Shores Of Null – La memoria di un luogo mai perduto
Il 02/10/2026, di Filippo Corso.
Gli Shores of Null rappresentano ormai una delle espressioni più interessanti e autorevoli del metal italiano, una formazione che negli anni ha saputo costruire un percorso in costante crescita, arrivando a definire un’identità forte e praticamente unica. A tre anni di distanza da ‘The Loss of Beauty’, la band torna con ‘Homesick’, un album ispirato, intenso e curato in ogni dettaglio, che non soltanto conferma quanto di eccellente realizzato in passato, ma sembra spingere ulteriormente in avanti i confini della loro proposta. Un lavoro capace di conquistare ascolto dopo ascolto e che, a mio parere, si colloca fin da subito tra i momenti più alti della loro discografia. Ne abbiamo parlato con Emiliano Cantiano (batteria) e Raffaele Colace (chitarra), cercando di entrare più a fondo nel mondo degli Shores of Null e in questo nuovo, importante capitolo del loro percorso.
Sono trascorsi tre anni da ‘The Loss of Beauty’. Ripercorrendo questo periodo, quali sono stati i passaggi fondamentali che hanno accompagnato la nascita di ‘Homesick’? Quanto hanno inciso la vostra evoluzione artistica e le esperienze personali nel plasmare il disco che ascoltiamo oggi?
“(Emiliano) Sicuramente il tour con Swallow The Sun e Draconian, le esperienze maturate durante i grandi festival come Rock Imperium e Hellfest, per citarne un paio, hanno contribuito molto sia emotivamente che professionalmente.
Vedere da vicino tanti artisti dei quali ammiriamo il percorso artistico, poter passare tanto tempo con loro confrontandoci sia umanamente che artisticamente, ci ha influenzato a livello inconscio dandoci ispirazione per questo nuovo album.
Se dovessi parlare per me, posso dire che in ‘Homesick’ percepisco una ulteriore maturità del nostro sound aiutata anche dal fatto che la nostra line-up non è mai cambiata e questo conta moltissimo perché la musica si evolve di pari passo con le persone che la vivono quotidianamente.”
Il titolo ‘Homesick’ richiama immediatamente il concetto di casa, ma nel disco questo termine assume un significato molto più ampio. Quando avete capito che questo sarebbe diventato il fulcro dell’album e come si è sviluppato il concept durante la scrittura?
“(Raffaele) È successo tutto in modo naturale. ‘Homesick’ è stato, per puro caso, il primo brano scritto per il disco, e quando Davide gli ha dato quel titolo ci siamo accorti che tutto il resto ci ruotava intorno. Dal mio punto di vista di compositore posso dirti che le fondamenta dell’album sono nate in circa un mese di scrittura molto intensa, in un periodo per me complicato, segnato da un trasloco da una città all’altra. Quella sensazione di lasciarti alle spalle qualcosa di familiare senza sapere se lo ritroverai è entrata dritta nella musica, prima ancora che nei testi. Poi Davide, scrivendo, ha allargato il concetto: casa può essere una persona, un ricordo, una ferita, una versione passata di noi stessi. Non è un concept album in senso stretto, non c’è una storia unica dall’inizio alla fine: i collegamenti tra i brani sono emersi da soli. Più che del desiderio di tornare a casa, il disco parla del tentativo di fare pace con ciò che chiamiamo casa, in tutte le sue forme.”
Se doveste racchiudere ‘Homesick’ in un’unica emozione, quale sarebbe e perché? Quanto c’è di personale in questo racconto e quanto, invece, avete cercato di dare voce a un sentimento universale nel quale chiunque possa riconoscersi?
“(Raffaele) La mancanza. In inglese “longing” rende ancora meglio: il desiderio di qualcosa che non c’è più, o che forse non c’è mai stato davvero. È l’emozione che tiene insieme tutto il disco, anche nei brani più aggressivi. Di personale c’è parecchio: alcuni testi partono da esperienze vissute in prima persona, come ‘Allies Before Defeat’, scritto da Matteo, o ‘Two Mountains’, legato all’Abruzzo di Davide e alla leggenda di Maja; altri nascono da storie ed esperienze assorbite da persone a noi vicine. Il sentimento universale però non l’abbiamo cercato a tavolino: abbiamo scritto quello che sentivamo, e la casa è una di quelle cose che non hanno bisogno di spiegazioni. Chiunque sa cosa significa sentirne la mancanza, o averne paura. Forse è per questo che il tema funziona: è personale e universale allo stesso tempo.”
