The Ocean – Solaris
Il 24/09/2026, di Maria Teresa Balzano.
Gruppo: The Ocean
Titolo Album: Solaris
Genere: Post Metal
Durata: 72 min.
Etichetta: Pelagic Record
Distributore: Pelagic Record
“Prepare for departure.”
Le ultime parole di ‘Subatlantic’, il brano conclusivo di ‘Holocene’ (2023), sembravano chiudere un capitolo. In realtà contenevano già la traiettoria del viaggio successivo.
Dopo aver attraversato milioni di anni di storia terrestre, raccontando l’evoluzione del pianeta dalle ere primordiali fino all’Antropocene, i The Ocean Collective lasciavano l’umanità davanti a uno scenario apocalittico: una Terra consumata, trasformata dalla stessa specie che avrebbe dovuto custodirla. Restava una possibilità estrema: partire, cercare nuovi mondi, affidare alle stelle l’idea di una seconda possibilità.
Con ‘Solaris’, dodicesimo album in studio e una delle opere più ambiziose della loro carriera, quel viaggio prende finalmente forma.
Eppure, come spesso accade nell’universo dei The Ocean, l’esplorazione esterna conduce inevitabilmente altrove.
Verso l’interno.
Perché il cosmo è forse lo specchio più grande in cui l’essere umano possa osservare sé stesso.
È una direzione che appare ancora più evidente ascoltando Robin Staps raccontare la genesi del disco. ‘Solaris’ nasce da una pagina bianca, da una condizione in cui tutto ciò che esisteva prima sembra improvvisamente sospeso. Una situazione che riguarda la musica, certo, ma anche la storia stessa della band.
Tra il 2022 e il 2025, la formazione che aveva costruito tre passaggi fondamentali come ‘Phanerozoic I’, ‘Phanerozoic II’ e ‘Holocene’ si è progressivamente dissolta. Anni di tournée incessanti, oltre cento concerti all’anno nel periodo successivo alla pandemia, cambiamenti personali e membri trasferitisi in altri Paesi hanno portato il collettivo davanti a una domanda inevitabile: cosa rimane quando una band perde la forma che l’ha definita per anni?
Dopo l’ultimo concerto della formazione storica all’Hellfest 2025, Robin Staps – fondatore, chitarrista, autore dei testi e principale mente creativa del progetto – avrebbe potuto scegliere la pausa. Invece, proprio mentre una vecchia era dei The Ocean arrivava alla sua conclusione, una nuova cominciava a prendere forma.
“Pagina bianca” è una definizione che assume così un significato quasi fisico.
All’inizio, Staps aveva persino immaginato ‘Solaris’ come un album prevalentemente strumentale. Dopo l’uscita di Loïc Rossetti, figura fondamentale nella storia recente della band, l’idea di affidare nuovamente a una voce il ruolo che aveva avuto per anni sembrava una possibilità tutt’altro che scontata.
Poi arrivano Enrico Tiberi e Lane Shi.
E quella pagina bianca comincia a riempirsi di possibilità che prima nemmeno esistevano.
Jordi Farré, già batterista dei Crippled Black Phoenix, raccoglie l’eredità lasciata da Paul Seidel. Emmanuel Jessua degli Hypno5e e Marco Gennaro entrano alle chitarre. Tiberi, musicista polistrumentista, e Lane Shi diventano invece il nuovo cuore vocale del progetto.
La loro presenza cambia la traiettoria del disco proprio perché evita la strada più semplice: riprodurre ciò che c’era prima.
Robin racconta di aver lavorato con entrambi in sessioni intime, lasciando che le loro possibilità vocali emergessero gradualmente, senza imporre una forma già definita. È un processo che sembra riflettere perfettamente il senso di ‘Solaris’: partire dall’ignoto e scoprire la forma mentre ci si avvicina.
Le due voci diventano così due prospettive emotive differenti. Le voci più estreme, le aperture pulite e i momenti più intimi convivono come stati diversi della stessa coscienza, mentre Lane Shi – già voce degli Elizabeth Colour Wheel e attiva nel progetto solista Otay:Onii – introduce una dimensione sperimentale e imprevedibile, capace di spostare ulteriormente i confini del linguaggio della band.
La sostituzione di una figura centrale porta sempre con sé un rischio. Qui, però, il rischio diventa parte del processo creativo.
La nuova formazione non nasce per ricostruire il passato con musicisti diversi. Nasce per capire cosa può diventare un collettivo quando il passato ha già esaurito la propria forma.
