Tool – Avere vent’anni: 10.000 Days

Il 02/05/2026, di .

In: .

Tool – Avere vent’anni: 10.000 Days

Che i Tool siano una band complessa è un fatto appurato da tempo e la risicata produzione discografica del gruppo, alla luce di soli tre album dal 2001 ad oggi, lo conferma ulteriormente. In questo articolo andiamo ad approfondire un album che fu rivelatore di un forte cambiamento nella discografia della band. Compie vent’anni ‘10.000 Days’, pubblicato a partire dal 28 aprile in Europa per concludersi il 2 maggio del 2006 negli Stati Uniti. A differenza del suo predecessore, il monumentale ‘Lateralus’, opera di indiscussa bellezza e complessità, ‘10.000 Days’ appare fin dalle prime battute un disco diverso, più elaborato, più ragionato, più energico e molto più cervellotico, per quanto già ‘Lateralus’ lo fosse a sufficienza. Per comprendere la gestazione di ‘10.000 Days’ è necessario analizzare un importante antefatto relativo al diffondersi del filesharing nei primi anni duemila. I Tool, estremamente attenti alla produzione e alla diffusione della propria musica, cercano ogni escamotage per evitare che venga diffusa illegalmente e come già accaduto con ‘Lateralus’ iniziano a far circolare alcuni titoli falsi del nuovo album di prossima uscita, così da confondere i malintenzionati della musica on line. Il primo titolo a circolare è ‘Teleincision’, e di fatto in pochi caddero nel tranello. Ma quando la band annuncia ‘10.000 Days’ sono in pochi a prendere sul serio quel titolo, rimanendo poi piuttosto sorpresi quando l’album viene effettivamente pubblicato con quel titolo. Su questo fronte i Tool fanno di tutto per evitare il peggio, ma l’album riesce comunque a sfuggire al controllo della band e finisce in rete alcuni giorni prima dell’uscita nei negozi. Poco male, oramai la band sa che deve arrendersi a un fenomeno di tendenza in continuo sviluppo e completamente fuori controllo e se ne fa una ragione. Nonostante la diffusione illegale ‘10.000 Days’ però scala immediatamente le classifiche statunitensi e dimostra che un prodotto di qualità e una rigida fan-base possono fare la differenza anche nei tempi duri del file sharing, soprattutto quei tempi, la prima decade dei duemila, in cui la musica digitale aveva preso il sopravvento sulla vendita del prodotto fisico.

“Ci siamo rimasti malissimo quando abbiamo scoperto che l’album era già stato messo in rete, avevamo preso tutto le precauzioni necessarie per evitare questa catastrofe” racconta Justin Chancellor nella biografia scritta da Joel McIver pubblicata nel 2009, in Italia edita da Tsunami Edizioni nel 2010.

La differenza sostanziale in un prodotto targato TOOL rispetto ad altri è il packaging, già curatissimo su ‘Lateralus’; qui raggiunge livelli di perfezione che soltanto ‘Fear Inoculum’ supererà, se pure ben tredici anni dopo, con un superpackaging piuttosto costoso con, nella versione in cd, addirittura un supporto video ricaricabile con cavo usb. Il box di ‘10.000 Days’ è estremamente curato ed elaborato per la prima volta in circa vent’anni di uscite di compact disc, dalla seconda metà degli anni ottanta per intenderci. Nessuno prima d’ora (del 2006) aveva curato tanto sapientemente la parte estetica di un prodotto come il cd. Possiamo affermare che in questo senso i TOOL siano stati precursori di una tendenza in costante crescita che oggi ci mette davanti a prodotti estremamente elaborati sul piano del packaging.

Per quanto riguarda ‘10.000 Days’ la confezione in digipack è composta da un cartoncino rigido con una aletta apribile dalla quale si accede al supporto completo; su questa aletta, piuttosto spessa, sono posizionate due lenti di plastica distanziate tra loro come gli occhi umani e servono per osservare le immagini in tridimensione contenute all’interno del sofisticato booklet. Sfogliando infatti le pagine del libretto interno si possono osservare in sequenza titolo dell’album sovrastato dal nome della band, poi i titoli dei brani del disco, e mano a mano straordinarie fotografie di installazioni, in quattro delle quali compiano i membri della band, uno per ciascuna fotografia, immersi in suggestive ambientazioni artistiche e a tratti esoteriche. Vi invito ad osservare con attenzione ogni immagine e vi sfido a scovare ogni volta nuovi elementi nascosti che vi sorprenderanno.

