Louder Than Hell – 30 anni di controversie e di Manowar

Il 29/04/2026, di .

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Louder Than Hell – 30 anni di controversie e di Manowar

Se una buona fetta dell’opinione di massa attribuisce alla carriera dei Manowar la figura della parabola (con concavità non di certo verso l’alto), personalmente non mi sento gentile nell’affiancare alla loro storia l’immagine di un’iperbole, mi sento consapevole ed imparziale: questo poiché i Manowar sono e rimarranno sempre una di quelle band che del metal ne ha plasmato la storia, ha creato un genere, ha riunito masse.
E, proprio come un’iperbole partendo da -1, ha raggiunto il massimo, quella fama mondiale che qualsiasi band proveniente da uno scantinato di Auburn, NYC, aspira a raggiungere, per poi stabilizzarsi, continuando, ahimè, a proporsi e a riproporsi, mai mettendosi davvero in dubbio o svolgendo un esame introspettivo d’autocritica.
Sappiamo per certo che il termine umiltà e Manowar non possono convivere nella stessa frase, e che la band non sarebbe così famosa senza i tratti caratteriali che ne contraddistinguono il bassist… cioè volevo dire tutti i componenti: ma a volte, e lo abbiamo imparato in molti casi, occorre fermarsi. Ecco, i Manowar potevano fermarsi qui, o al massimo, all’album successivo.
Ma nonostante non credo esista una vera e propria caduta verso l’oblio, la stabilizzazione e la ripetitività producono noia e mancata curiosità.
E chiunque, anche fra i più fedeli, viene implicitamente invitato a porre nel dimenticatoio i vinili della propria band del cuore.
In questo articolo volto a ricordare le trenta candeline che spegne l’album protagonista di oggi, non aspettatevi la descrizione di motivi impegnativi, riff strutturati o testi profondi, preparatevi a celebrare una band in ciò che l’ha resa unica e maestosa: la sua scandalosa semplicità, talmente tanto basic d’esser banale, talmente tanto essenziale da poter essere emulata da qualsiasi altra band. Ed invece la differenza sta proprio qui, perché quelle melodie, quei motivetti, quelle note… le hanno ideate proprio loro.
Nessun altro.
‘Louder Than Hell’, 29 aprile 1996: un album non facile da recensire, come i Manowar in generale del resto, partendo proprio dalla line up che vede l’ingresso di Karl Logan alla chitarra (che ne rivendicherà con gelosia il titolo fino alle famose accuse del 2018) e il rientro di Scott Columbus al posto di Rhino alla batteria.
Un album di alti e bassi, di ripetizioni ma anche di originalità: molto acclamate ’Brothers Of Metal pt.1’, vero e proprio manifesto d’identità, track consapevolmente non concepita in qualità di canzone ma come vera e propria dichiarazione ideologica che riuscì a renderla una vera e propria “chiamata alle armi” per i fan durante i live. Obiettivamente dal vivo trent’anni dopo possiamo confermare che rappresenti uno dei momenti più rituali nei concerti dei Manowar. Segue immediatamente la perla ‘Courage’, ballata in Sol Maggiore che, anche se implicitamente ci ricorda la sublime ‘Master Of The Wind’ di quattro anni prima grazie all’intro di pianoforte, è caratterizzata da una melodia che questa volta cela un messaggio diverso, quasi antitetico: se da una parte esiste un fato, un destino al quale l’uomo non si può sottrarre, dall’altra parte esiste la capacità d’autodeterminazione, che nei propri limiti consente a chi ne fa saggio uso di raggiungere la propria libertà personale. Manie di grandezza e tentativo d’autocelebrazione? Ma anche si, non così teatrali però in questo caso in quanto il messaggio è davvero profondo. Lo stesso De Maio ha ribadito che “Il coraggio non è l’assenza di paura: è la determinazione ad andare avanti a prescindere.” La track difatti risulta trionfale, non malinconica, grandiosa, e non triste: si può essere coraggiosi anche nella propria vulnerabilità, un inaspettato messaggio d’umiltà che fedelizza ancora di più i fan. Eric Adams coglie l’occasione di offrirci qui una delle interpretazioni più controllate e “intime” della sua carriera, e a differenza dei suoi acuti tipici, privilegia espressività e dinamica sussurrando strofe in vari passaggi. Segue immediatamente ‘Number 1’, altra chicca che ci fa capire come questo album lavori meglio live, non in macchina o messo come sottofondo nel proprio giradischi mentre si fanno le pulizie di casa, proprio alla pari di altre track come ‘King’ o ‘Outlaw’. Ritornelli semplici, essenziali, senza fronzoli e senza artifici retorici.
Rendiamoci conto che nel 1996 il metal classico era in crisi commerciale, schiacciato da grunge e alternative. ‘Louder Than Hell’ può essere interpretato quindi come una sorta di atto di resilienza: i Manowar decidono di non adattarsi alle tendenze, di continuare imperterriti nel proprio stile e nella propria dura, durissima linea.
E nonostante ancora oggi rimanga uno dei dischi più discussi in quanto alcuni lo considerano un ritorno all’essenza, altri invece molto meno epico rispetto ai lavori precedenti, l’album complessivamente funziona, sia in termini d’accoglienza immediata, sia in termini di memorabilità all’interno di una discografia già ricca a quei tempi. Siamo sinceri, non è il lavoro che ti vince il disco d’oro o di platino, però è il classico album capace di soggiornare nella top10 delle canzoni più ascoltate e trasmesse nelle stazioni radiofoniche di tutta Europa occidentale (al settimo posto in Germania per oltre dieci settimane). Il tutto ciò compensando il carattere kitsch e caricaturale di ‘Today Is A Good Day To Die’ o di ‘Outlaw’. Insomma: concludiamo dicendo che niente più di quest’album risulta essere un prodotto controverso che divide opinioni e crea dibattiti, per quanto ci sia da discutere davanti ad una band come quella dei Manowar, a volte caricatura di sè stessa, altre volte autrice di un vero e proprio genere musicale. Perché Joey De Maio altri non è che quella vecchia zietta dal carattere acido, pesante ed insopportabile che vedi una volta l’anno alle feste di famiglia e che ti offre consigli invadenti non richiesti, nei quali però capisci esserci la saggezza di una vita e grazie ai quali finisci per volerle sempre, inevitabilmente, bene.