E forse è proprio qui che la parola “collective” torna ad assumere il suo significato più autentico.
Da oltre vent’anni i The Ocean costruiscono la propria identità sull’evoluzione, sull’incontro tra personalità differenti, sulla possibilità di trasformarsi conservando un centro riconoscibile. ‘Solaris’ porta questa filosofia alle sue conseguenze più radicali: cambiare tutto per ritrovare l’essenza.
Anche il titolo conduce verso una forma di alterità.
Ispirato al capolavoro cinematografico di Andrei Tarkovsky e al romanzo di Stanisław Lem, ‘Solaris’ prende il concetto dell’oceano alieno intelligente – una presenza capace di materializzare ricordi, paure e desideri degli astronauti – e lo trasforma in una riflessione sul rapporto tra conoscenza e percezione.
Nel mondo immaginato da Lem e Tarkovsky, il problema risiede nella possibilità stessa di comunicare con qualcosa che appartiene a una forma di esistenza radicalmente diversa dalla nostra. Davanti a un’intelligenza aliena, l’essere umano cerca inevitabilmente di tradurre ciò che incontra attraverso il proprio linguaggio.
E qui il pensiero di Robin si sposta sorprendentemente verso il presente.
Proiettiamo concetti, terminologie e criteri umani su ogni forma di intelligenza che incontriamo. Lo facciamo con gli animali. Lo facciamo con le macchine. Lo facciamo oggi con l’intelligenza artificiale.
Persino quando una tecnologia sembra comprendere perfettamente ciò che le chiediamo, tendiamo a misurarla attraverso categorie costruite sulla nostra esperienza. Robin osserva come l’AI possa funzionare con una precisione impressionante e, allo stesso tempo, inciampare in qualcosa che per un essere umano appare elementare, come il sarcasmo. È proprio quella distanza a rivelare il problema: continuiamo a cercare nell’altro la nostra stessa forma di intelligenza.
‘Solaris’ invita allora a spostare la domanda.
Invece di chiederci quanto una forma di vita, una macchina o un’intelligenza sconosciuta assomigli a noi, potremmo chiederci quali strumenti ci mancano per comprenderla.
È una differenza sottile, ma enorme.
Perché riconoscere i limiti dei nostri criteri significa accettare che l’intelligenza possa avere forme che il nostro linguaggio ancora fatica a descrivere.
Il cosmo diventa così una superficie sulla quale proiettare una delle nostre contraddizioni più antiche: desideriamo incontrare l’ignoto, ma spesso riusciamo a farlo soltanto dopo averlo trasformato in qualcosa di familiare.
Ed è qui che il viaggio dei The Ocean incontra anche la storia delle grandi esplorazioni terrestri.
Navigatori ed esploratori che hanno spinto lo sguardo oltre i confini conosciuti incarnano una doppia natura umana. Da una parte la curiosità, il desiderio di scoprire, la necessità quasi fisica di spostare il limite della mappa. Dall’altra la tentazione di trasformare la conoscenza in possesso, la scoperta in conquista, l’esplorazione in dominio.
Dove termina la meraviglia della scoperta e dove comincia il desiderio di possedere ciò che abbiamo trovato?
‘Solaris’ vive anche in questa domanda.
Musicalmente, il disco apre una nuova fase nella traiettoria dei The Ocean. L’identità della band rimane riconoscibile – costruzioni progressive, aperture atmosferiche, improvvise esplosioni sonore – ma viene proiettata verso una dimensione ancora più cinematografica, organica e stratificata.
L’intervento di Thorsten Quaeschning dei Tangerine Dream ai sintetizzatori amplia lo spazio sonoro del disco, mentre le collaborazioni con il compositore greco Orestis Zafiriou e con il trombonista Simen Eifring degli Spurv aggiungono ulteriori livelli di profondità.
Il risultato sembra appartenere a un ecosistema nel quale ogni elemento ha una funzione precisa, anche quando proviene da territori musicali lontani.
L’apertura, ‘52°30’11” N, 13°26’12” E’, indica le coordinate dello studio berlinese della band: il punto esatto da cui questa nuova spedizione prende il via.
Un luogo reale diventa così un porto simbolico.
Il viaggio verso l’ignoto comincia da un indirizzo preciso.