Un grandioso lavoro svolto da Alex Grey, addetto al concept delle illustrazioni, insieme a Mackie Osborne per la parte grafica e di layout e naturalmente da Adam Jones, chitarrista del gruppo e mente che si cela dietro a tutti i concept visivi dei Tool, sempre più dentro questo ruolo tanto nella parte della fotografia quanto in quella dei concept visual utilizzati non soltanto nei video ma anche nei live shows.

 

 

 

Appare chiaro che ‘10.000 Days’ sia un prodotto unico nel suo genere che affascina per tutto il suo contenuto che non è soltanto packaging e parte grafica, ma una sostanziosa dose di Alternative Metal, Industrial, Progressive, Jazz/Fusion in tempi dispari, musica suonata da tre musicisti stratosferici e da una voce unica, riconoscibile al primo vocalizzo. Ci troviamo davanti un monolite di settantacinque minuti composto da undici brani di elevata durata, si va dai sei/sette di ‘Vicarius’, ‘Jambi’, ‘The Pot’, agli abbondanti undici di ‘Rosetta Stoned’ e ‘10.000 Days (Wings Part. 2)’. Per quanto riguarda la parte musicale Adam Jones racconta di non avere avuto dubbi sulla direzione e soprattutto sulla pesantezza dell’album.

Lo stesso Jones afferma: “Abbiamo ascoltato molto i Meshuggah. Ci sono molti punti in comune tra di noi, perché anche loro hanno un lato fortemente Prog e sperimentale”.

In effetti l’album suona più diretto e incisivo di ‘Lateralus’, vuoi per una produzione ancora più cristallina, vuoi per un evidente ispessimento dei suoni che dona al disco una “pesantezza”, appunto, vicina agli ascolti dei dischi dei Meshuggah, che in quel periodo erano reduci dalla pubblicazione di ‘Catch Thirtythree’ (2005). Nella composizione dei brani Danny Carey si dice ispirato alla disillusione nei confronti della politica falsa e becera, arrivando ad affermare “abbiamo il Presidente più imbecille della nostra storia (George W. Bush Jr.) e siamo frustrati … anche per questo stavolta il nostro lavoro suona davvero molto pesante”. 

Keenan invece in quel periodo si ritrova a scavare nel proprio intimo personale e familiare per trovare la giusta e completa ispirazione. “Per me gli ultimi anni sono stati davvero devastanti”, afferma il cantante. Se ai tempi di ‘AEnima’ e ‘Lateralus’ i suoi testi avevano cercato di ispirare le persone nel tentativo di condividere esperienze e sensazioni e spingere i propri ascoltatori alla riflessione e se possibile alla crescita personale in una sorta di pensiero universale; questa volta le liriche necessariamente si spostano su territori intimi, emozionali, suggestioni interiori di un uomo deluso dagli eventi della vita. A partire dal titolo del disco, quel ‘10.000 Days’ corrispondono a ventisette anni, tanti quanti ne sono intercorsi da quando Judith, la madre di Keenan, venne colpita da un aneurisma fino alla sua morte, avvenuta tre anni prima della pubblicazione di ‘10.000 Days’. A dispetto di un titolo che preannuncia un album introspettivo, personale, profondamente intriso di emozionalità e dolore personale, il brano ‘Vicarius’, l’opener dell’album, narra dell’effetto dei media sulle masse. Brano dal forte sapore politico in linea con quanto affermato da Danny Carey, il disilluso della politica che dà dell’imbecille al proprio Presidente. La composizione di ‘Vicarius’ fa il paio con ‘Jambi’, nella quale si assiste a numerosi stacchi e cambi di tempo, un simbolo dei Tool, con strutture piuttosto estese, elaborate e complesse, dove è l’Alternative Metal sporcato di Progressive ad avere la meglio; discorso diverso per ‘Wings For Marie Part. 1’, dedicata da Keenan alla madre Judith. Brano più morbido, riflessivo, dove ad un giro di basso sinuoso ed ipnotico si insinua la chitarra in delay e un Keenan sofferente, teatrale, che esprime il proprio dolore nel ricordo della madre perduta tre anni prima. Il brano a tratti sembra prendere spunto dalle sonorità Trip-Hop di fine anni novanta, in particolare da dischi importantissimi come ‘Mezzanine’ dei Massive Attack e ‘Dummy’ dei Portishead. Nella successiva ‘10.000 Days (Wings Part. 2)’ la band cambia direzione, tornando ad essere più incisiva, più vicina ad una classica forma canzone che in parte prende spunto dallo stile dei Meshuggah, come anticipato da Adam Jones, e qui Keenan sembra rivolgersi alla madre augurandole di incontrare il Signore in Paradiso e finalmente trovare la tanto agognata pace. ‘10.000 Days (Wings Part. 2)’ gode di un crescendo atmosferico piuttosto intimo capace davvero di emozionare e trasportare l’ascoltatore in una dimensione parallela, un viaggio psichedelico che lentamente si apre alle sonorità classiche dei Tool con un gusto melodico straordinario in cui la chitarra delinea la guida musicale e il basso incalzante avvolge completamente facendo vibrare le corde emozionali. La chiusura del brano è nuovamente delicata ma densa di pathos e qui più che mai Keenan si lascia andare ad una interpretazione magistrale.