La copertina di ‘Homesick’ è estremamente evocativa e sembra raccontare una storia ancora prima dell’ascolto del disco. La figura sospesa che attraversa una cornice, insieme ai frammenti di specchio infranto ai suoi piedi, suggerisce un forte senso di passaggio, memoria e ricerca di sé. Quanto è stata importante la scelta di questa immagine e quale significato racchiude rispetto ai temi dell’album?
“(Raffaele) Moltissimo, e hai colto perfettamente il punto. Alcune copertine illustrano un album, altre sembrano averlo aspettato: con la foto di Brooke Shaden è andata così. Si intitola “Reflection: Departed” e fa parte della sua serie “Begin Again”; quando l’abbiamo vista il disco era già scritto, eppure sembrava nata per lui. La figura che scala la cornice vuota, con i frammenti di vetro ai suoi piedi, porta con sé la stessa domanda che attraversa i brani: si sta liberando dalla sua gabbia o ci sta rimanendo intrappolata ancora di più? La cornice per l’artista rappresenta il modo in cui inquadriamo le nostre vite e i luoghi in cui cerchiamo appartenenza. E quella figura è sospesa tra partenza e ritorno, esattamente come le nostre canzoni. L’immagine non ti dice come va a finire, e nemmeno il disco lo fa: la domanda della title track, “Will I return?”, resta volutamente senza risposta.”
Nel comunicato affermate che ‘Homesick’ porta qualcosa di nuovo agli Shores of Null senza snaturarne il suono. Cosa intendete esattamente? Quali sono gli elementi che, secondo voi, rappresentano al meglio questa evoluzione?
“(Raffaele) Intendiamo che chi ha amato ‘The Loss Of Beauty’ non resterà deluso, ma troverà anche cose che non avevamo mai fatto. Non abbiamo cambiato direzione, abbiamo messo a fuoco. Sul piano concreto è il disco su cui abbiamo lavorato in modo più meticoloso: finché non consideriamo un brano giusto al cento per cento continuiamo a tornarci sopra, fino alle singole note se serve, e in pre-produzione con Marco “Cinghio” Mastrobuono intere sezioni e arrangiamenti sono stati stravolti ogni volta che le canzoni lo chiedevano. Gli elementi che raccontano meglio l’evoluzione? Arrangiamenti di batteria molto più articolati, chitarre pulite che spuntano quasi ovunque, tanto palm-muting, e soprattutto il lavoro sulle melodie vocali: per la prima volta io, Davide e Gabriele ci siamo chiusi in studio insieme finché non tiravamo fuori le linee che convincevano tutti e tre.”
Ascoltando ‘Homesick’ ho avuto l’impressione che, pur mantenendo intatta l’identità degli Shores of Null, il disco presenti una sensibilità melodica e atmosferica ancora più marcata rispetto a ‘The Loss of Beauty’. Vi ritrovate in questa lettura? Se sì, è una direzione che avete cercato deliberatamente durante la scrittura del disco oppure è semplicemente il riflesso della vostra maturazione artistica?
“(Emiliano) Mi trovi pienamente d’accordo! La nostra vena melodica è decisamente più marcata in ‘Homesick’ ma non è stata una cosa voluta, tutto è nato in maniera molto spontanea già nelle fasi di pre-produzione. Successivamente ha solo preso una forma più consistente.”
Gli Shores of Null hanno sempre saputo fondere influenze death metal, doom e gothic metal in maniera molto personale. Ascoltando la vostra discografia ho spesso avuto l’impressione che la vostra identità artistica conti molto più dell’appartenenza a un genere preciso. Vi ritrovate in questa lettura oppure pensate che le etichette abbiano ancora un valore?
“(Emiliano) Personalmente non ho mai identificato una band in base alla sua etichetta, da sempre preferisco basarmi sulle emozioni che mi da la musica e in questo credo che gli Shores abbiano trovato un’identità ben precisa. Ogni nostro album è stato ispirato da tutta una serie di emozioni e esperienze maturate nel corso degli anni, sai, molta gente non prende mai in considerazione quanto gli eventi della vita possano giocare un ruolo fondamentale nel songwriting a livello inconscio. In quasi 14 anni di vita abbiamo girato l’Europa 8 volte e ogni volta
abbiamo incontrato tantissime persone nuove, visitato posti incredibili, vissuto tante situazioni diverse e tutto questo, ha contribuito nel tempo a rafforzare la nostra anima musicale. In conclusione posso dire che la nostra anima è un bel concentrato di ispirazione donataci dalle nostre band di riferimento e da un lungo spaccato di vita vissuto insieme.”
