in diciannove anni un universo che le grandi major dei festival possono solo guardare dall’esterno con rispetto misto a invidia.
La 19ª edizione, in calendario dal 18 al 21 giugno 2026, promette di essere una delle più ambiziose di sempre: quattro giorni, sei palchi tematici, 183 artisti confermati, 85 dei quali per la prima volta su questi prati. I biglietti del weekend sono esauriti da mesi. I pass giornalieri, messi in vendita all’inizio del 2026, sono stati presi d’assalto in poche ore.
Un festival che ha ospitato Metallica, Iron Maiden, Black Sabbath, Guns N’ Roses, Slipknot, Rammstein, Nine Inch Nails – per dirne solo alcuni – e che oggi porta circa 280.000 persone in quattro giorni in una cittadina della Loira Atlantica, non ha bisogno di giustificarsi. Ha solo bisogno di continuare a bruciare.
La sua programmazione ha sempre abbracciato l’intero spettro della musica distorta: hard rock, heavy metal, thrash, black metal, death metal, doom, stoner, punk, hardcore, post-metal. Sei palchi, ognuno con la propria identità e il proprio carattere sonoro, garantiscono che l’offerta sia sempre eterodossa, mai scontata. Che si venga per vedere gli Iron Maiden sotto le stelle o per scoprire un gruppo di death metal finlandese alle tre del pomeriggio, l’Hellfest ha sempre qualcosa da offrire.
Prima di parlare delle band, bisogna capire cosa rende l’Hellfest diverso da qualsiasi altra esperienza musicale all’aperto. Non è una questione di cartellone quanto di architettura culturale.
Il sito è progettato come una città parallela, con scenografie monumentali, sculture in metallo e installazioni pirotecniche che cambiano con il calare del sole. L’ingresso nel recinto non somiglia all’ingresso in un campo ma all’ingresso in un’altra dimensione, dove le regole estetiche del quotidiano sono sospese e la logica è quella del metal, dell’hardcore, del doom o del black.
Cinquanta ettari di un’ex area industriale sono stati trasformati in un ecosistema permanente: girare tra i palchi è già di per sé uno spettacolo, tra installazioni artistiche, scenografie imponenti, murales e statue.
Dal 2022 campeggia davanti alla Warzone la colossale statua di Lemmy Kilmister, il defunto frontman dei Motörhead, diventata punto di pellegrinaggio obbligatorio per ogni fan di passaggio.
L’Hellcity Square – il villaggio interno al festival – pullula di stand gastronomici con cucine di tutto il mondo, birre artigianali locali, merchandising e il celebre Extreme Market, dove si trovano rarità da collezione, gioielli artigianali e oggetti che difficilmente si troverebbero altrove. Completano il quadro i tatuatori, attivi per tutta la durata del festival, che imprimono i ricordi dell’Hellfest direttamente sulla pelle.
A tenere insieme tutto questo c’è un’organizzazione rinomata anche per il suo approccio alla responsabilità sociale. Il progetto Hellcare offre supporto psicologico, sensibilizzazione sulle dipendenze, workshop sul consenso e prevenzione sanitaria, raggiungendo decine di migliaia di persone ogni anno. Sul fronte ambientale, il festival ha adottato un sistema di braccialetti cashless, bicchieri riutilizzabili e compostaggio integrale dei rifiuti organici.
La grande novità dell’edizione 2026 è una di quelle che fa venire i brividi ancora prima di mettere piede al festival. All’ingresso del sito, il 18 giugno, verrà inaugurata una statua alta sei metri dedicata a Ozzy Osbourne, scomparso il 22 luglio 2025 all’età di 76 anni. Il monumento in bronzo – annunciato da Sharon Osbourne in persona durante il MIDEM 2026 a Cannes – sarà posizionato nel piazzale dell’Hellcity, accanto alla già celebre statua di Lemmy Kilmister. L’intera famiglia Osbourne sarà presente alla cerimonia. È un gesto che dice molto della cultura dell’Hellfest: rendere omaggio ai propri eroi non solo attraverso la musica, ma con monumenti permanenti che restano sul sito tutto l’anno e negli anni a venire.

I sei palchi che scandiscono il territorio del festival non sono solo strutture di amplificazione: sono sei micromondi con identità proprie. I Mainstage 1 e 2 ospitano metal, rock, punk e i grandi headliner internazionali; la Warzone è il regno del punk, dell’hardcore e del crossover; la Valley accoglie stoner, doom e post-metal; l’Altar è dedicato al death metal, al grind e al brutal; il Temple al black metal, al pagan e al ritual.

L’annuncio della line-up, diffuso il 10 novembre 2025 attraverso un livestream di novanta minuti, e quello del running order il 24 marzo 2026 hanno fatto quello che i buoni comunicati fanno: scatenare conversazioni. La scelta degli headliner è stata un atto di politica musicale deliberato, una lettura di dove si trova il metal nel 2026 e dove vuole andare. Quattro nomi, quattro angolazioni diverse sulla stessa galassia.
Gli Iron Maiden al venerdì sera sono l’asse portante dell’edizione. Cinquant’anni di carriera saranno celebrati nel tour “Run For Your Lives”, interamente costruito sui primi nove album – la cosiddetta “era classica” – in un’esperienza di produzione totale: pirotecnica, scenografie cinematografiche ed Eddie in versione gigante sul palco. Per chi non li ha mai visti, non esiste occasione migliore. Bruce Dickinson e soci a Clisson sono da sempre un evento sismico; questa volta l’anniversario trasformerà il concerto in qualcosa di più simile a un rito commemorativo che a un semplice show.
I Bring Me the Horizon all’apertura sono la scommessa più esplicita del festival sulla nuova generazione: Oli Sykes e la sua band sono il manifesto di un metal che ha attraversato ogni mutazione sonora possibile e continua a trainare la scena verso territori inesplorati. Con gli album recenti hanno conquistato un pubblico giovanissimo che al metal ci si avvicina proprio attraverso di loro. Il fatto che aprano il festival è un segnale preciso: l’Hellfest non è un museo, è un organismo vivo.

