Helter Skelter e le crepe dell’America in mostra a Venezia
Il 24/08/2026, di Anna.
In: Arte.
Nel 1968, con due chitarre distorte spinte al limite del feedback e una batteria picchiata fino all’esaurimento delle forze, i Beatles incisero Helter Skelter, inseguendo l’ambizione ossessiva di Paul McCartney di creare il brano più violento, sporco e rumoroso della storia del rock. Il titolo riprendeva il nome dei tipici scivoli elicoidali dei luna park inglesi, evocando un’idea di vertigine infantile, velocità e discesa incontrollata. Solo un anno dopo, quella metafora ludica si trasformò in una tragedia oscura quando Charles Manson ne distorse il significato, scorgendo nei solchi del White Album il preavviso criptato di una sanguinosa guerra razziale imminente negli Stati Uniti e trasformando quelle parole nel manifesto delirante della sua setta. Quel pezzo cessò così di essere una semplice traccia d’avanguardia per diventare il punto di rottura di un’intera epoca, il momento esatto in cui l’utopia pacifista della controcultura degli anni Sessanta mostrò la sua drammatica e irreversibile crepa.

Richard Prince, Untitled (Girlfriend), 1993, Fotografia Ektacolor, 101,6 x 152,4 cm, Collezione privata © Richard Prince
È proprio questa tensione sotterranea ad aver affascinato il mondo dell’arte contemporanea negli ultimi decenni. Nel 1992, la celebre mostra Helter Skelter: L.A. Art in the 1990s al MOCA di Los Angeles, ripropose quel titolo per tracciare il ritratto di un’America urbana alienata, violenta e dissacrante. Gli artisti esposti non usavano la musica come un semplice contorno, ma ne incarnavano direttamente la materia e l’attitudine viscerale. Figure come Raymond Pettibon portarono nei musei l’estetica grezza dell’hardcore punk, legando indissolubilmente il suo tratto visivo a china all’immaginario dei Black Flag e firmando l’iconica copertina dell’album Goo dei Sonic Youth. Nello stesso solco si mosse Mike Kelley, che prima di diventare una star dell’arte contemporanea aveva fondato a Detroit negli anni Settanta la leggendaria band noise-punk Destroy All Monsters. Kelley trasferì poi quella stessa carica eversiva e rumorosa nelle sue installazioni visive fatte di peluche rovinati e pupazzi di pezza abbandonati, uno dei quali finì sulla celebre copertina dell’album Dirty dei Sonic Youth nel 1992.
Oggi, a oltre trent’anni da quell’esperimento californiano, la Fondazione Prada riattiva quel filo conduttore ospitando nella sua sede veneziana di Ca’ Corner della Regina la mostra Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, curata da Nancy Spector, già Direttrice Artistica del Guggenheim Museum di New York. Il progetto riprende il titolo non più soltanto come rievocazione della rabbia underground degli anni Novanta, ma come un denso palinsesto di significati dove il caos della giostra, il delirio mansoniano e la memoria traumatica della storia americana tornano a convergere in modo spietato. Curata attorno alla matrice concettuale del readymade di Marcel Duchamp, l’esposizione raccoglie oltre cinquanta opere tra fotografie, sculture, installazioni video e dipinti, a cui si aggiungono lavori inediti realizzati appositamente per le sale del palazzo settecentesco sul Canal Grande. Al centro dell’operazione vi è un dialogo creativo diretto e del tutto inedito tra due dei più influenti artisti statunitensi contemporanei, un confronto mai analizzato prima che si concretizza anche in una fanzine stampata a quattro mani intitolata Don’t Look Now (2026). In questa pubblicazione si raccoglie il flusso vertiginoso di immagini, ritagli di giornale e memorie visive che Jafa e Prince si sono scambiati febbrilmente durante la genesi del progetto, rievocando l’estetica DIY tipica della scena punk e hip-hop underground.