Durante l’ascolto si ha la sensazione che ogni brano trovi il proprio significato anche in relazione a quelli che lo precedono e lo seguono. In fase di scrittura avete lavorato fin dall’inizio con una visione complessiva del disco oppure ogni canzone è nata autonomamente, trovando solo in seguito il proprio posto all’interno di ‘Homesick’?
“(Emiliano) Ogni canzone è nata in maniera autonoma, l’ordine della tracklist si è poi sviluppato in base al tipo di esperienza che vogliamo far vivere a coloro che ascolteranno l’album.”
Viviamo in un’epoca in cui la musica viene spesso consumata rapidamente, tra playlist e singoli, mentre ‘Homesick’ dà l’impressione di essere stato concepito come un’esperienza da vivere dall’inizio alla fine. Quanto è importante, oggi, continuare a credere nel formato album come opera completa e non come una semplice raccolta di canzoni?
“(Emiliano) Per noi che siamo cresciuti a cavallo tra il periodo analogico e l’ascesa del digitale la risposta sta nel mezzo. Crediamo fermamente nella “fase riflessiva” di ascolto di un album per poterne comprendere a pieno tutte le sfumature, ma sappiamo bene che di questi tempi non tutti riescono a concepire l’ascolto della musica in questo modo. Per farti un esempio molto personale, io faccio molta fatica a utilizzare le playlist di Spotify perché se posso, preferisco ascoltare un album per intero. Forse sono fatto così perché lo identifico appunto come un’opera che racconta una storia fatta di emozioni da vivere dalla prima fino all’ultima nota.”
Vi ho conosciuto attraverso ‘Beyond the Shores (On Death and Dying)’, un lavoro che continuo ad ascoltare ancora oggi. Fin da quel disco ho avuto la sensazione che la vostra musica non si limitasse a raccontare delle storie, ma costruisse veri e propri paesaggi emotivi nei quali l’ascoltatore viene immerso dall’inizio alla fine. Da dove nasce questa ricerca dell’atmosfera e quanto è fondamentale nel vostro processo compositivo?
“(Raffaele) Grazie, “paesaggi emotivi” è un’immagine in cui ci riconosciamo. L’atmosfera per noi non è una cosa che si aggiunge alla fine, come un riverbero: è il punto di partenza. Quando io e Gabriele scriviamo non partiamo quasi mai da “serve un pezzo veloce” o “serve un pezzo lento”, partiamo da uno stato d’animo, e il brano deve convincere noi in primis, deve farci sentire qualcosa mentre lo suoniamo. Per come la vediamo, il doom è più una questione di emozione che di tempi lenti. Comporre è sempre stato un flusso naturale che si nutre di quello che viviamo, e forse è per questo che i dischi finiscono per somigliare a luoghi più che a racconti. ‘Beyond The Shores’ in questo ci ha lasciato una lezione precisa: non dobbiamo per forza seguire strutture convenzionali o preoccuparci delle aspettative. Anche su un album più diretto come ‘Homesick’ ogni brano è costruito perché chi ascolta ci entri dentro e ci resti fino all’ultima nota.”
La presenza di Natalie Koskinen e Shaun MacGowan arricchisce il disco con sfumature molto evocative. Come sono nate queste collaborazioni e cosa hanno portato artisticamente ai brani nei quali compaiono?
“(Raffaele) Nessuna delle due collaborazioni era pianificata dall’inizio: sono nate perché i brani le chiedevano. Per ‘The Numbing Void’ Davide voleva una voce femminile che si intrecciasse davvero con i growl, non delle semplici backing vocals, e il nome di Natalie è arrivato da solo: lei e Davide si conoscono da anni e ci siamo incrociati ogni volta che abbiamo suonato a Helsinki, e una collaborazione era nell’aria già dai tempi dello split con i Convocation. Per il violino ci siamo semplicemente detti: perché non chiedere al violinista dei My Dying Bride? Le parti erano già state scritte in pre-produzione, ma Shaun le ha reinterpretate a modo suo, e su ‘Dreaming Of A Scar’ l’intro di piano e violino ha dato al brano un colore che da soli non avremmo raggiunto. La cosa a cui teniamo di più è che entrambi hanno registrato in presenza, a Roma: niente scambio di file, ma tempo passato insieme dentro e fuori dallo studio, tra cene, birre e giri per la città, come già con Mikko e Thomas ai tempi di ‘Beyond The Shores’. Da noi vale una regola: l’ospite è sacro. Ed è così che una partecipazione diventa parte del disco, invece che un nome sulla copertina.”
