Sadist: The Complete History – dal Nadir allo Zenit del death metal tricolore
Il 23/09/2026, di Francesco Faniello.
In: Stay Brutal, The Library.
“Tutto qui mi parla di Kurtz”, diceva il capitano Willard nel kolossal immortale “Apocalypse, Now!” mentre si addentrava nei meandri del Nung come il suo antesignano letterario aveva fatto nelle anse del Congo, un secolo prima.
Ecco, mi trovo a parafrasare più Coppola che Conrad se dico che è un po’ di tempo che tutto mi parla dei Sadist. Non è solo per l’ormai datato articolo da me redatto su ‘Assetati di sangue’ – la carrellata enciclopedica sui serial killer a opera del singer Trevor – è proprio che con la fine dei Necrodeath e l’inizio della carriera solista di Peso sono in tanti a rievocare la genesi di quei Necrosadist, dal nome che evocava ancora il legame con il passato, poi trasformatisi nei Sadist a trazione Talamanca. Per non parlare dell’ampia sezione dediata alla band sul primo volume di ‘Abominium’ uscito per Crash Edizioni, nonché della poderosa monografia sulla band di Massimo Villa uscita per Tsunami, ‘La melodia del male’, di cui la presente pubblicazione si propone a integrazione, senza che velleità di “sostituzione” e “miglioramento” ne lambiscano le pagine, pur redatte con l’intento di fornire punti di vista differenti allargando la visuale ad altri attori in campo.
E poi, in un momento in cui il ripasso e la riscoperta dei suoni multiformi degli anni ’90 la fanno da padrona nel mio stereo, questa monografia curata da Sulphur Fanzine, redatta da Andrea Deflorian e dall’attivissimo Denis Bonetti, fa decisamente al caso mio. Intanto, è l’occasione di rimettere su ‘Above the Light’ e ‘Tribe’, con un orecchio più educato rispetto all’epoca in cui uscirono e che mi vedeva orientato su lidi musicali più “diretti”, per così dire. Tuttavia, la lettura di ‘Sadist: The Complete History’ non è solo una faccenda personale o di ricomposizione di qualche pezzo del puzzle giovanile perso per strada: parlare oggi di un fenomeno peculiare come quello dell’epopea della band ligure aiuta infatti a gettare una luce più chiara su un momento in cui il metal tricolore iniziava ad avere importanti riconoscimenti anche a livello internazionale, un attimo prima della definitiva esplosione nella seconda metà degli anni ’90.
Ovvio, c’erano stati importanti precedenti tra cui proprio i Necrodeath, ma la visione d’insieme di Tommy Talamanca (sia dal punto di vista compositivo che di gestione del gruppo) coadiuvata dall’esperienza di Marco “Peso” Pesenti, vero e proprio primo mobile della band, porta la compagine italiana un passo avanti anche rispetto a chi aveva raggiunto i mercati europei in precedenza. Non a caso, la difficile convivenza tra la dura realtà quotidiana per un progetto di extreme metal e l’esigenza di professionalizzarsi che passa attraverso scelte di management, di label e soprattutto di palchi oltre confine ha come effetto collaterale una serie di avvicendamenti in line-up, con gli storici Andy (autore del mitico logo), Kiko e Zanna che man mano lasciano spazio alla figura di Trevor e allo stabilizzarsi dei Sadist come un gruppo a trazione duplice, grazie anche al coinvolgimento del cantante e del chitarrista nella realtà della Nadir Promotion.
Tutto questo emerge in questo numero della Sulphur, con ovvia attenzione a quella che è chiaramente la parte più interessante della vicenda, gli albori della band e la nascita di un sound avveniristico per i tempi, che non manca inoltre di dispiegare un carattere di specificità “italiana” che alla lunga ha pagato, nel generoso giudizio della critica di allora e di oggi.
Attraverso uno stile asciutto e preciso si ha l’idea di una scena in fermento che dai terrazzamenti del mar Ligure porterà i Nostri a confrontarsi alla pari con le realtà più “calde” dell’epoca, scegliendo per il secondo disco ‘Tribe’ uno studio di registrazione adeguato alle proprie esigenze e individuato nella città natale del Bardo per eccellenza, Stratford-Upon-Avon in Inghilterra. Ampio spazio è dedicato al ruolo della Nosferatu, con inevitabili luci e ombre, nonché all’importanza rivestita dalla figura di Peso nei primi anni della band, fino al suo successivo distacco che porterà al fatale 1999 e all’uscità di ‘Mater Of All Evil’, il clamoroso comeback dei Necrodeath. Per non parlare della rilevanza data all’Italian Assault Part II – il tour con Detestor e Necromass – nonché della riproposizione di quell’intervista doppia uscita su Metal Shock e che dava voce alla spaccatura della formazione di ‘Tribe’, con Talamanca che avrebbe virato verso sonorità inevitabilmente più “fredde” e vicine all’incombente fenomeno industrial/modern metal, mentre i fuoriusciti delineavano una mai realizzata età dell’oro a suon di sonorità più calde che avrebbero dovuto caratterizzare il capitolo successivo della discografia della band e che non ascolteremo mai, a quanto pare.
