Hell Boulevard – oltre i confini del gothic metal

Il 12/06/2026, di .

Hell Boulevard – oltre i confini del gothic metal

Con ‘Made in Hell’, gli Hell Boulevard proseguono un percorso artistico sempre più personale e stratificato, affinando ulteriormente quel linguaggio in equilibrio tra dark rock, gothic metal, orchestrazioni sinfoniche ed elettronica. Un disco intenso, atmosferico e ambizioso, che mette in evidenza la capacità della band di costruire un’identità sonora riconoscibile senza irrigidirsi nei confini del genere.
Nel corso degli anni il progetto guidato da Matteo vDiva Fabbiani ha sviluppato una scrittura sempre più libera e cinematografica, capace di alternare impatto metal, melodie immediate e una forte attenzione alla dimensione emotiva e visiva della musica. ‘Made in Hell’ sembra rappresentare il punto più consapevole di questa evoluzione: un lavoro che amplia ulteriormente il sound degli Hell Boulevard mantenendo però intatta la loro natura decadente, oscura e profondamente melodica.
Ne abbiamo parlato direttamente con Matteo vDiva Fabbiani, approfondendo il processo compositivo della band, il rapporto tra componente orchestrale ed elettronica, l’equilibrio tra atmosfera e immediatezza e il modo in cui gli Hell Boulevard continuano a muoversi all’interno della scena goth contemporanea senza perdere la propria identità.
Ascoltando la vostra discografia, da ‘Inferno’ fino a ‘Made in Hell’, si percepisce un’evoluzione sonora coerente ma mai statica: è un percorso pianificato o qualcosa che prende forma disco dopo disco? Sembra che abbiate progressivamente ammorbidito l’impatto metal in favore di atmosfere più accessibili: è una scelta artistica o una necessità per sopravvivere nella scena?
“In realtà ho una percezione quasi opposta: soprattutto negli ultimi due dischi credo che l’elemento metal si sia rafforzato e appesantito parecchio rispetto ai lavori precedenti, che erano probabilmente più vicini al gothic rock, inteso nella sua accezione più ampia. Detto questo, non è mai stato un percorso pianificato a tavolino. Per me l’evoluzione arriva in modo molto naturale: andando avanti si cresce, si migliora, si scoprono nuove influenze e nuovi modi di vivere la musica. Ho sempre avuto la tendenza ad assorbire tutto quello che mi colpisce, nuovi suoni, nuove atmosfere, nuove sensazioni, e cercare di farlo entrare, in qualche forma, nella musica che scrivo. Quando qualcosa ti entra dentro, inevitabilmente diventa parte del tuo linguaggio. Con ‘Made in Hell’ credo si senta molto questa cosa: ci sono brani in cui il lato metal è stato sviluppato in maniera più marcata rispetto al passato. Allo stesso tempo sono cresciuti anche tutti gli altri elementi del nostro sound, la componente sinfonica, quella elettronica, l’aspetto atmosferico, e forse è proprio questo equilibrio a dare l’impressione di un cambiamento. Ma se guardo alla componente metal in senso stretto, oggi la sento più presente ed evidente che mai.”
Il vostro sound è spesso descritto come “goth’n’roll”, mescola gothic rock, hard rock ed elementi elettronici: quando componete, partite più da una visione atmosferica o da una struttura musicale precisa?