Tra tutti i brani di ‘Homesick’, la title track è quella che mi ha colpito maggiormente. Mi sembra racchiudere l’essenza emotiva dell’intero album, condensandone il senso di appartenenza, nostalgia e ricerca. È anche per voi il cuore del disco oppure c’è un altro brano che ritenete rappresenti ancora meglio ciò che volevate esprimere?
“(Emiliano) Mi viene sempre difficile scegliere quale brano rappresenta meglio l’essenza emotiva di un nostro album, però sì, ‘Homesick’ ha un crescendo così evocativo che gli vale il fatto di essere il brano che ha dato il nome al nostro nuovo lavoro.”
Ogni album finisce inevitabilmente per creare un legame particolare con alcuni brani. C’è una canzone di ‘Homesick’ alla quale vi sentite maggiormente legati a livello personale o che ritenete particolarmente significativa per il momento che state vivendo come band? Perché proprio quella?
“(Emiliano) Per me è ‘Two Mountains’, in particolare l’epicità delle linee di chitarra finiscono sempre col catapultarmi in un altro mondo. Suonarla dal vivo poi mi emoziona tantissimo! Non la associo a nessun momento in particolare perché vivo in maniera molto intensa tutta la fase di promozione di questo nuovo album, dai feedback sui vari singoli e video, alle reazioni del pubblico quando siamo sul palco, è tutto fantastico!”
Per molti anni le band italiane hanno dovuto confrontarsi con il pregiudizio di provenire da una scena considerata marginale rispetto ai grandi Paesi del metal. Oggi, però, il nostro Paese sta esprimendo realtà di altissimo livello, soprattutto in ambito gothic, doom e dark metal. Alla luce di questa evoluzione, pensate che oggi essere una band italiana possa rappresentare addirittura un valore aggiunto anziché uno svantaggio?
“(Emiliano) Da sempre il nostro paese ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per non essere da meno con il resto del mondo e le band che lo hanno dimostrato non sono poche, permettimi di aggiungere che a mio parere vantiamo una scena underground di altissimo livello.
L’unica nota negativa è che forse non abbiamo a livello di numeri fisici un pubblico ampio come quello di altri paesi, per non parlare delle risorse economiche, oggi purtroppo registrare un album, produrre un video, una sessione di foto in maniera professionale, ha dei costi veramente alti e questi aspetti (insieme a molti altri) sono fondamentali per attirare l’attenzione di una label che lavora bene in ambito underground, figuriamoci una di alto livello.
Nonostante questo, le band del nostro paese non mollano e piano piano se ne vedono sempre di più che girano l’Europa, che presenziano ai festival, in questo preciso momento essere una band italiana può essere un valore aggiunto e lo dico con grande orgoglio.”
Dal vivo le vostre canzoni assumono spesso una dimensione ancora più intensa. State già pensando a come tradurre sul palco l’atmosfera di ‘Homesick’? Ci saranno novità rispetto ai tour precedenti?
“(Emiliano) Stiamo già portando dal vivo i singoli appena usciti e la risposta del pubblico è stata più che soddisfacente, non potremmo esserne più felici.
Il live per noi è una situazione che ci da una carica pazzesca ed è un aspetto che abbiamo sempre curato tanto, negli anni abbiamo veramente fatto i salti mortali per farne il più possibile. Secondo me l’energia che una band può trasmettere al pubblico dal palco non la trovi da nessun’altra parte e noi da sempre cerchiamo di mettere il cuore in ogni singola nota suonata dal vivo.”
Per concludere, cosa vi aspettate artisticamente da ‘Homesick’? Al di là dei riscontri di pubblico e critica, quale sperate possa essere il contributo di questo album al percorso e all’identità degli Shores of Null?
“(Emiliano) Ogni album ha portato con sé tante novità, cambiamenti e progressi, mi auguro che vada così anche stavolta, per ora posso dirvi solo questo. Grazie di cuore per questa bella chiacchierata, è stato un piacere!”
Foto live Daniele Di Egidio