Hammer Fact:
– La ballata ‘Courage’ venne scritta a metà strada fra Germania e Malesia durante un viaggio mistico-esistenziale di Joey DeMaio: in un suo post proprio di qualche mese fa su Facebook ha ricondiviso il video della canzone commentando e rimembrando il periodo difficile che stava attraversando in quegli anni. “A volte una situazione sembrava così terribile che le persone intorno a me mi consigliavano di smettere. Eppure eccomi qui: ininterrotto, non piegato, più forte grazie ad esso. Quando combatti per qualcosa in cui credi, sarai vittorioso. Non sottovalutare la forza che hai in te! Liberala e vivrai una vita grandiosa!”
-Tanti apprezzamenti quante critiche: di certo quella più famosa proviene dalla mitica voce degli Angra, Andre Matos, che arriva a definire l’album privo di qualità e privo di originalità: “Un metal per ragazzi ed adolescenti.”
– L’album segna il ritorno di Scott Columbus alla batteria: la leggenda narra che i Manowar inizialmente scoprirono il suo talento mentre Scott lavorasse in una fonderia, dettaglio che contribuì a crearne l’immagine di “fabbro” dal tocco potente e devastante. Lo stesso Columbus annunciò in questo album il ritorno delle Drumsticks d’acciaio, bacchette che, nonostante fossero formate solo in parte di metallo, rendevano il suono potente e metallico.

 

Line Up
Eric Adams – voce
Joey DeMaio – basso
Karl Logan – chitarra
Scott Columbus – batteria

Tracklist
1.Return Of The Warlord
2.Brothers Of Metal pt.1
3.The Gods Made Heavy Metal
4.Courage
5.Number 1
6.Outlaw
7.King
8.Today Is A Good Day To Die
9.My Spirit Lives On
10.The Power

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