Speed Stroke – Quando il gioco si fa duro…

Il 06/10/2026, di .

Speed Stroke – Quando il gioco si fa duro…

Sei anni possono essere un’eternità nel mondo della musica, soprattutto in un’epoca nella quale tutto sembra dover accadere sempre più velocemente. Per gli Speed Stroke, però, questo tempo è servito per fermarsi, guardarsi dentro e tornare con un’identità ancora più definita. Dopo un album pubblicato in piena pandemia, la band bolognese affida a ‘Damage Control’ il compito di segnare un nuovo capitolo della propria storia. Un disco che mantiene intatto il DNA hard rock del gruppo, ma che nasce dalla volontà di abbandonare la semplice ricerca del divertimento per lasciare un segno più profondo e personale.
Il filo conduttore dell’album è il conflitto tra la sicurezza della comfort zone e la necessità di liberarsi dalle proprie paure, dalle paranoie e dai dubbi per tornare a vivere, rischiare e mettersi in gioco. Un concetto che prende forma anche attraverso testi che affrontano isolamento, cambiamento, fallimento, nuove generazioni e identità, senza rinunciare a quella sana dose di ironia che da sempre accompagna gli Speed Stroke.
Da ‘Glorious Breakdown’ a ‘Italian Coglione’, passando per l’anthem ‘Heart Of The City’, la title track ‘Damage Control’ e la collaborazione con Giorgia Colleluori degli It’sALIE, il nuovo album mostra una band consapevole della propria storia ma tutt’altro che intenzionata a vivere di nostalgia. A completare il lavoro c’è poi la produzione di Erik Mårtensson, chiamato a dare forma sonora a un disco al quale gli Speed Stroke hanno voluto lasciare la massima libertà.
Abbiamo parlato con la band del lungo percorso che ha portato a ‘Damage Control’, del significato nascosto dietro i suoi testi, delle influenze musicali, delle collaborazioni e della voglia di tornare a giocare una partita che, questa volta, sembra avere in palio qualcosa di molto più importante.

Sono passati diversi anni dal vostro precedente lavoro. Cosa è cambiato negli Speed Stroke, sia come musicisti che come persone, durante questo periodo?
“(Jack) Eh già, è passata un’eternità rapportata alla velocità che bisognerebbe seguire nella musica adesso. Ma sentivamo che il nostro precedente lavoro, uscito in pieno Covid, meritasse un ciclo vitale dignitoso, e proprio il desiderio di dignità e di lasciare un segno forte è quello che è maturato in noi in questi sei anni. Non che prima non ci fosse, ma il divertimento ha sempre avuto un ruolo molto più predominante rispetto alla volontà di avere un impatto qualitativo nel nostro genere. Diciamo che è il momento in cui i duri iniziano a giocare!”
Guardandovi indietro, pensate che il tempo trascorso tra i due album sia stato necessario per arrivare a ‘Damage Control’ nella forma in cui lo ascoltiamo oggi? 
“Più che la forma è il nostro spirito ad essere stato plasmato da tutto questo tempo. Le canzoni volendo erano pronte da tempo, ma sentivamo che andava fatto un salto qualitativo per cementificare ciò che definisce il nostro sound, indipendentemente dal tipo di brano che affrontiamo. Volevamo creare un marchio di fabbrica più che inseguire sonorità altrui.”
Quando avete iniziato a lavorare al disco avevate già chiaro il concept oppure è emerso strada facendo?
“Il concept è arrivato ben prima che tutte le canzoni fossero scritte, soprattutto per la scomparsa di una delle persone più fondanti della nostra storia, Mauro “Boyler” Mazzoli, storico DJ di Bologna che è stato un grande collante per la scena Hard Rock italiana, ma anche operatore dell’Aeroporto di Bologna. Tutto questo ha portato ad avere come primo pensiero un tributo alla sua memoria, infatti è anche ritratto nel retro del disco. Una delle prime cose decise è stata la copertina insieme al titolo provvisorio ‘Autopilot’, poi trasformatosi in ‘Damage Control’, che è stato il vero fil rouge dei testi per tutto quello che abbiamo scritto.”
Il titolo ‘Damage Control’ lascia spazio a diverse interpretazioni. Qual è il significato che volevate trasmettere e cosa rappresenta per voi l’idea di “controllare i danni”?
“La copertina ritrae un aereo in cielo appeso come un modellino a delle catene, che si anima e si strappa un’ala per liberarsi dall’immobilità. È una condizione di apparente sicurezza, lontano da qualsiasi pericolo, ma quando si sente il bisogno di volare bisogna essere disposti ad andare contro sé stessi, le proprie paure, le paranoie e lo spirito di conservazione per buttarsi nell’ignoto. Per sapere se è un aereo giocattolo o uno vero, basta rompere le proprie catene e scoprirlo.”
Nel materiale promozionale si parla di una sorta di conflitto tra il desiderio di cambiamento e la sicurezza della comfort zone. È una riflessione nata da esperienze personali?
“Assolutamente sì. Credo che frasi come “ci sono partite che per essere vinte basta non giocarle” e “a non far niente non si sbaglia mai” abbiano risuonato in me continuamente negli ultimi anni. Alle volte la comfort zone ti imprigiona con mille “se” che ti lasciano paralizzato. Ma a un certo punto bisogna seguire le parole di un saggio: “Might as well jump”.”
Possiamo considerare ‘Damage Control’ un concept album oppure si tratta di una raccolta di canzoni unite da un filo conduttore comune?
“Sì e no. Come dicevo prima, il titolo ha dato molto al tema del disco e ogni traccia tratta i vari volti del panico e dei dubbi. Ho un debole per la scrittura della versione contraria dei miei stessi testi, come a voler trovare il lato positivo di ogni strada, rendendo però la sensazione di indecisione sempre più pesante.”
Musicalmente il disco mantiene il vostro DNA hard rock ma introduce alcune sfumature differenti. Quanto è stato importante trovare un equilibrio tra tradizione e modernità?
“Per noi è sempre stato fondamentale trovare questo equilibrio, perché abbiamo sempre voluto evitare di ridurci a una band che vive di solo effetto nostalgia, ma senza nemmeno snaturare o mancare di rispetto agli elementi che hanno reso l’hard rock mastodontico. Abbiamo deciso di giocare molto col songwriting e abbinarlo a scelte di sound che non facciano mai pendere l’ago della bilancia verso un estremo.”
Da dove nasce ‘Glorious Breakdown’? È uno dei brani più aggressivi del disco e presenta anche qualche sfumatura vicina al punk melodico.
“Il nostro chitarrista D.B. ha un passato importante nel punk melodico con la band Meanwhile, ed è un elemento che è sempre stato un po’ nel nostro DNA, anche con il nostro ex chitarrista Niko. Dobbiamo ammettere, però, che le principali influenze per questo pezzo sono state Krokus, Turbonegro e Judas Priest. Credo che, involontariamente, questa traccia in apertura all’album sfoghi e rappresenti tutta la voglia che abbiamo di tornare in pista.”

