Shady Lane – il viaggio tra tecnica, melodia e introspezione

Il 29/07/2025, di .

Shady Lane – il viaggio tra tecnica, melodia e introspezione

Dalle radici negli Ivory alla nascita di una nuova identità musicale, gli Shady Lane si presentano con ‘here and Back’, un concept album ambizioso e denso di emozioni. In questa intervista raccontano la genesi del progetto, le influenze artistiche, la visione dietro ogni brano e i sogni per il futuro. Un dialogo che mette in luce l’anima prog metal della band e il desiderio di fondere tecnica e sentimento in un viaggio sonoro unico.

La band nasce sulle ceneri di un’altra band. Gli Ivory sono definitivamente sciolti?
“(Salvo) Ciao Andrea, grazie per lo spazio che ci dedichi e per l’interesse nei confronti degli Shady Lane. Per rispondere alla tua domanda: no, gli Ivory non si sono sciolti. Anzi, recentemente abbiamo pubblicato un brano inedito all’interno della compilation per il 30° anniversario dell’Underground Symphony Records, dove sono presenti anche gli Shady Lane. Dopo l’uscita di ‘Alien Nation’ abbiamo deciso di mettere momentaneamente in pausa gli Ivory, a causa dei tanti impegni personali e, soprattutto, per l’entusiasmo che ha accompagnato la nascita di questo nuovo progetto. Penso di poter parlare a nome di tutti dicendo che, ad oggi, gli Shady Lane sono la nostra band principale”.
Parliamo di questo nuovo progetto: come è nato?
“(Salvo) Tutto è partito da alcune idee che registravo nel mio home studio. Spesso sperimento sonorità diverse e in questo caso avevo in mente qualcosa che virasse verso il prog metal. Inizialmente volevo realizzare un album solista, per evitare le complessità legate alla gestione di una band. Ne parlai con Maurizio Chiarello della Underground Symphony, che mi suggerì il nome di Roby Quassolo (ex Dark Horizon) come possibile cantante. Luca e Antony erano già al mio fianco e, grazie all’entusiasmo generale, quel progetto solista si è trasformato in una band vera e propria. La soddisfazione più grande è arrivata subito dopo la release: in appena 48 ore l’album era già al quinto posto nella classifica metal di iTunes, accanto a nomi come Iron Maiden, Metallica e Dream Theater. Un inizio che ci ha riempito d’orgoglio. 
Tre membri degli Shady Lane provengono dagli Ivory. Questa band rappresenta una continuazione di quel percorso musicale?
“(Luca) In un certo senso sì, ma non del tutto. Salvo ed io siamo membri attivi anche negli Ivory, mentre Antony aveva collaborato con noi come ospite in ‘Alien Nation’. Proprio grazie alla qualità del suo contributo ci è sembrato naturale coinvolgerlo in questo nuovo progetto. Shady Lane nasce dal desiderio di esplorare sonorità più metal rispetto a quelle hard rock degli Ivory. Le tastiere hanno qui un ruolo differente, più atmosferico e strutturato, e la scrittura si ispira a band come Fates Warning, Queensrÿche, Evergrey, Dream Theater, Symphony X e DGM”.
Come è nato il nome “Shady Lane”?
“(Salvo) Trovare il nome giusto è stato quasi più complicato che scrivere l’album! Volevamo qualcosa che suonasse bene e che fosse adatto al nostro stile. “Shady Lane” ci ha subito convinto per il suo suono e per l’immaginario che evocava”.
“(Luca) Io e Salvo ci siamo scambiati tantissime proposte. Ricordo una sera in cui buttai lì ‘Ghost House Boulevard’… e da quel gioco di suggestioni su viali e vicoli, Salvo propose Shady Lane’. È stata una folgorazione. Ci siamo guardati e abbiamo capito che avevamo trovato il nome perfetto!”
Com’è nato il vostro album d’esordio? Era previsto un concept o è nato in modo naturale?
“(Luca) Fin da subito Salvo mi disse che gli sarebbe piaciuto esordire con un concept album. Aveva già un’idea di base, così mentre lui scriveva e registrava le parti musicali, io ho iniziato a sviluppare la trama e a lavorare sui testi. Successivamente Roby ha preso in mano i testi, li ha rielaborati dove serviva e ha creato le linee vocali. È stato un processo molto fluido, segnato da una collaborazione costante e intensa tra tutti noi. Il risultato, lo crediamo fermamente, rappresenta il nostro lavoro migliore.

