The Ocean – “Tutto può essere ridefinito da zero”: Robin Staps e il nuovo universo di ’Solaris’
Il 14/08/2026, di Maria Teresa Balzano.
L’essere umano ha sempre cercato di dare un nome a ciò che incontra. Abbiamo costruito linguaggi, teorie e sistemi di conoscenza per ordinare il mondo intorno a noi, eppure esistono forme di esistenza, intelligenze e percezioni che continuano a sfuggire alle nostre definizioni. È proprio da questo confronto con l’incomprensibile che nasce ’Solaris’, il nuovo album dei The Ocean: un dialogo con l’opera di Andrei Tarkovsky e con la sua riflessione sull’impossibilità di comprendere davvero ciò che è altro da noi.
Ma il nuovo capitolo della band berlinese non guarda soltanto verso l’infinito. È anche un album profondamente umano, nato da una fase di cambiamento radicale: una nuova formazione, nuove voci e la necessità di ridefinire un’identità costruita in oltre vent’anni di musica. Robin Staps racconta il processo creativo dietro un disco che attraversa il cosmo per tornare al punto di partenza: l’essere umano, con le sue domande, i suoi limiti e la sua continua ricerca di significato.
Nel corso della vostra carriera avete spesso raccontato l’umanità osservandola da prospettive immensamente più grandi di noi: la geologia, l’evoluzione e, oggi, il cosmo. Che cosa ti attrae di questo punto di vista e cosa pensi che riveli di noi come esseri umani?
Quando scrivo un disco, o i testi che lo accompagnano, ho sempre bisogno di un punto di partenza, di una struttura attraverso cui incanalare i miei pensieri e da cui poter sviluppare le idee. Nel tempo questi punti di riferimento sono cambiati, semplicemente perché cambiano anche i miei interessi.
Con ’Solaris’ siamo tornati a confrontarci con l’opera di Andrei Tarkovsky, un autore che esercita su di me una grandissima influenza da moltissimo tempo. In realtà non è la prima volta che guardiamo al suo universo: in passato ci siamo già ispirati a ’Stalker’, che aveva influenzato ’Pelagial’. Questo è quindi il secondo momento in cui ci confrontiamo direttamente con il suo immaginario.
Da anni desideravo realizzare un album ispirato a ’Solaris’. Amo il ritmo contemplativo di quel film, la sua dimensione visiva, il linguaggio cinematografico di Tarkovsky: possiede una bellezza che oggi è molto rara. Film di quel tipo semplicemente non vengono più realizzati.
È un’idea che ho custodito a lungo, aspettando il momento giusto per svilupparla. Inizialmente il titolo provvisorio del disco era proprio ’Solaris’. Poi abbiamo considerato molte alternative, ma alla fine siamo tornati esattamente al punto di partenza. Era il titolo più adatto. In un certo senso è stato un percorso circolare: siamo tornati dove tutto era iniziato.
Uno dei temi centrali di ’Solaris’, sia nel romanzo sia nel film, è che alcune forme di intelligenza non possono essere comprese fino in fondo perché continuiamo a giudicarle secondo parametri esclusivamente umani. In fondo, il vero fallimento non è tanto la comunicazione, quanto la convinzione che ogni forma di intelligenza debba ragionare come noi. Pensi che l’umanità sia ancora prigioniera di questa illusione? Oggi viene spontaneo pensare all’intelligenza artificiale: credi che stiamo ancora cercando di interpretare ogni forma di intelligenza attraverso categorie esclusivamente umane?
Probabilmente sì. È una domanda davvero interessante.
Credo che tendiamo inevitabilmente a proiettare i nostri concetti, il nostro linguaggio e il nostro modo di comprendere il mondo su tutto ciò che ci circonda. È uno dei limiti dell’intelligenza stessa, ma allo stesso tempo è anche l’unico metro di paragone che possediamo. Possiamo comprendere qualcosa solo attraverso i riferimenti più vicini alla nostra esperienza, mettendolo in relazione con ciò che già conosciamo.
