STUDIO REPORT – Under Taiga, geografia di un suono invisibile

Il 21/09/2026, di .

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STUDIO REPORT – Under Taiga, geografia di un suono invisibile

C’è un momento preciso, durante l’ascolto degli Under Taiga, in cui la complessità metrica smette di essere pura architettura cerebrale e si trasforma in atmosfera palpabile, quasi densa. La formazione di Málaga — composta da Daniel Zattara (voce e chitarra), Artin Safarian (chitarra e cori), Daniel Díaz Godoy (basso e arte visiva) e Daniel Sanchez Luque (batteria) — si muove da anni lungo quella sottile, fragilissima linea di confine che separa le geometrie del progressive metal dalla dimensione più istintiva, viscerale e fisica del rock d’impatto. Tra le righe delle loro composizioni si avvertono nettamente i richiami a giganti del calibro di Tool, A Perfect Circle e Katatonia, eppure nel loro approccio non c’è la minima traccia di manierismo o di fredda emulazione. Gli Under Taiga rivendicano con forza un’attitudine spontanea alla scrittura e, soprattutto, una visibile insofferenza verso la perfezione patinata, iper-compressa e artificiale che oggi domina gran parte delle produzioni metal contemporanee.
Spinti dalla curiosità per quella che si sta affermando come una delle realtà più enigmatiche e affascinanti dell’intero panorama indipendente spagnolo, abbiamo deciso di fare una deviazione verso il cuore dell’Andalusia. Lasciandoci alle spalle il calore abbacinante delle strade del centro di Málaga, ci siamo intrufolati nella penombra della loro sala prove: un rifugio fatto di cavi intrecciati, mattoni a vista, l’odore tipico del legno e delle valvole calde dei testate e un rimbombo batterico che si avverte prima nello stomaco che nelle orecchie. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni umane, prima ancora che musicali: la sensazione nitida che in quel luogo si stia consumando un processo alchemico autentico, privo di scorciatoie tecnologiche. Ci siamo seduti con loro per esplorare le radici del progetto, decifrare la loro filosofia sonora e scoprire cosa bolle davvero in pentola per il loro imminente futuro discografico.
Partiamo dall’inizio di questa avventura e da un dettaglio identitario che salta subito all’occhio. Il nome della band evoca scenari geografici estremi, sconfinati e glaciali, che sembrano quasi stridere con il calore travolgente della vostra terra d’origine. Qual è la genesi reale dietro la scelta di “Under Taiga” e che tipo di valore simbolico ha assunto per voi nel tempo?
“(Artin Safarian) All’inizio eravamo solo Taiga, perché ci piaceva il suono e richiamava il tipo di musica che volevamo fare. Poi ci siamo accorti che su Spotify esistono decine di progetti chiamati Taiga. Abbiamo fatto brainstorming e abbiamo scelto Under Taiga. Noi siamo sotto la taiga, non dentro. Non siamo nella taiga. Una definizione nata per necessità che finisce per calzare a pennello: una band del Sud della Spagna che guarda verso territori sonori freddi, nordici, atmosferici”.
Il vostro linguaggio musicale è caratterizzato da una struttura progressive estremamente articolata, stratificata e priva di scorciatoie facili. In una regione come l’Andalusia, storicamente legata a ben altre sonorità e tradizioni musicali, come si inserisce una proposta così complessa e che tipo di risposta avete riscontrato nel pubblico locale?
“(Daniel Zattara) Facciamo semplicemente quello che ci piace, senza paura di essere commerciali o meno. E credo che proprio questo ci abbia permesso di farci notare. Il nostro sound ricorda band come i Tool, e molti fan dei Tool aspettavano che qualcosa del genere succedesse anche in Spagna”.
“(Artin Safarian) Quando abbiamo iniziato, Dani mi ha chiamato. Siamo amici fin da bambini. Mi ha detto: ‘Facciamo una band con il sound dei gruppi che amavamo da adolescenti: Katatonia, Tool, A Perfect Circle’. Ho detto di sì. A Málaga c’è un pubblico per questa musica, ma all’inizio non pensavamo alla scena. Avevamo qualcosa dentro che volevamo esprimere”.
“(Daniel Díaz Godoy) Ci siamo resi conto che c’erano molte più persone interessate a questo sound di quanto ci aspettassimo.”