E da Berlino conduce agli Hansa Studios, uno degli spazi più carichi di memoria della musica contemporanea, dove presero forma opere come ‘Low’ e ‘Heroes’ di David Bowie. ‘Solaris’ si ritrova così immerso in una geografia sonora sospesa tra passato e futuro, tra ciò che è già stato e ciò che ancora deve accadere.
La grande evoluzione del disco risiede forse anche nel modo in cui i The Ocean reinterpretano il significato stesso dell’heavy portandolo verso un orizzonte più contaminato, meno classificabile, più emozionante.
Nel corso degli anni Robin Staps ha progressivamente superato una concezione basata sull’impatto continuo e sulla complessità come fine. Oggi la forza nasce soprattutto dal contrasto.
Il silenzio prepara il rumore.
La fragilità rende più devastante l’esplosione.
L’attesa amplifica il momento in cui il suono raggiunge la propria intensità.
È un’idea che attraversa anche la sua evoluzione personale come musicista. Se in passato la ricerca di un sound heavy poteva coincidere con una maggiore densità, oggi lo stesso può arrivare proprio dalla sottrazione.
In ‘Solaris’ l’estremo coincide così anche con la capacità di creare spazio.
Le sezioni dilatate, le aperture melodiche, le sospensioni e le zone di quiete diventano parte integrante della potenza del disco. Il peso arriva perché intorno al peso esiste aria.
È una prospettiva profondamente legata alla natura dei The Ocean: una band costruita sulla convivenza degli opposti, tra scienza e immaginazione, brutalità e contemplazione, materia e spazio.
E forse anche tra perdita e possibilità.
Perché la nuova formazione dei The Ocean nasce proprio da una perdita. La band arriva a ‘Solaris’ dopo aver attraversato una frattura reale, eppure il disco evita di trattarla come una ferita da nascondere. La trasforma in materia creativa.
È questo che rende la “pagina bianca” così importante: può rappresentare il vuoto, ma può anche essere il luogo in cui tutto torna possibile.
‘Solaris’ sceglie la seconda strada.
L’album attraversa il cosmo per tornare infine sulla Terra. ‘Ultima Esperanza’, prende il nome dalla provincia cilena della Patagonia e richiama la geografia delle grandi esplorazioni terrestri. Il viaggio si chiude così nello stesso luogo da cui era partito: la Terra.
Anche musicalmente il cerchio si ricompone, con la traccia conclusiva che richiama l’atmosfera dell’apertura.
Ma il punto di arrivo non coincide con il punto di partenza.
È un ritorno attraversato da tutto ciò che è accaduto nel frattempo.
Ed è forse qui che ‘Solaris’ trova il proprio significato più profondo.
L’album racconta un’umanità che cerca una nuova casa tra le stelle, ma racconta contemporaneamente una band che, dopo aver perso il proprio equilibrio, sceglie di costruirne uno nuovo.
La fine diventa materia prima.
Il vuoto diventa spazio.
La perdita diventa possibilità.
I The Ocean dimostrano ancora una volta di essere una band incapace di vivere nella ripetizione. La loro storia procede per stratificazioni, fratture e trasformazioni. Ogni volta che una forma sembra essere arrivata alla propria conclusione, sotto la superficie qualcosa ricomincia a muoversi.
Forse il vero viaggio dei The Ocean non è mai stato verso le profondità dell’oceano, attraverso le ere geologiche o dentro lo spazio infinito. È sempre stato verso quel punto in cui ciò che sembra distante torna improvvisamente vicino. Una voce nuova. Un ricordo. Una possibilità. Persino un semplice rumore raccolto nella quotidianità.
Perché ogni volta che guardiamo l’universo, finiamo inevitabilmente per incontrare noi stessi e forse l’ignoto serve proprio a questo: portarci abbastanza lontano da poterci vedere finalmente da fuori.
Tracklist
- 52°30’11” N, 13°26’12“ E
- Departure Song
- Light Pollution
- Simulacra
- Belligerence
- Ultima Esperanza
- Milk Of My Dreams
- 51°28’30″S, 73°6’11″W
Lineup
Robin Staps – guitar, vocals
Mattias Hägerstrand – bass
Enrico Tiberi – vocals, keys
Lane Shi – vocals
Emmanuel Jessua – guitar
Marco Gennaro – guitar
JordiFarré – drums, percussion
In addition, the following musicians performed on this record:
Thorsten Quaeschning – keys
Orestis Zafiriou – keys
Simen Eifring – trombone
Jiawei Zhang – vibraphone