L’intelligenza, oggi, è un tema particolarmente affascinante perché ci troviamo davanti a qualcosa che pretende di essere intelligente, o che forse si avvicina a esserlo: l’intelligenza artificiale. Per molti aspetti funziona sorprendentemente bene, direi nell’80% dei casi. Eppure, in altri ambiti, fallisce completamente.
Ci sono aspetti che per un essere umano sono naturali e immediati, ma che risultano estremamente difficili da riprodurre o da far comprendere a un sistema di IA. Penso, per esempio, al sarcasmo e a tutte quelle sfumature della comunicazione che per noi sono istintive.
Alla fine possiamo definire l’intelligenza solo partendo dalla nostra esperienza umana. È inevitabile, ma questo comporta anche il rischio di lasciare fuori tutto ciò che ancora non conosciamo o che non siamo in grado di concepire, proiettando la nostra idea di intelligenza su qualsiasi altra forma esistente.
In realtà lo facciamo già con gli animali. L’intelligenza non è un’esclusiva dell’essere umano: possiamo osservarla anche nel comportamento di molte altre specie, eppure continuiamo a interpretarla attraverso categorie che appartengono a noi.
Credo quindi che il percorso consista proprio nel riconoscere quando i nostri criteri diventano insufficienti. A un certo punto ci rendiamo conto che qualcosa sfugge alle definizioni che stiamo utilizzando. Essere disposti ad accettarlo e ad ampliare il nostro linguaggio e i nostri strumenti concettuali sulla base di nuove esperienze è, a mio avviso, una delle qualità fondamentali di un essere realmente intelligente.
Ascoltando ’Solaris’ si ha quasi l’impressione che tu abbia composto per delle voci, più che per semplici parti vocali. Nel disco convivono harsh vocals, passaggi puliti e voci femminili che sembrano rappresentare stati emotivi diversi, più che interpreti differenti. È un approccio che hai sviluppato consapevolmente o il tuo modo di scrivere per la voce è cambiato nel tempo?
Credo che con questo album il mio approccio sia cambiato profondamente, soprattutto grazie all’arrivo di Enrico Tiberi e Lane Shi. Lavorando con loro mi sono reso conto che io e Loïc avevamo sviluppato, nel corso di quasi quindici anni, un metodo di lavoro ormai molto consolidato. Avevamo delle abitudini precise su come costruire le linee vocali, scrivere i testi e lavorare in studio. Erano ottime abitudini, ma collaborare con persone nuove mi ha fatto capire che non erano l’unico modo possibile di affrontare quel processo.
Ed è proprio questo l’aspetto più stimolante quando inizi a lavorare con qualcuno che ancora non conosci davvero: costruire un linguaggio comune strada facendo. È esattamente quello che è successo con Enrico e Lane. Li ho conosciuti all’inizio dello scorso anno e, in un certo senso, ci siamo conosciuti attraverso ’Solaris’ e attraverso la costruzione delle sue parti vocali.
All’inizio era davvero una pagina bianca. Per molto tempo avevo persino pensato di pubblicare il disco come album esclusivamente strumentale, perché non riuscivo a immaginare un’altra voce capace di raccogliere l’eredità di Loïc nella storia della band.