Il testo di ‘The Pot’ torna ad affrontare argomenti quali l’ipocrisia del nostro tempo, anche qui nel tentativo di portare l’ascoltatore nella riflessione personale riguardo ad argomenti dal sapore universale. Un brano piuttosto dritto, Metal nel senso stretto del termine, probabilmente il più vicino alle sonorità di ‘Lateralus’ ma qui maggiormente elaborate in chiave ancora più moderna; il riff di basso di Chancellor rasenta il Funky e si fonde con la chitarra di Jones. Brano aggressivo e altamente ipnotico, uno dei più apprezzati dai fan. ‘Lipan Conjuring’ è un canto tradizionale dei nativi americani, circolare ma piuttosto anonimo, che introduce ‘Lost Keys (Blame Hofmann)’, il cui testo sembra narrare di un paziente ricoverato in un ospedale dopo avere assunto dell’LSD. Il brano è una cervellotica ed ossessiva sequenza di note di chitarra. Questi due brani sono di fatto un unico intermezzo che ci conduce alla monolitica ‘Rosetta Stoned’, probabilmente il brano più ricercato dell’intero album, in cui riff potenti e ritmiche furiose raggiungono un livello di perfezione tale da chiedersi dove è capace di arrivare la band con la propria scrittura. Il testo, una lunga narrazione di Keenan, racconta di un incontro con gli alieni, e non aggiunge molto alle liriche degli altri brani, sicuramente più efficaci e a tratti introspettive. È la parte musicale a colpire forte l’ascoltatore, con tutte le sinuosità e le libertà stilistiche che soltanto i Tool possono permettersi. In parte influenzata dal Nu Metal e dal Crossover alla Faith No More è una lunga litania con una batteria incalzante e un tappeto di tastiere effettate che mescolate al compulsivo basso di Chancellor e alla chitarra di Jones ci accompagnano all’interno di un viaggio psichedelico senza confini. Il titolo fa riferimento alla Stele di Rosetta, conservata al British Museum di Londra; grazie al ritrovamento di questa Stele è stato possibile decifrare i geroglifici egizi. Il riferimento agli egizi e al testo che come detto narra di un incontro con gli alieni svela il motivo della scelta del titolo, in quanto da sempre molte persone sostengono che le piramidi siano state costruite dagli alieni. Teoria ormai imbarazzante anche soltanto a parlarne, ma qui i Tool hanno voluto giocare con questa leggenda metropolitana intitolando ad hoc il brano. Le successive ‘Intension’ e ‘Right In Two’ si fondono tra loro e insieme formano un collage sonoro dai tratti ambient che nuovamente riportano al Trip-Hop. Si tratta di due brani dal forte carattere introspettivo, con ambientazioni astrali figlie dello Space Rock dei seventies, in cui la voce di Keenan conferisce all’amalgama dei suoni una circolarità ossessiva, compulsiva, ma al contempo estremamente rilassante. Rispetto a brani come ‘Rosetta Stoned’ sembra quasi di ascoltare un’altra band e questa è la peculiarità di un gruppo capace di esplorare molteplici aspetti emozionali grazie alla ricercatezza in fase di scrittura. ‘Intension’ contiene una particolarità e vi rimando agli Hammer Facts a fondo dell’articolo. ‘Right In Two’, dell’accoppiata di brani, è il più riflessivo; nei suoi nove minuti di esplorazioni atmosferiche e silenziosi break ognuno dei musicisti ha il proprio spazio per esprimersi liberamente. Anche qui il genio di una band che può essere definita davvero Progressive nel senso di progressione, di crescita sperimentale, di ricerca dentro territori musicalmente inesplorati. Carey utilizza percussioni elettroniche e acustiche e la risultanza sonora è talvolta disturbante, mentre Keenan utilizza alcuni effetti che rendono la sua voce vibrante. In tutto questo gli effetti della chitarra di Jones spaziano liberamente sopra il basso di Chancellor, qui lievemente in ombra rispetto agli altri strumenti ma sostanzioso nella forma. Keenan utilizza un cantato dolce, a tratti sussurrato come su uno slow-tempo e il testo del brano narra dell’evoluzione dell’uomo. Il brano che ha il difficile compito di chiudere ‘10.000 Days’ si intitola ‘Viginti Tres’, ventitré in latino. Pezzo strumentale dalle tinte elettroniche ed ambient, la degna chiusura di un album che esplora più generi e li ricuce in una unica nuova amalgama sonica. Il numero 23 compare in diversi momenti nella storia del mondo e fa riferimento alla letteratura legata all’occulto e pare sia amato da tutti i teorici della cospirazione. Sono circolate voci circa la presenza di un altro messaggio nascosto su ‘Viginti Tres’ (vi invito ad approfondire negli Hammer Facts) e per questo motivo sembrava che le canzoni ‘Intension’ e ‘Viginti Tres’ facessero parte di una sola composizione poi divisa in due parte. La band non ha mai confermato questa teoria che rimane difficile da dimostrare.