Ascoltandovi suonare qui in sala prove si percepisce chiaramente un equilibrio particolare tra la disciplina tecnica e la libertà d’azione. Qual è la dinamica concreta del vostro processo compositivo? Nasce tutto da una pianificazione teorica a tavolino o lasciate che le idee emergano dall’interazione fisica degli strumenti?
“(Artin Safarian) Facciamo molte jam. Qualcuno porta un’idea in sala, ci suoniamo sopra e troviamo un punto di partenza. Siamo anche piuttosto chirurgici: abbiamo molte idee progressive, tempi dispari, riff strani, ma poi costruiamo qualcosa che rimanga una canzone, non un esercizio di tecnica”.
“(Daniel Zattara) Non cerchiamo di complicare le cose a tutti i costi. Possiamo avere una struttura in 4/4 e inserire una parte prog se ci piace. Non deve essere tutto progressivo. Così la musica è più accessibile, più piacevole”.
“(Daniel Sanchez Luque) Quando qualcuno arriva con un riff o con una canzone intera, iniziamo a lavorarci. Il riff iniziale cambia completamente. La componente progressive emerge in modo naturale. Non scriviamo su un foglio ‘5/8, 4/4, 13/4’. Suoniamo insieme”.
“(Daniel Díaz Godoy) Le nostre canzoni richiedono molto tempo. Ce la prendiamo comoda. Non abbiamo paura di riaprire un brano dopo mesi se pensiamo possa suonare meglio.”
I vostri brani sembrano muoversi lungo narrazioni intime ed enigmatiche. Quale valore e quale ruolo attribuzione alla parola e al testo all’interno di un’architettura sonora già così carica di suggestioni e cambi di atmosfera?
“(Artin Safarian) Sono molto personali, esistenziali. Legati a cose che tutti attraversiamo. Non sono filosofici alla maniera dei Tool. A parte ‘Desire’, che è più enigmatico, sono molto introspettivi. È come se qualcuno stesse scrivendo cercando se stesso”.
“(Daniel Zattara) È più la musica a portare dentro i testi, non il contrario. La musica crea lo scenario e poi i testi gli danno un significato. Quando compongo canto suoni senza senso, improvvisazioni. Poi riascolto e capisco cosa vuole dirmi quel brano. Con ‘Ecstasy’ è andata così.”
Durante l’esecuzione abbiamo notato un’attenzione quasi maniacale per la cura dei volumi, delle dinamiche e dell’effettistica. Quali sono gli elementi hardware e le scelte di effettistica davvero imprescindibili attorno a cui ruota la costruzione del vostro caratteristico “muro di suono”?
“(Artin Safarian) Il riverbero”.
“(Daniel Zattara) Riverbero e delay. Dico sempre che il riverbero è il quinto membro della band. Non riguarda solo le chitarre, ma anche la voce”.
“(Artin Safarian) Cerchiamo un suono ruvido, raw. Ha una componente organica. Uso una distorsione metal grossa, un po’ di overdrive e poi puliti con delay e riverbero. Tutto qui. Non voglio riempire tutto di effetti”.
“(Daniel Díaz Godoy) Io uso un overdrive Darkglass sempre acceso, ma molto basso, circa un quarto. A volte un octave, a volte un chorus quando voglio che il suono diventi una massa enorme e distorta. E poi il wah”.
“(Artin Safarian) È uno dei problemi delle band di oggi. Ascolti una playlist e tutti suonano uguali. Tutto troppo prodotto, troppo compresso, troppo punchy. Non sembra un suono reale. Noi cerchiamo di essere più organici. Vorremmo che quando le persone ascoltano il nostro suono non abbiano voglia di premere ‘next'”.
“(Daniel Zattara) Per me ‘organico’ significa che puoi quasi vedere le persone che stanno suonando. Come i Beatles dal vivo. Non ci sono campionamenti, non devi nascondere niente”.
“(Daniel Sanchez Luque) Tutto quello che sentite su Spotify è batteria vera. Piatti, tutto. Per me è fondamentale, è un suono che senti anche fisicamente”.
“(Artin Safarian) Le registrazioni nascono dall’utilizzo di pedali analogici e vengono poi reampate, ed è proprio questo processo a dare loro quel carattere grezzo. Ora sto passando a un Fractal VP4 per concentrare tutto in un’unica macchina per il live, ma l’anima resta analogica.”
Ascolta il brano ‘Fade in Light’ su YouTube”
Oggi quasi la totalità delle band che propongono tempi complessi si affida ciecamente a traccie di metronomo in spia, click e basi pre-registrate. Voi avete scelto di andare totalmente controcorrente sul palco. Come affrontate la complessità dei vostri cambi di tempo dal vivo senza alcun tipo di supporto digitale?