Poi ho incontrato Enrico e Lane, praticamente nello stesso periodo, e quella prospettiva è cambiata completamente. Per la prima volta ho visto una nuova possibilità, e questo è stato estremamente entusiasmante. Durante il lavoro mi sono anche reso conto che tutto poteva essere ricostruito da zero. Dopo dieci anni con la stessa formazione finisci inevitabilmente per dare molte cose per scontate. Poi, all’improvviso, ti accorgi che nulla è davvero intoccabile e che ogni elemento può essere ridefinito. È stata una sensazione incredibilmente liberatoria. Per quanto riguarda le voci, ’Solaris’ è nato davvero da una pagina completamente bianca. Ho iniziato a lavorarci soltanto la scorsa estate, dopo l’Hellfest, che è stato l’ultimo concerto con la vecchia formazione. Ho alternato sessioni con Lane e sessioni con Enrico; molto raramente eravamo tutti e tre insieme in studio. Di solito erano incontri molto intimi, uno a uno. Ogni volta condividevamo ciò che avevamo registrato e il lavoro successivo nasceva da quei risultati. È stato un processo estremamente graduale e delicato, durante il quale abbiamo esplorato poco alla volta ciò che era possibile fare. Io stesso dovevo ancora conoscere le loro voci: capire la loro estensione, ciò che li faceva sentire a proprio agio e ciò che invece preferivano evitare. È stato un percorso durato mesi.
A un certo punto ci siamo accorti che tutto stava prendendo forma nel modo giusto: la dimensione vocale del disco cresceva in maniera naturale e tutti noi abbiamo iniziato a entusiasmarci davvero per quello che stava diventando. È stato un processo bellissimo.
L’ingresso di una voce femminile è ormai una componente sempre più importante dell’identità sonora dei The Ocean. Ti ha permesso di esprimere qualcosa che prima non era possibile?
Assolutamente sì. Più che una questione legata al fatto che sia una voce femminile, credo dipenda dal fatto che Lane sia un’interprete completamente diversa da Loïc, che per tanti anni è stato la voce della band.
Lane possiede una forza incredibile, non solo dal punto di vista vocale, ma anche umano e artistico. Nell’ultimo anno ho avuto modo di conoscere meglio i suoi progetti e il suo modo di vivere la musica, e tutto questo è stato estremamente stimolante.
La sua presenza ha aperto nuove possibilità espressive ai The Ocean, permettendoci di esplorare territori che probabilmente non avremmo mai affrontato prima. Era esattamente ciò che cercavo: qualcuno che rappresentasse qualcosa di nuovo, capace di portarci verso una direzione diversa.
Paradossalmente, la fine della formazione precedente è diventata anche un’opportunità. Ci ha dato la possibilità di smettere di ripetere formule già sperimentate in diversi album e di chiederci cos’altro questa band fosse ancora in grado di esprimere e di scoprire. Naturalmente la sfida era trovare un equilibrio: da una parte lasciare spazio a questa evoluzione, dall’altra preservare ciò che rende immediatamente riconoscibili i The Ocean, il loro suono e la loro identità. All’inizio ho pensato: “Cazzo, sarà davvero difficile”.
Poi, però, tutto ha iniziato a trovare il proprio posto in modo sorprendentemente naturale. Non c’è stato alcuno sforzo forzato: è semplicemente successo. Ci è voluto tempo, e concederci quel tempo è stata probabilmente la scelta migliore.
I The Ocean hanno attraversato numerosi cambi di formazione senza perdere una propria identità. Quando entra un nuovo musicista, senti di dover proteggere quell’identità oppure preferisci lasciarla evolvere, anche se questo significa abbandonare una parte del passato?
Direi entrambe le cose. Da una parte sento la responsabilità di custodire l’identità che abbiamo costruito nel corso degli anni insieme alle diverse persone che hanno fatto parte della band. Dall’altra, però, ho bisogno di confrontarmi con idee nuove, con persone nuove e con nuovi stimoli. Se tutto rimanesse immutabile finirei per annoiarmi io stesso. In questo senso siamo fortunati, perché per i The Ocean non è la prima volta che affrontiamo un cambiamento di questo tipo. Quando Loïc entrò nella band, nel 2009, ricordo che su Last.fm molte persone scrivevano che ormai “questa non è più metal”. Chi era affezionato agli anni di ’Fluxion’, ’Aeolian’ e ’Precambrian’ non accettava affatto l’introduzione delle parti vocali pulite.