Qual è il significato dietro il titolo dell’album ‘There and Back’?
“(Luca) Il titolo riassume il senso del concept, che troverà la sua conclusione nel secondo album. Racconta la storia di un uomo comune che affronta un viaggio, sia fisico che interiore, alla ricerca delle radici del suo disagio esistenziale. Attraverserà luoghi reali – Torino, Sicilia, Stati Uniti – e mondi interiori, in un percorso che intreccia elementi psicologici, thriller e avventura, alla scoperta di una verità nascosta. Il titolo rappresenta un’andata e ritorno, un ciclo che si compie, ma che porta inevitabilmente a un cambiamento profondo.”
C’è un brano che considerate il cuore dell’album? Perché?
“(Salvo) Per me è ‘Seasons’. Non è forse il brano più immediato, ma in quasi otto minuti riesce a racchiudere tutte le sfumature del nostro sound.”
“(Luca) Sono d’accordo. A livello affettivo sono molto legato anche a ‘The City’, il nostro primo singolo, che trovo una sintesi efficace della nostra proposta musicale. Ma non lo definirei il cuore dell’album: quel ruolo spetta probabilmente a ‘Seasons’, che rappresenta l’anima più profonda del disco.
Quanto tempo avete impiegato per completare il lavoro?
“(Salvo) Le musiche sono state scritte in tempi relativamente brevi, considerando che lavoravo da casa e nei ritagli di tempo. Poi, con Antony, abbiamo curato gli arrangiamenti, mentre Luca e Roby si occupavano di concept e testi. Tutti abbiamo dato il massimo e in meno di un anno ci siamo ritrovati con un album completo… e qualche idea già pronta per la seconda parte del concept!”
Quali artisti o album hanno influenzato maggiormente il vostro sound?
“(Salvo) I miei due gruppi del cuore sono Dream Theater e Van Halen, anche se si tratta di sonorità molto differenti. Per gli Shady Lane volevo una coerenza stilistica in ambito prog/power, quindi i riferimenti sono Fates Warning (periodo ‘Parallels’ e ‘Inside Out’), Elegy, Symphony X, Evergrey, Queensrÿche (‘Operation: Mindcrime’ ed ‘Empire’), Pagan’s Mind, Shadow Gallery, Vanden Plas, e ovviamente i Dream Theater. Anche alcune band italiane come Eldritch, Athena e DGM hanno avuto un peso importante.”
C’è un elemento distintivo che volete portare nel genere?
“(Luca) La nostra ambizione è quella di fondere potenza, pathos, tecnica ed eleganza. Vogliamo un sound in cui la tecnica sia al servizio della canzone, della sua emozione, e non fine a sé stessa. Un equilibrio tra struttura e sentimento, in un contesto musicale complesso ma accessibile.”
Come bilanciate tecnica ed emozione nei vostri brani?
“(Salvo) Alcuni ci hanno definito “complicati”, ma in realtà la scrittura è sempre orientata verso la melodia vocale. Roby è stato fenomenale nel trovare chorus incisivi per ogni brano. Certo, c’è spazio per sezioni strumentali più articolate, tempi dispari e lunghi intermezzi, ma resta tutto funzionale alla narrazione. È il bello del prog! ‘Hiding Our Fears’, ad esempio, ha un piglio quasi power metal. E anche se si dice spesso che le etichette non contano, oggi servono a far arrivare la tua musica al pubblico giusto. Ricordo l’aneddoto degli Extreme: dopo il successo di ‘More Than Words’, molti comprarono l’album pensando fosse pieno di ballad… e lo riportarono indietro una volta scoperto che non era così.”

Avete influenze extra-musicali, come cinema, letteratura o filosofia?
“(Luca) Assolutamente. Ho sempre avuto una forte passione per le discipline umanistiche, e spesso elementi di filosofia e sociologia influenzano i miei testi. Cerco sempre di inserire livelli di lettura multipli, per chi ama scavare oltre la superficie.”
Dove avete registrato l’album e com’è stato il processo in studio?
“(Salvo) Tutte le basi strumentali sono state registrate nel mio home studio. Roby ha inciso le voci al Tanzan Studio con Mario Percudani. Appena Antony ha completato gli arrangiamenti delle tastiere, abbiamo inviato tutto a Mat Stancioiu che, presso gli Elnor Studios, ha curato il reamping, il mix, il mastering… e ha realizzato anche logo, copertina e grafiche!”
C’è una parte strumentale o un passaggio tecnico di cui andate particolarmente fieri?
“(Salvo) Dopo l’uscita di ‘The City’, ho ricevuto un messaggio da Gilbert Pot, chitarrista degli Elegy, che mi ha fatto i complimenti per l’assolo. Quindi sì, ti direi proprio quello! È stata una bella conferma.”
Avete in programma un tour per promuovere l’album?
“(Roberto) In questo momento siamo focalizzati sulla promozione di ‘There And Back’ e sul completamento del secondo disco. Essendo un concept in due atti, ci piacerebbe aspettare la conclusione del progetto per portarlo dal vivo in forma completa. Ovviamente, se dovessero arrivare proposte stimolanti – come partecipare a festival o aprire per band importanti – non ci tireremmo certo indietro!”
Avete già idee per un secondo disco o vi concentrate ancora su questo debutto?
“(Roberto) Le idee non mancano! Alcuni brani sono già stati scritti e aspettano solo di essere arrangiati. Siamo in una fase molto creativa e motivata, e questo ci spinge a guardare avanti con entusiasmo.”
Dove vi vedete tra cinque anni come band?
“(Roberto) Difficile dirlo, ma se devo sognare, mi piacerebbe vedere gli Shady Lane riconosciuti come una realtà solida, apprezzata sia in Italia che all’estero. Abbiamo la passione e la dedizione per costruire qualcosa di duraturo.”

 

 

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