“(Daniel Sanchez Luque) Per me è fondamentale non avere programmazione, BPM, metronomo o click. È tutto fatto a mano. Posso avere tre tempi diversi nella stessa canzone e li gestisco manualmente. Passo da 190 a 160 BPM nel mezzo del brano. Tutto a mano”.
“(Daniel Zattara) È una scelta filosofica. È live, succede in quel momento. Non c’è un programma che fa ‘uno, due, tre'”.
“(Artin Safarian) Danny è il nostro metronomo. Dà adrenalina ai cambi. È quasi un’arte, perché non programma nulla. Questo crea tensione sul palco. Dobbiamo adattarci a lui”.
“(Daniel Díaz Godoy) Quando ci perdiamo, guardiamo lui e l’hi-hat”.
“(Daniel Zattara) Molti pensano che essere professionali significhi avere tutti il click nelle orecchie. Per me è una stronzata. Dobbiamo rimanere reali e organici.”
Ottenere visibilità internazionale partendo da una realtà geograficamente periferica rispetto ai grandi canali della discografia è da sempre una sfida complessa. Quali sono i principali ostacoli pratici e burocratici che state incontrando nel tentativo di far circolare la vostra musica al di fuori dei confini locali?
“(Daniel Zattara) Entrare in contatto con un’agenzia di booking, un distributore, qualcuno del settore. A Málaga abbiamo costruito un pubblico organicamente. Il problema è raggiungere un pubblico più ampio. Per farlo hai bisogno di qualcuno che porti la tua musica altrove”.
“(Daniel Díaz Godoy) Devi ottenere anche solo pochi minuti di attenzione da qualcuno dell’industria. Mando tantissime email e di solito nessuno risponde. Oppure ti dicono: ‘La vostra musica è buona, ma non siamo noi le persone giuste’.”
Se doveste posizionare la vostra proposta all’interno di una casella ben precisa dell’odierno panorama discografico, vi sentite più vicini alla matrice e alla community metal o a quella strettamente progressive rock?
“(Daniel Zattara) Preferirei progressive rock. Siamo nella scena metal perché condividiamo i palchi con band metal e i nostri riff hanno una componente metal, ma non è così netto.”
Siamo venuti a trovarvi anche per capire cosa bolle in pentola per il futuro a breve termine. Quali saranno i prossimi passi sul fronte delle uscite discografiche e della produzione di nuovo materiale?
“(Daniel Zattara) Stiamo per pubblicare un album. Si intitolerà ‘The Unbearable Light’. Raccoglierà tutti i singoli pubblicati dal 2021 a oggi. E condivideremo presto anche la copertina”.
“(Daniel Díaz Godoy) Abbiamo anche un EP in lavorazione, un paio di brani nuovi. È ancora nel forno, potrebbe uscire tra qualche mese”.
“(Artin Safarian) Ci è voluto davvero tanto tempo per pubblicare un album. Ma arriverà.”
Se doveste rivolgervi a un ascoltatore che non vi ha mai sentiti e che si imbatte per la prima volta nel vostro nome, quale ritenete sia l’elemento cruciale capace di catturarlo e spingerlo a premere play?
“(Artin Safarian) Perché ti evade. Ti assorbe. E poi ti sputa fuori facendoti sentire qualcosa di speciale”.
“(Daniel Zattara) Io direi di ascoltare ‘Fade in Light’, dall’inizio alla fine”.
“(Daniel Sanchez Luque) Non dimenticherò mai la prima volta che l’ho sentita. Ero su un treno. Conoscevo la band perché ero amico dell’ex batterista. Ho messo ‘Fade in Light’, 14 minuti. Sono rimasto immobile per tutto il brano. Ho pensato: è un capolavoro. E non facevo ancora parte della band. Ero solo un fan. Quel sound ti cattura immediatamente. Riassume quello che siamo: molte parti diverse e poi un finale lentissimo, che non è affatto metal.”
Guardando i vostri canali e il materiale promozionale si nota subito una grandissima attenzione per il versante visivo, le copertine e l’immaginario grafico. Che tipo di legame c’è tra la pittura, le immagini che create e le note che componete?
“(Daniel Díaz Godoy) È fondamentale. Prima nasce la parte strumentale, poi Dani scrive i testi e io realizzo l’artwork cercando di creare un dialogo. Anche i colori devono riflettere l’atmosfera. Stiamo costruendo una storia attraverso le immagini. Quando ascoltavo ‘Fade in Light’ guardavo l’artwork per tutto il tempo. C’è un uomo che legge, una fiamma, una finestra. Ti chiedi: cosa significa? È oscuro. Ma è bellissimo.”

In collaborazione con Alessio Brengetto

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