Entrando nelle sale di Ca’ Corner della Regina, il visitatore viene immediatamente immerso in un’atmosfera saturata di stimoli visivi e sonori, dove il concetto di appropriazione viene elevato a metodo d’indagine politica e culturale. Jafa e Prince agiscono come veri e propri pirati dell’immaginario statunitense: attingono senza chiedere il permesso a un serbatoio straripante che comprende copertine di vinili, poster di concerti rock, fanzine d’epoca, video di YouTube, materiali d’archivio della cultura afroamericana, annunci pubblicitari, fotogrammi cinematografici e materiale di cronaca nera. Il modo con cui Nancy Spector ha orchestrato l’allestimento tra il piano terra e il primo piano nobile del palazzo, crea un cortocircuito estetico in cui l’architettura barocca veneziana fa da cassa di risonanza per i detriti e i miti della cultura di massa americana.

Richard Prince, Lilo, 1983, Fotografia Ektacolor, 243,8 x 121,9 cm, Collezione privata © Richard Prince
I due artisti, nati a dieci anni di distanza e portatori di vissuti profondamente differenti, tracciano due topografie speculari e complementari degli Stati Uniti. Per Arthur Jafa, cresciuto a Tupelo in Mississippi (città natale di Elvis Presley), la musica afroamericana non è mai stata un semplice oggetto d’ascolto o un genere d’intrattenimento, ma una struttura di sopravvivenza, un’esperienza corporea e politica impressa fin dalla prima infanzia. Jafa racconta spesso di quando i suoi genitori lo portarono a un concerto di James Brown a soli tre o quattro anni: non ricordava la scenografia o i dettagli del palco, ma la vibrazione fisica del suolo sotto i piedi e l’energia collettiva della folla condensata attorno a quella voce. Da quel momento, per il cineasta e artista afroamericano il jazz, il gospel, il blues e l’hip-hop sono diventati la matrice di quello che teorizza come Black Visual Intonation, ossia la ricerca di un linguaggio visivo e cinematografico capace di replicare la libertà, la potenza, la rottura ritmica e la cadenza viscerale della musica nera.
Un’intuizione che trova la sua consacrazione nella mostra veneziana attraverso la proiezione del suo capolavoro video Love Is The Message, The Message Is Death (2016) al piano terra. In
quest’opera, lunga poco più di sette minuti, Jafa realizza un montaggio serrato e devastante di immagini d’archivio che ripercorrono la storia della comunità afroamericana: spezzoni di cinegiornali d’epoca, violenze della polizia, performance di danzatori straordinari, momenti di celebrazione religiosa, volti di leader dei diritti civili e video amatoriali scovati su internet. La forza d’urto del video risiede interamente nella scelta della colonna sonora, la celebre traccia gospel-pop Ultralight Beam di Kanye West. La musica non fa da semplice sottofondo, ma guida il ritmo del montaggio cinematografico, trasformando le immagini di sofferenza e di riscatto in una preghiera visiva collettiva. La capacità di Jafa è appunto quella di trasformare la musica in un archivio

Richard Prince, Untitled (RP 1280, Publicity Photos), 1999, Collage di stampe cromogeniche e pennarello montato su tavola, 81 x 75,1 cm, Whitney Museum of American Art, New York. Lascito di Thea Westreich Wagner e Ethan Wagner, P.2011.326, © Richard Prince
vivente e in una frequenza emotiva in grado di attraversare il trauma per farsi spazio di liberazione spirituale e politica.
Accanto a questo capolavoro, la mostra al piano terra presenta l’elegia video LOML (2022), un toccante omaggio che Jafa dedica alla memoria del grande critico musicale e amico Greg Tate, figura centrale nella decodifica delle connessioni tra musica nera, jazz, cultura punk e teoria critica. L’indagine viscerale sulla matrice sonora afroamericana prosegue poi al primo piano con akingdoncomethas (2018), un imponente video di oltre cento minuti dedicato interamente alla musica gospel e alla trance estatica nelle chiese evangeliche afroamericane, dove il canto e la sermonica si fanno forma pura di trascendenza e resistenza culturale. La campionatura per Jafa si estende anche all’archivio visivo sconfinato di SloPEX (2023), un flusso ininterrotto di centinaia di immagini fisse che scorrono come le battute di un campionatore musicale, affiancato da nuove produzioni scultoree e fotografiche come l’autoritratto Viriconium (2026) e le opere digitali sovra-illuminate, che manipolano la superficie dell’immagine richiamando la saturazione e la distorsione dei segnali audio.