I Limp Bizkit – con Fred Durst in forma e il pubblico già pronto a detonare – chiudono il cerchio del nu-metal in modo quasi inevitabile. Erano ovunque a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, poi spariti, poi derisi, poi riabilitati. Il genere ha avuto la sua renaissance critica e loro sono al centro di questo ritorno. Pochi gruppi fanno muovere una folla come loro. A Clisson sarà un muro di corpi.
Gli Offspring domenica sera, con i fuochi d’artificio a mezzanotte e mezza come sigillo pirotecnico finale, regaleranno una chiusura che sarà un atto d’amore nei confronti del punk californiano e del suo posto permanente in questo festival.
Un altro talking point di questa edizione non sono solo gli headliner ma anche i ritorni. Gli organizzatori dell’Hellfest hanno l’abitudine di inserire nel cartellone quelli che ufficialmente definiscono “long-awaited reformations”, e quest’anno l’hanno fatto con una precisione chirurgica nei confronti del cuore pulsante della scena estrema.
Deep Purple e Alice Cooper sono due nomi che non hanno bisogno di presentazioni ma che, visti in contesto, acquistano un peso specifico enorme. I primi sono una delle colonne portanti dell’hard rock, autori di classici immortali e ancora in piena attività dopo oltre cinquant’anni. Alice Cooper, il padrino dello shock rock, ha inventato il concetto stesso di teatro del terrore come show musicale: boia, ghigliottine, serpenti, mondi oscuri in scena. Un pioniere che ha ispirato chiunque, da Marilyn Manson a Rob Zombie.
Gli Acid Bath, la band sludge metal di New Orleans attiva tra il 1991 e il 1997, non sono mai stati veramente archiviati dall’immaginario collettivo: torneranno su un palco per la prima volta da decenni. La loro discografia – due album soltanto – è considerata sacra da una tribù di devotissimi. Vederli esibirsi nel 2026 è qualcosa che sembrava letteralmente impossibile fino a pochi mesi fa.
I The Dillinger Escape Plan sono un’altra delle notizie più sorprendenti di questa edizione. Scioltisi nel 2017 dopo un tour di addio commovente, tornano sul palco dell’Hellfest. Per chi non li conosce: pensate alla cosa più tecnicamente complessa, fisicamente pericolosa e sonicamente destabilizzante che abbiate mai visto su un palco, e moltiplicatela per dieci. Greg Puciato e soci hanno ridefinito cosa significasse fare mathcore. La loro esibizione sarà probabilmente l’evento nell’evento.

Poi ci sono i Breaking Benjamin, assenti dalle scene europee da anni, e gli A Perfect Circle, il progetto di Maynard James Keenan che si muove con la discrezione calcolata di un fantasma. Megadeth e Sepultura, entrambi in cartellone con formazioni rinnovate che portano avanti un’eredità pesantissima. E poi il French pride, la striscia di orgoglio nazionale che gli organizzatori coltivano con cura: Igorrr – al secolo Gautier Serre, il compositore il cui metal sperimentale è il nome più inclassificabile dell’intero cartellone – Ultra Vomit e altri nomi della scena francese che troveranno qui il palcoscenico più importante della loro carriera.

Il resto del cartellone conferma che l’Hellfest funziona come un organismo in espansione costante. Sul Mainstage 2 sfilano Bad Omens, Sabaton e Volbeat; il Valley e l’Altar accolgono Mastodon, Blood Incantation, Cult Of Luna, Down, Amenra, Behemoth, Napalm Death, Deicide e Mayhem, un concentrato di metal estremo che in qualsiasi altra circostanza riempirebbe un cartellone da solo. La Warzone ospita Papa Roach, Rise Against, Social Distortion, Hatebreed e The Adicts. Tom Morello si esibirà in solitaria. Gli Skáld, con le loro rielaborazioni nordiche, chiuderanno il cerchio al Temple accanto a Mayhem e Behemoth, costruendo una continuità narrativa tra paganesimo sonoro antico e black metal contemporaneo che ha la sua logica interna.
Perché andarci, allora, almeno una volta?
Non è un festival per soli metallari incalliti. È un festival per chi ama la musica suonata con intensità, per chi vuole vedere sul palco artisti che danno letteralmente tutto, per chi non ha paura del volume e cerca qualcosa di più brutalmente onesto di una pop star su un playback. Se avete un amico che vi ha parlato dell’Hellfest con gli occhi che brillano, probabilmente aveva ragione.
Clisson vi aspetta. Il diavolo è nei dettagli, e qui è ovunque.
Galleria fotografica a cura di Federico Benussi