In seguito alla pubblicazione di ‘10.000 Days’ nacque un vero e proprio culto tra i fan, cresciuto esponenzialmente nel tempo; cominciarono a circolare le più svariate teorie riguardo il significato del disco nella sua interezza. Keenan non si è mai sbilanciato sul significato dei testi, spiegando che la lettura dei testi, se fossero stati pubblicati all’interno del booklet, avrebbero potuto influire negativamente sulla percezione della musica e sul concept Musial/letterario dell’album. Mistero in puro stile TOOL, band che non lascia nulla al caso e pretende dai propri ascoltatori un’esperienza immersiva totalizzante, segno che la loro musica non può essere per tutti. Alla fine l’interpretazione delle liriche di un disco sono soggettive e ognuno di noi può trovare un significato personale che può andare oltre all’intento dell’artista e con un disco dei TOOL si possono esplorare molteplici universalità, grazie ad una musica complessa ed elaborata capace di accompagnare l’ascoltatore in un viaggio ogni volta nuovo e appassionante.

Per un nuovo viaggio è stato necessario attendere molti altri giorni. Non diecimila, ma comunque moltissimi prima di un nuovo capitolo targato Tool. Ad ogni buon modo  ‘10.000 Days’ ha lasciato un segno profondo e indelebile nel Metal, marchiando definitivamente i Tool quale band di Culto nel panorama della musica alternativa.

 

Hammer Fact:

– A un anno dalla pubblicazione ‘10.000 Days’ ha venduto tre milioni di copie in tutto il mondo, a dispetto della pericolosità del filesharing.
– Il brano ‘Lost Keys (Blame Hofmann)’ è riferito ad Albert Hoffmann, il primo scienziato che nel 1938 sintetizzò il farmaco.
– All’interno di ‘Intension’ è contenuto un messaggio criptato. Se infatti si ascolta la canzone al contrario si può sentire Keenan sussurrare: “Lavora duro, resta a scuola, ascolta tua madre, tuo padre aveva ragione”.
– Il presunto messaggio nascosto su ‘Viginti Tres’ reciterebbe queste parole: “Un’infinità, l’orrore inizia in autunno, questo è il periodo di prova che testa il tuo potere, ventitré passi per giungere al potere totale”. 
– Negli Stati Uniti ‘10.000 Days’ vendette ben 564.000 copie in una sola settimana dalla pubblicazione.

Line Up:

Maynard James Keenan; Vocals
Adam Jones: Guitar
Justin Chancellor: Bass
Danny Carey: Drums & Percussions

Tracklist:

01. Vicarius
02. Jambi
03. Wings For Marie (Part. 1)
04. 10.000 Days (Wings Part. 2)
05. The Pot
06. Lipan Conjuring
07. Lost Keys (Blame Hofmann)
08. Rosetta Stoned
09. Intension
10. Right In Two
11. Viginti Tres

Leggi di più su: Tool.