“Credo che la definizione “goth’n’roll” associata alla nostra musica sia rimasta un po’ indietro rispetto a quello che siamo oggi, anche se continuo a usarla volentieri perché mi piace lo spirito che porta con sé. Alla base degli Hell Boulevard c’è sempre stata l’idea di un’estetica profondamente goth, sia dal punto di vista musicale che visivo, indipendentemente dal fatto che poi il risultato finisca più verso il gothic metal, il gothic rock o altre contaminazioni. Allo stesso tempo c’è sempre stato anche un approccio molto rock’n’roll nel senso più viscerale del termine. Siamo cresciuti con certe band storiche e con un’attitudine molto diretta, molto viva, che credo emerga soprattutto dal vivo. Penso sia una delle cose che ci distingue maggiormente rispetto ad altre band della scena goth o metal: c’è sempre questa tensione tra atmosfera, estetica e istinto rock’n’roll. Per quanto riguarda la scrittura, in realtà il punto di partenza è quasi sempre musicale. Spesso parto da riff oppure da composizioni pensate inizialmente come arrangiamenti orchestrali: mi capita di scrivere interi brani, o parti di brani, come se stessi lavorando per un’orchestra e solo in un secondo momento aggiungere batteria, chitarre ed elettronica. Un esempio molto chiaro è ‘Pitch Black’, il primo singolo di ‘Made in Hell’: le parti principali sono nate in forma orchestrale e solo dopo sono state adattate e arrangiate con tutta la strumentazione della band. Quindi il processo è abbastanza classico, nel senso che nasce dalla composizione musicale vera e propria e poi prende forma attraverso il linguaggio degli Hell Boulevard.”
Avete collaborato e orbitato attorno alla scena di Lord of the Lost: quanto questa vicinanza vi ha aiutato e quanto, invece, rischia di diventare un’ombra difficile da scrollarsi di dosso?
“È una domanda interessante, e in realtà ha molto senso. Con i Lord of the Lost abbiamo collaborato in diversi modi nel corso degli anni: abbiamo fatto tour insieme, abbiamo utilizzato lo studio con cui lavorano per registrazioni e mix e Chris ha coprodotto alcuni dei nostri dischi passati, oltre ad avermi aiutato nella registrazione delle voci dell’ultimo album. La sua coproduzione è stata sicuramente utile e positiva, ma sempre in una misura abbastanza contenuta e circoscritta ad alcuni aspetti del lavoro. Parallelamente, da molti anni, con la mia compagnia di videoproduzione realizzo per loro video, fotografie, grafiche e merchandising. Quindi il rapporto esiste ed è reale. Detto questo, credo sia giusto dire che questa vicinanza sia stata sia un’opportunità sia, a volte, qualcosa di più complicato da gestire. Io faccio questo tipo di musica da quando avevo vent’anni, quindi da circa venticinque anni. Ho iniziato a scrivere in questa direzione molto prima degli Hell Boulevard, con influenze che arrivavano da band come Katatonia, Sentenced, The 69 Eyes e già allora con una forte presenza di elementi orchestrali. Per questo, dopo un po’, sentirsi dire che si sta cercando di suonare come qualcun altro può diventare frustrante. I Lord of the Lost sono amici e sono una grande band, ma il punto è semplicemente che facciamo parte dello stesso panorama musicale. Giochiamo allo stesso sport, ma in squadre diverse.”

Le melodie vocali sono sempre molto centrali nei vostri brani: come si sviluppa il dialogo tra voce e arrangiamento durante la scrittura?
“Le linee vocali nascono praticamente nello stesso momento in cui nasce la musica, non sono mai qualcosa che arriva alla fine. Molto spesso tutto parte da progressioni armoniche sulle quali inizio subito a cantare. All’inizio le melodie restano in una sorta di “finto inglese”, come fanno in tanti durante la fase di scrittura: una lingua fatta più di suoni, ritmo e intenzione che di parole vere e proprie. Quel linguaggio provvisorio rimane finché non arriva il momento di scrivere i testi. Per questo le melodie vocali sono sempre una parte molto importante della nostra musica: non vengono aggiunte dopo, ma fanno parte della composizione fin dall’inizio e crescono insieme a tutto il resto del brano.”
Le componenti elettroniche sono sempre presenti ma mai dominanti: come decidete il loro ruolo all’interno di un brano? I vostri brani hanno spesso una struttura molto fluida, lontana dagli schemi più rigidi del metal tradizionale: è una scelta consapevole per dare più respiro alle atmosfere?