Commetteremmo però un errore a limitarci agli scenari what if senza riconoscere e valorizzare la cifra stilistica dei Sadist, qui sezionata e spiegata alla luce dei vari passaggi di costruzione della formula sonora: un flavour che oggi definiremmo prog anche per via del marchio di fabbrica che vedeva l’avvicendamento tra chitarra e tastiere di Tommy, ma che già allora era concepito in modo da non suonare tronfio ed eccessivamente tributario ai modelli dei decenni precedenti. Certo, all’epoca il sound appariva ostico (non solo alle mie orecchie!) e gli stessi attori in campo hanno riconosciuto che il livello da loro raggiunto avrebbe potuto difficilmente superare la soglia relativa alle stette maglie del genere, ma quelle sperimentazioni hanno pagato, nel tempo, anche se le sonorità più “semplici” del metallo anni ’90 erano in agguato – emblematica è infatti la dichiarazione della Nosferatu sull’importanza rivestita all’epoca dai Flash Terrorist, davvero una compagine fearfactoriana che avrebbe potuto raccogliere di più, trovandosi con il proverbiale “genere giusto al momento giusto”.
Quando si parla di Sadist è impossibile prescindere dai barocchismi di ‘Enslaver of Lies’ e di ‘Hell in Myself’, nonché le incredibili visioni di ‘India’ e di ‘The Ninth Wave’, ad anticipare un amore per il grand guignol che oggi come oggi trova proseliti ovunque, nel nostro panorama musicale. Senza dimenticare ‘Sometimes They Come Back’, definita dallo stesso Tommy Talamanca un tributo ai suoi amati Annihilator di Jeff Waters, che qui costituisce un vero e proprio anello di collegamento con il fermento internazionale contemporaneo ai fatti narrati. Non dimentichiamo poi che alla fanzine è allegata ‘Blackest Screams’, la tape che riprende l’EP ‘Black Screams’ del 1991, il solo con Fabio Bocchiddi alla voce, prima che Andy Marchini divenisse il cantante/bassista in vista del debutto sulla lunga distanza.
In tutto ciò, l’idea ricorrente è quella di una compagine che dispiega e ha dispiegato un’eccezionale professionalità, riuscendo a smarcarsi dagli ingombranti modelli anni ’80 che tutti citano quando si parla di metallo estremo di casa nostra, come gli Schizo di Penzin e gli stessi Necrodeath di Peso – chissà se ne avevano continuato a suonare le cover, dopo che ‘Dead City’ e ‘At The Mountains of Madness’ avevano costituito l’ossatura dei primi provini a cui partecipò anche Fabio, il primissimo cantante.
Tornando alla pubblicazione, una delle idee di maggiore interesse è stata quella di coinvolgere tutte le parti in campo, come i già citati ex componenti e i responsabili di etichetta e management. Tra gli assenti illustri spicca proprio Marco “Peso” Pesenti, che legittimamente ha scelto di non essere coinvolto nella presente operazione – tanto che i suoi interventi sono tratti da pubblicazioni precedenti, tra cui una precedente monografia sui Necrodeath, ‘The Shining Book’. Quel che è certo è che nelle dichiarazioni dei vari Andy, Zanna e Kiko non emergono troppi rimpianti o eccessivi autoincensamenti, quanto piuttosto la consapevolezza di aver fatto parte di un momento eccezionale per l’extreme metal italiano e internazionale. Irripetibile, direbbe qualcuno. Ma no… finché c’è morte c’è speranza, potremmo dire – adattando il noto adagio al genere di riferimento, il death metal di cui i Sadist sono stati indiscutibili alfieri, al di qua delle Alpi (liguri e non).
DETTAGLI DELLA PUBBLICAZIONE:
Titolo: Sadist: The Complete History (Sulphur Monography)
Autori: Denis Bonetti, Andrea Deflorian
Anno: 2026
Editore: Syn Editions
Pagine: 40
Prezzo: Euro 10,00 (Euro 18,00 nella versione con cassetta allegata)
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