Ci volle molto tempo prima che quelle critiche si spegnessero, e alla fine proprio quel modo di cantare divenne uno degli elementi più amati della band. In realtà è una dinamica che si è ripetuta più volte. Il nostro primo album, ’Fog Diver’, era completamente strumentale. Poi con ’Fluxion’ arrivarono le voci più estreme e molti ascoltatori rimasero spiazzati. Abbiamo spinto il nostro pubblico fuori dalla sua zona di comfort praticamente con ogni nuovo disco. Credo che ormai chi ci segue si aspetti proprio questo: che ogni album introduca qualcosa di diverso. È una libertà artistica enorme, probabilmente la condizione migliore in cui una band possa trovarsi. Per questo, quando abbiamo cambiato cantante, non ero particolarmente preoccupato. Certo, sostituire una voce è sempre uno dei passaggi più delicati che una band possa affrontare, perché il pubblico sviluppa inevitabilmente un legame molto forte con chi canta. La voce spesso diventa il volto del gruppo.
Molti ascoltatori finiscono quasi per ignorare tutto il resto della musica, quindi cambiare quel punto di riferimento significa mettere in gioco moltissimo.
Ero consapevole del rischio, ma non mi spaventava. Anzi, mi sembrava una sfida bellissima: riuscire a preservare l’identità profonda dei The Ocean e, allo stesso tempo, estenderla. Ho bisogno di sfide come questa per continuare a trovare stimoli nella musica e nell’arte.
Personalmente ero terrorizzata.
(ride) Sì? Non eri certo l’unica.
Poi però ho ascoltato il disco e mi sono ricreduta. Amo la voce di Enrico e il modo in cui si intreccia con quella di Lane: insieme funzionano davvero molto bene.
Fa davvero piacere sentirlo.
I The Ocean sono arrivati a un punto in cui spessore e potenza sonora sembrano non dipendere più soltanto dalla distorsione. A volte una linea vocale pulita o un passaggio quasi silenzioso hanno un impatto persino maggiore del riff più estremo. È cambiata, nel tempo, la tua idea di cosa significhi essere heavy come compositore?
Assolutamente sì. Se penso a come scrivevo nel 2006 o nel 2007, il cambiamento è enorme. Ma credo sia del tutto naturale: sono passati quasi vent’anni tra ’Precambrian’ e ’Solaris’. Nel frattempo sono cambiato io, sono cambiati i miei ascolti e il mio modo di vivere la musica. Ci sono ancora aspetti della mia personalità e della musica che ascoltavo allora nei quali mi riconosco, ma nel frattempo sono successe moltissime cose.
Quando scrivevo ’Aeolian’, il mio obiettivo era realizzare musica il più possibile pesante, complessa e imprevedibile. Era quello il principio che guidava tutto il processo compositivo.
Con il tempo, però, ho capito una cosa fondamentale: perché qualcosa venga percepito come davvero pesante, bisogna prima creare lo spazio necessario.
Serve il silenzio. Servono momenti più dilatati, dinamiche, costruzione e attesa. La sensazione di pesantezza nasce dal contrasto: dal rapporto tra i passaggi più quieti, la progressione emotiva e l’esplosione finale.
Se invece tutto è costantemente al massimo dell’intensità — che sia grindcore o death metal — dopo un po’ finisce per stancarmi. Negli ultimi dieci anni mi ha interessato molto di più lavorare proprio su questi contrasti e sull’effetto sorpresa: fare in modo che la parte più pesante arrivi quando magari non te l’aspetti e, proprio per questo, ti colpisca con ancora più forza. Detto questo, non considero la pesantezza un fine in sé. Non sento il bisogno di suonare nella band più estrema del mondo. Sono naturalmente attratto dalla musica pesante, ma ascolto anche moltissima musica che con il metal non ha nulla a che fare. Credo che nei The Ocean queste due anime convivano da molto tempo e abbiano la stessa importanza.
Torniamo per un momento al Pelagic Fest. Più che un semplice festival, dà l’impressione di essere un luogo in cui si ritrovano persone accomunate da una certa curiosità e da un modo particolare di vivere la musica. Costruire una comunità di questo tipo faceva parte della tua visione fin dall’inizio oppure è qualcosa che è nato spontaneamente?