“La scelta di come strutturare i brani segue lo stesso principio con cui affronto tutta la scrittura: è un processo molto organico. Non parto quasi mai con una formula già definita. L’unica vera intenzione è cercare di rimanere il più libero possibile e seguire un flusso che, almeno alle mie orecchie, sembri naturale. Anche l’elettronica funziona così. Non la considero un elemento con un ruolo prestabilito: entra quando sento che aggiunge qualcosa all’atmosfera o al movimento del pezzo. Ho sempre ascoltato molta musica elettronica, amo i Prodigy ma anche cose molto più minimali o ambient, però non direi che ci sia un’influenza diretta che cerco di replicare. Alla fine il criterio rimane sempre lo stesso: scegliere in modo istintivo, sia i suoni sia la struttura del brano.”
Negli Hell Boulevard sembra esserci una costante tensione tra estetica goth e apertura a sonorità più accessibili: è un equilibrio ricercato o qualcosa che emerge naturalmente?
“Probabilmente c’è del vero in questa osservazione: da una parte c’è sicuramente un’estetica goth molto presente, dall’altra ci sono spesso ritornelli molto diretti, molto melodici, che rimangono in testa. Però non è mai stato un equilibrio cercato a tavolino. Più semplicemente, sono due cose che mi piacciono molto e che quindi finiscono naturalmente dentro quello che scrivo e dentro l’identità della band. Mi sono sempre piaciuti i grandi ritornelli, quelli che ti restano addosso dopo il primo ascolto. Vengo da tanto rock degli anni Ottanta, ma anche da molta musica pop, senza mai aver vissuto queste cose come mondi separati. Allo stesso tempo, l’estetica goth fa parte del mio immaginario da sempre. Quindi non c’è mai stata una decisione del tipo “rendiamo il suono più accessibile” o “bilanciamo il lato oscuro con quello più immediato”. Credo che negli Hell Boulevard questa combinazione esista in maniera molto naturale fin dall’inizio: semplicemente è il punto in cui finiscono per incontrarsi tutte le cose che ci piacciono.”
Sei spesso considerato il principale punto creativo del progetto: quanto spazio c’è per la dimensione collettiva della band nella fase compositiva?
“Sì, devo dire che la direzione artistica della band è quasi completamente in mano mia. Da sempre scrivo, arrangio e produco praticamente tutta la musica degli Hell Boulevard e seguo anche gran parte di tutto quello che ruota attorno al progetto: grafiche, video musicali, fotografie, merchandising, artwork. Per me è sempre stato naturale vivere la band in questo modo, quasi come un’estensione di un’unica visione creativa che poi prende forme diverse. Mi piace avere una continuità forte tra suono, immagine e identità visiva, e il fatto di occuparmi direttamente di tutti questi aspetti aiuta a mantenere quella coerenza. Questo non significa che la dimensione collettiva non esista: una band rimane sempre fatta di persone, di energia condivisa e di quello che succede soprattutto quando si porta la musica sul palco. Ma per quanto riguarda la direzione artistica e creativa, la responsabilità è quasi tutta sulle mie spalle. Quindi se c’è qualcuno da incolpare per qualsiasi cosa riguardi gli Hell Boulevard… sono sicuramente io.”
La vostra musica è molto legata a un’estetica precisa, decadente, teatrale, glamour, quasi cinematografica: quanto l’immaginario visivo influenza le scelte sonore?
“Sono super appassionato di colonne sonore, probabilmente più che di cinema in sé. Ovviamente, anche per via del mio lavoro, l’aspetto visivo per me è molto importante e inevitabilmente influenza il modo in cui penso un progetto artistico. Detto questo, quando si parla degli Hell Boulevard credo che il fulcro resti sempre la musica. Non parto mai dall’immagine per costruire il suono: semmai succede il contrario, e tutto il resto nasce attorno alla musica. Però il fatto di essere così legato alle colonne sonore crea sicuramente un collegamento molto forte con un certo tipo di scrittura pensata per immagini, e credo che questa cosa emerga negli arrangiamenti e nella composizione dei nostri brani. Ci sono molti elementi orchestrali e una componente che qualcuno potrebbe definire cinematica, anche se non è mai un obiettivo dichiarato. Penso che tra le influenze che si sentono di più ci siano compositori come Danny Elfman, che per me è stato molto importante nella formazione musicale. Quel modo di lavorare sulle atmosfere, sui contrasti e sulla costruzione emotiva è qualcosa che, in modo naturale, è finito dentro il linguaggio degli Hell Boulevard.”
