Quando il groove diventa veleno: 30 anni di The Great Southern Trendkill

Il 07/05/2026, di .

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Quando il groove diventa veleno: 30 anni di The Great Southern Trendkill

La prima volta che presi in mano un album dei Pantera si trattava proprio di ‘The Great Southern Trendkill’: la copertina, raffigurante un crotalo a sonagli dalla lingua biforcuta penzolante, anticipava già l’ascolto di un qualcosa di pericoloso, accattivante, disturbante. Un mix di paura ed attrazione che rende eccitante e magnetico tutto ciò che per natura è letale. Nell’innocenza dell’età adolescenziale ero totalmente inconsapevole che quella band fosse una delle più grandi mai esistite nella storia della musica estrema, e che proprio quel lavoro, penultimo di una discografia ben ponderata e calibrata nelle proprie uscite, rappresenti uno dei più momenti più estrosi del gruppo, un documento di rabbia pura, disillusione e aggressività senza compromessi, l’apice in cui i nostri fantastici 4  spingevano il proprio rinomato groove fino al limite più estremo.
Dall’apertura con ‘The Great Southern Trendkill’ alla devastante ‘Floods’, ogni brano sembra urlare disillusa frustrazione ed aggressività.  Il disco è oscuro, claustrofobico, quasi paranoico: palese ed evidente come rifletta le famose tensioni interne nel contesto metal degli anni ’90, tra mainstream commerciale ed underground estremo. Phil Anselmo canta con una voce a volte tormentata, a volte sussurrata, a volte esplosiva, mentre le chitarre di Dimebag Darrell tagliano come lame affilate.  L’assalto sonoro continua con ‘War Nerve’ : un pezzo che racchiude la rabbia condensata dei Pantera nei riff serrati e staccati di chitarra, nella pesantezza e nella solidità del basso, nella batteria martellante ed incalzante, e nella voce appunto estrema che sembra urlare la propria frustrazione e rabbia al mondo intero. Lo stesso Rex Brown riconobbe che il compagno Phil, già in crisi da diversi anni, diede sfogo mediante la musica all’inferno personale che stava attraversando, toccando il proprio Everest musicale ed esprimendo la sua visione artistica più oscura come mai era riuscito prima di allora. Un fondo nel quale l’unica cosa che poteva fare era quella di fermarsi e provare a risalire. Ma ritorniamo a noi: questa track risulta all’ascolto veloce, appunto nervosa, con una tensione costante che ci fa percepire d’esser sul filo del rasoio. Per i Pantera non esistono compromessi: qui l’obiettivo è l’impatto emotivo immediato grazie ad un groove nella sua forma più pura.
Interessante notare come i cambi di tempo e le pause strategiche accentuino ogni esplosione sonora, rendendo la traccia un esempio perfetto di come i Pantera sappiano mescolare tecnica e aggressività senza mai perdere la furia. ‘Drag the Waters’ può essere concepito come vero e proprio manifesto del disco. Il riff iniziale è immediatamente riconoscibile: lento, pesante, quasi ipnotico. La canzone parla di sfiducia, inganno e di tecniche di manipolazione che molte persone si divertono ad usare verso gli altri (fa sorridere come certi temi rimangano sempre attuali). Tematiche che sembrano stare a cuore ad Anselmo,  che da un intro lento e minaccioso accompagnato ad un crescendo di batteria sembra preparare l’ascoltatore alla brutalità (o semplice verità?) che arriverà dopo. Una perfetta introduzione all’atmosfera oscura ed intesa di Trendkill. Di certo non occorre stare qui a rivangare, infilando la mano intera nella piaga, il passato di Phil Anselmo, fra genitori disagiati ed ambienti d’infanzia turbolenti, ma, proprio come il più geniale degli artisti ,è riuscito, in modo apparentemente meditato e ponderato, ad incanalare tutta la propria energia negativa nel più alto livello espressivo musicale. Lo stesso Phil si è sempre definito una testa calda dal cuore grande, e, appassionati o non dei Pantera, anche l’orecchio più profano al mondo del metal capisce quanta sofferenza si celi dietro a canzoni così estreme.
Interessante ‘Suicide Note’ nella parte 1 e 2: doppietta emotiva sospesa tra disperazione e aggressione. La prima parte lenta, malinconica, un estenuante lamento sussurrato. La seconda esplosione invece di rabbia pura. Uno dei momenti più profondi e disturbanti dell’intero repertorio dei Pantera. Tutto ciò ci permette di capire perché questo album non suoni all’unisono con il decorso degli anni Novanta, ma suoni semplicemente fuori tempo. In un’epoca in cui il metal ambisce ad essere pulito, iper-prodotto e prevedibile, ‘The Great Southern Trendkill’ resta sporco, imprevedibile, umano. È un disco che non cerca di piacere e non necessita di conferme, e proprio per questo lascia il segno. Nel finale doveroso soffermarci su ‘Floods’: non solo una traccia di chiusura, ma una vera e propria trasformazione. Dopo un album dominato da aggressività e tensione, i Pantera chiudono con un brano che è, paradossalmente, uno dei più emotivi e “silenziosi” della loro carriera.
Caratterizzato da una prima parte cupa, pesante, quasi apocalittica, si eleva grazie all’assolo di Dimebag. Un apparente esercizio tecnico dai connotati melodici, struggenti, profondamente umani. Un qualcosa che sembra raccontare tutto quello che l’album non ha mai detto apertamente.Quel fade-out finale, lungo e malinconico, ha un effetto quasi cinematografico: non chiude davvero il disco, lo lascia sospeso. Come se il caos non fosse finito, ma semplicemente si stesse allontanando. Proprio come un diluvio.  Tirando le somme…Quest’album non è solo uno dei lavori più iconici dei Pantera: è un album che continua a ispirare chitarristi, batteristi e vocalist, e che ricorda al mondo intero perché questa band americana sia rimasta una leggenda indiscussa del metal moderno.  Ed anche se all’epoca la critica non fu completamente unanime, le vendite registrarono un obiettivo successo immediato. C’è da dire che molti recensori rimasero spiazzati dalla brutalità del disco: più oscuro e meno “accessibile” rispetto ai lavori precedenti. Alcune testate lodarono la coerenza artistica e il rifiuto di scendere a compromessi. Altre ne criticarono l’eccesso di aggressività e la produzione volutamente sporca, considerata difficile da digerire per un pubblico più ampio.Col tempo, però, la percezione è cambiata radicalmente. Oggi Trendkill viene spesso rivalutato come uno degli album più autentici e coraggiosi dei Pantera, nonché uno dei dischi più influenti del metal estremo anni  Novanta.In conclusione? Riascoltarlo oggi  non è un esercizio nostalgico.È un’esperienza.
È ricordarsi che il metal può smettere d’essere intrattenimento e può diventare qualcosa di più: uno sfogo, una ferita aperta, un urlo che non ha ancora finito di rieccheggiare. E i Pantera, con questo disco, non hanno solo fatto rumore. Hanno lasciato un segno che, trent’anni dopo, brucia ancora.