È qualcosa che è cresciuto naturalmente nel corso degli anni. Oggi Pelagic ha pubblicato circa 350 dischi in quindici anni di attività. Quando raggiungi un catalogo di queste dimensioni, una comunità esiste già di per sé. Sarebbe stato presuntuoso parlare di “community” quando avevamo appena tre o quattro band, ma dopo tutto questo tempo e con una quantità così ampia di musica pubblicata è inevitabile che si sia creato un ecosistema composto da artisti e ascoltatori.
Il Pelagic Fest nasce proprio come punto d’incontro per quella comunità. Volevo che fosse uno spazio in cui le band, le persone che ne fanno parte e il pubblico potessero ritrovarsi. Per me gli ascoltatori sono importanti quanto i musicisti: senza di loro tutto questo non avrebbe senso.
L’idea iniziale era dare risalto soprattutto agli artisti dell’etichetta. Quest’anno, però, abbiamo deciso di aprirci più rispetto al passato anche a gruppi che non fanno parte del roster Pelagic, ma che sentiamo vicini per sensibilità artistica. Sono band che ci piacciono, che riteniamo interessanti per il nostro pubblico e delle quali potremmo persino immaginare di pubblicare un disco in futuro.
C’è anche una ragione pratica. Ogni anno il festival ospita circa venticinque gruppi e non vogliamo riproporre continuamente gli stessi nomi. Anche con un catalogo ampio come il nostro, trovare ogni anno venticinque band diverse, disponibili, in tour e magari con un nuovo album da presentare, è una sfida.
Aprire il festival ad artisti esterni è stato quindi un passo naturale.
In fondo ascoltiamo molta musica che va oltre il catalogo Pelagic: là fuori ci sono tantissime band straordinarie. Oggi il Pelagic Fest è diventato il punto d’incontro di questa bellissima comunità che si è formata negli anni, e sono davvero felice che abbia trovato una casa stabile a Maastricht, in una venue così speciale.
Non sono mai stata lì. L’anno scorso ho mandato un fotografo e un amico, e mi hanno detto che era una venue splendida. Sembra davvero un posto speciale, quindi non vedo l’ora di esserci.
È fantastico. È un luogo davvero eccezionale: ha un suono e un’illuminazione incredibili, ma soprattutto è uno spazio molto accogliente, dove le persone possono incontrarsi, socializzare e creare connessioni.
Ed è esattamente ciò che volevamo che fosse il festival.
Questa è l’ultima domanda, poi ti lascio andare. Il tuo lavoro affronta spesso temi enormi e universali, come dicevamo prima, eppure la nostra vita quotidiana è spesso definita da piccoli momenti. C’è mai stata una conversazione apparentemente ordinaria o un’esperienza semplice che ha cambiato silenziosamente il tuo modo di vedere il mondo?
Assolutamente sì. In realtà conduco una vita molto normale: ho un cane e una compagna, che tra l’altro è qui dietro. I piccoli momenti sono fondamentali nella vita e hanno un’influenza enorme anche sul modo in cui li trasformiamo in arte e musica. Molto di ciò che creo nasce proprio dall’esperienza quotidiana.
L’ispirazione non deve necessariamente arrivare da un altro artista, dalla musica o da qualcosa di apparentemente straordinario. Può essere un suono che senti nel traffico, un dettaglio qualsiasi, oppure l’essenza di una conversazione avuta mentre stai preparando la cena.
Molto spesso sono proprio le cose più comuni a entrare in quella sorta di “scatola nera” che poi diventa la fonte del processo creativo. È da lì che nasce molto di ciò che trasformiamo in musica.
Grazie davvero per il tuo tempo, Robin. Ci vediamo a Maastricht alla fine di agosto, allora. Ti lascio andare.
Robin Staps: Perfetto. Ti auguro una buona giornata e ci vediamo molto presto.