Suonate spesso tra Svizzera e Germania, in una scena goth molto definita: quanto questo contesto ha influenzato il vostro modo di comporre e arrangiare?
“In realtà, anche se vivo in Svizzera, suoniamo pochissimo in Svizzera. La scena live svizzera, almeno per quello che facciamo noi, è abbastanza particolare e il nostro percorso si è sviluppato soprattutto altrove. Sono molti anni che lavoriamo e suoniamo in Germania, la nostra etichetta è tedesca e anche professionalmente collaboro con tantissime band tedesche. Quindi sicuramente è un ambiente che conosco molto bene e con cui abbiamo un legame forte. Detto questo, non credo che abbia influenzato in modo diretto il nostro modo di scrivere o arrangiare. Forse, a livello inconscio, alcune scelte musicali possono essere state toccate dal fatto di ascoltare certe band o di vivere più vicino a un certo contesto culturale, ma non è mai stato qualcosa di cercato o costruito. Alla fine credo che il nostro sia un linguaggio che appartiene più a un genere musicale che a una scena geografica specifica. Quindi se qualche influenza c’è stata, è arrivata in modo assolutamente naturale e non intenzionale.”

Guardando avanti, pensi che il suono degli Hell Boulevard evolverà per sottrazione, diventando più essenziale, o continuerà ad arricchirsi di nuovi elementi e contaminazioni?
“Sono abbastanza sicuro che continueranno ad arrivare nuove influenze e nuove contaminazioni, semplicemente perché a livello musicale sono molto onnivoro. Mi piace continuare a scoprire cose nuove e, allo stesso tempo, sono molto legato alla musica del passato, dagli anni Sessanta e Settanta in avanti, ma ascolto anche tantissima musica contemporanea e in generi molto diversi. Ascolto metal, elettronica, musica minimalista, musica classica e tante altre cose, quindi credo sia inevitabile che tutto questo continui a entrare nella nostra musica. Detto questo, non significa necessariamente aggiungere sempre elementi. In alcuni casi succede il contrario e si lavora per sottrazione. Nell’ultimo disco, ‘Made in Hell’, ci sono brani come ‘Rebels’ o ‘Antisocial Club’ che hanno un’attitudine molto più punk o rock’n’roll, perché anche quella componente fa parte del nostro linguaggio. Negli ultimi anni ho deciso di sentirmi molto più libero nello scrivere la musica che sento davvero adatta agli Hell Boulevard e che ci piace suonare, senza preoccuparmi troppo dei confini dei generi o di quello che qualcuno possa considerare giusto o sbagliato all’interno di un disco come il nostro. Se sento che un brano deve andare in una direzione più pop, più metal, più punk o avere elementi completamente inattesi, non penso in termini di accettazione del pubblico. Cerco di seguire quello che il pezzo richiede. Credo che per un musicista quella libertà sia una cosa molto importante, e oggi probabilmente è una delle cose che mi interessa difendere di più.”
In ‘Made in Hell’ l’elettronica e le componenti sinfoniche sembrano avere un peso pari, se non superiore, alle chitarre: è stata una scelta consapevole per definire un suono più moderno e riconoscibile?