Richard Prince affronta invece il patrimonio culturale e musicale americano da una prospettiva opposta e speculare, legata all’appropriazione, al feticismo e alla decostruzione della cultura delle celebrità. Esponente di punta della Pictures Generation, Prince guarda alla musica e alle sue sottoculture come a un immenso serbatoio di memorie, stereotipi e ossessioni collettive. Il suo legame con la scena rock va ben oltre la citazione: nel 2004 realizzò la celebre serie di dipinti raffiguranti infermiere inquietanti e mascherate, riprese da vecchie copertine di romanzi economici pulp. La band dei Sonic Youth si innamorò a tal punto di quell’immaginario da utilizzare le sue opere per le copertine e la grafica dell’album Sonic Nurse. Il rapporto tra Prince e la band divenne così simbiotico che la bassista Kim Gordon autorizzò l’artista a utilizzare un dettaglio di un suo dipinto personale per la grafica del vinile Loud Song, un album di musica sperimentale e rumore d’ambiente pubblicato dallo stesso Prince nel 2016.
Nelle sale di Ca’ Corner della Regina, il lavoro di Prince si manifesta con tutta la sua carica cinica e ipnotica. Al primo piano nobile, tra le varie installazioni,

Arthur Jafa, Man Monster – Duffy, 2018
Stampa fine art Epson montata su pannello di alluminio con processo Diasec, 137,2 x 182,9 x 2,5 cm, Ignace e Isabellle Vandenabeele – De Bruyn, © Arthur Jafa
risalta la sua scultura monumentale Folk Songs (Blasting Mats) del 2006, realizzata assemblando pesanti tappeti di gomma da cantiere e acciaio impiegati per le demolizioni: un’opera che reinterpreta il concetto stesso di “canzone popolare”, trasformandolo nella resa acustica e materiale del rumore sordo dell’industria americana. Sempre al primo piano, nella celebre serie Publicities, Prince espone una vasta selezione di fotografie autografate e materiali promozionali dedicati a celebrità e icone della musica rock e pop, mettendo a nudo la devozione idolatrica, il feticismo del fan e la reificazione del collezionismo musicale. A questa si affiancano i Protest Paintings e i suoi celebri testi serigrafati su tela, come nei White Paintings, in cui brevi testi o battute umoristiche funcionanano come riff verbali minimi ed essenziali.
L’allestimento curato da Nancy Spector non si limita a giustapporre i due percorsi, ma crea continue interferenze concettuali e visive. Il dialogo tra le sculture industriali di Prince e le proiezioni avvolgenti di Jafa crea una traccia sonora e visiva che accoglie lo spettatore prima ancora che questi salga la scalinata monumentale. Al primo piano, le opere pittoriche, i video e i collage dei due artisti sono disposti secondo assonanze cromatiche e tematiche che mettono in evidenza le ossessioni condivise: la cultura delle armi, il culto delle star, la musica come fede, la questione razziale e la pervasività dei mass media nella vita quotidiana.
In questa prospettiva, la musica cessa definitivamente di essere un semplice accompagnamento dell’arte visiva o un elemento decorativo per diventare la struttura ritmica, il trauma viscerale e il linguaggio essenziale attraverso cui l’arte decodifica la realtà. Dal rumore sgradevole e distorto inciso dai Beatles nel 1968 ai detriti punk della Los Angeles degli anni Novanta, fino alle complesse ed eleganti stratificazioni espositive di Ca’ Corner della Regina, Helter Skelter continua a funzionare come una cassa di risonanza implacabile. L’esposizione veneziana dimostra che l’appropriazione delle immagini e dei suoni non è soltanto un’operazione stilistica o citazionista, ma un atto di pirateria concettuale necessario per strappare alla cultura di massa le sue verità più sgradevoli, mostrandoci come il mito americano continui a girare all’impazzata su uno scivolo vuoto, sospeso tra il fascino per la propria immagine e l’incubo della propria dissoluzione.
In copertina: Richard Prince, Untitled (Sunsets) (particolare), 1981-82, Stampa cromogenica, 76,2 x 114,3 cm, Collezione privata, © Richard Prince
HELTER SKELTER: ARTHUR JAFA AND RICHARD PRINCE
FONDAZIONE PRADA, Ca’ Corner della Regina, Calle de Ca’ Corner, Santa Croce 2215, Venezia
9 Maggio – 23 Novovembre 2026
Lunedì – domenica: ore 10 – 18
Martedì chiuso