Hammer Fact:
-Quale simbolo migliore del serpente per un album pretenzioso d’esser “velenoso” nei confronti delle mode musicali dominanti e che celebrava la natura grezza ed insidiosa del metal dei Pantera: in verità tale elemento figurativo descrive perfettamente anche il clima che si respirava in sala registrazione fra i vari componenti del gruppo. Lo stesso Anselmo dichiarò di aver registrato lontano dagli altri membri, cantando in uno studio di New Orleans su basi musicali preregistrate non solo per via del proprio impegno verso tutti i suoi numerosi altri progetti musicali, ma anche per le antipatie ed i dissapori (utilizziamo termici diplomatici) che si erano create nella band.
-È uno dei dischi più estremi mai entrati nella Top 5 USA: nonostante la sua natura così ostica, l’album debuttò altissimo in classifica (di preciso al numero 4 della Billboard 200).Negli Stati Uniti ottenne la certificazione di disco di platino, superando il milione di copie vendute. Questo lo rese uno dei rari casi in cui un disco così violento e poco commerciale riuscì a entrare nel mainstream senza compromessi.

Line-Up
Phil Anselmo – voce
Dimebag Darrell – chitarra
Rex Brown – basso
Vinnie Paul – batteria

Tracklist
1.The Great Southern Trendkill
2.War Nerve
3.Drag the Waters
4.10’s
5.13 Steps to Nowhere
6.Suicide Note Pt. I
7.Suicide Note Pt. II
8.Living Through Me (Hells’ Wrath)
9.Floods
10.The Underground in America
11.(Reprise) Sandblasted Skin

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