“In realtà non è stata una scelta consapevole, e probabilmente io la percepisco anche in modo un po’ diverso. Nella mia testa tutti gli elementi del nostro suono hanno più o meno lo stesso peso e il lavoro è sempre quello di cercare un equilibrio tra le varie componenti. Forse l’aspetto che risulta più riconoscibile, e probabilmente anche quello con cui mi diverto di più, è il lato sinfonico. Scrivere arrangiamenti orchestrali per me è davvero una grande passione e sicuramente è uno degli elementi che sento più vicini al mio modo di comporre. Però, paradossalmente, credo che soprattutto negli ultimi due dischi il ruolo delle chitarre sia diventato ancora più centrale rispetto al passato. Il suono, almeno dal mio punto di vista, è più pesante e più vicino a un certo tipo di metal rispetto a quanto facevamo prima. Quindi non c’è stata la volontà di spostare il peso verso l’elettronica o verso il lato orchestrale per rendere il suono più moderno o più riconoscibile. Credo piuttosto che ci sia stato uno sviluppo generale di tutti gli elementi che fanno parte del nostro linguaggio. Poi ovviamente questa è la mia percezione da persona che il disco l’ha scritto e suonato: chi ascolta può cogliere equilibri completamente diversi in base alla propria sensibilità e ai propri riferimenti musicali.”
Brani come ‘Pitch Black’ o ‘Btch Pls’ mostrano una forte apertura verso strutture e soluzioni meno tradizionali, quasi ibride: quanto vi interessa spingere il gothic metal fuori dai suoi confini più classici?
“La verità è che non mi interessa particolarmente uscire dai confini come scelta in sé. Non c’è mai il desiderio di dire: facciamo qualcosa solo per spostare il limite oppure dimostriamo di essere diversi da quello che fanno gli altri. La mia scelta di base è molto più semplice: sentirmi libero di lasciare che le canzoni vadano nella direzione che, in quel momento, mi sembra più adatta a esprimere quello che il brano vuole essere. Quindi non parto con l’idea di superare i confini del gothic metal o di creare qualcosa di ibrido per principio. Cerco semplicemente di scrivere, comporre e arrangiare le canzoni nel modo migliore che ritengo possibile per gli Hell Boulevard. Per me la musica è davvero la passione più grande e la cosa che mi diverte di più in assoluto è scrivere canzoni. Quindi tutto nasce da lì: dalla volontà di fare la musica che sento più sincera e più riuscita per noi, senza preoccuparmi troppo delle categorie o delle aspettative esterne. Se poi questo porta un brano verso qualcosa di più pop, più metal o meno convenzionale, va bene, ma è sempre una conseguenza del processo creativo, mai il punto di partenza.”
Il disco alterna momenti molto diversi tra loro, dalla malinconia di ‘Why Did It Get So Dark’ fino all’energia più diretta di ‘Antisocial Club’: questa varietà nasce da un’idea precisa di tracklist o è il riflesso naturale del vostro modo di scrivere?
“Credo che negli Hell Boulevard ci sia sempre stato un alternarsi tra un lato più malinconico e uno più diretto, più istintivo, quasi più divertente nel modo di vivere la musica. Con ‘Made in Hell’ questa cosa è diventata ancora più evidente perché, anche a livello di testi e di tematiche, è probabilmente il disco più sincero che abbiamo fatto finora. I brani riflettono davvero stati d’animo che ho attraversato, volente o nolente. Canzoni come ‘Pitch Black’ o ‘Why Did It Get So Dark’, per esempio, nascono da momenti e condizioni emotive che non erano esattamente piacevoli da vivere. E anche se musicalmente possono sembrare molto diverse tra loro, in realtà condividono una radice emotiva molto simile. Allo stesso tempo, però, credo che faccia parte del nostro modo di intendere un disco il fatto che ci sia un’alternanza di sensazioni. Ci piace l’idea che un album sia un piccolo viaggio per chi lo ascolta dall’inizio alla fine. Siamo ancora molto legati al concetto di album più che a quello di singolo: per noi è importante che l’ascolto completo ti faccia attraversare emozioni diverse, cambiare prospettiva da un brano all’altro e vivere un’esperienza che abbia un suo percorso, non solo una raccolta di canzoni.”

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