‘Heart Of The City’ ha tutte le caratteristiche del classico anthem da cantare a squarciagola. Qual è la storia raccontata nel brano?
“La canzone è quasi una conversazione tra qualcuno che ha trovato la pace e la sicurezza nell’isolamento e chi cerca di portarlo fuori, nonostante ci sia passato a sua volta. Può essere inteso sia come un confronto tra un soggetto esterno e uno interno, sia tra un sé futuro e uno passato. Per quanto si possa stare bene da soli, è fondamentale ritrovare le connessioni e ricordarsi che non siamo soli, anche se lo sforzo è grande.”

La title track ‘Damage Control’ sembra racchiudere l’essenza dell’intero album. È stata da subito la candidata naturale a dare il titolo al disco?
“No, noi facciamo un uso pazzo di working titles e questa si chiamava ‘Billy’. E ammetto che all’inizio il sentimento comune su questo pezzo era molto incerto, ma man mano che ci lavoravamo acquisiva sempre più imponenza, fino a diventare una delle preferite di alcuni di noi. Lì si è meritata il titolo di ‘Damage Control’.”
‘State Of Shock’ affronta un tema specifico oppure rappresenta una condizione emotiva più universale?
“È una grande lettera d’amore alle nuove generazioni che se ne escono con sonorità, idee e comportamenti che i più vecchi o “duri” non comprendono, spaventandoli a volte. Quando la società cerca di combatterli in tutti i modi, io mi son sentito solo di dirgli: “I love to see you scare me in your own way”.”
Arriviamo al brano che più incuriosisce: ‘Italian Coglione’. Da dove nasce un titolo così provocatorio? È una canzone ironica, satirica o nasconde una critica ben precisa alla società e a certi atteggiamenti tipicamente nostrani?
“Nasce dalla volontà di prendere in giro sia noi italiani che chi idealizza l’Italia, visto che ho scelto volutamente una parola che gli anglofoni fanno fatica a pronunciare a causa della mancanza del suono “gl”. Devo ammettere che non è una presa in giro fino in fondo, perché vuole essere una riflessione su quanto essere italiani nell’era del “meme”, ma anche prima, sia croce e delizia. Molti non vedono più in là di pizza e mandolino, elencando le poche parole italiane che conoscono: se l’Italia è lo zoo, noi siamo le scimmie… e la cosa molte volte ci piace. Amiamo essere italiani e non vogliamo nasconderlo, anche se per tanti non è “cool” nell’ambiente hard rock, vista la scarsa storia di band nostrane di successo.”
Il ritornello di ‘Italian Coglione’ ha un approccio volutamente sopra le righe. Quanto vi siete divertiti durante la scrittura del pezzo?
“Tantissimo. Oltre alle varie citazioni a Richard Benson e Wanna Marchi, mi diverte moltissimo sentire la gente che capisce “Stallone” nel ritornello quando invece è “Start Running”, perché stai diventando un Italian Coglione.”
Vi aspettate che proprio ‘Italian Coglione’ possa diventare una delle canzoni più discusse del disco?
“Non ne abbiamo la minima idea, ovviamente lo speriamo.”‘
‘In Flames’ affronta un tema personale oppure utilizza immagini simboliche per parlare di qualcosa di più ampio?
“‘In Flames’ è l’emblema del terrore di vedere la propria fatica e il proprio sforzo non servire a niente, almeno in apparenza. Anche quando tutto sembra inutile, l’importante è rimanere in movimento e bruciare per qualcosa, anche se non porterà a niente.”

In ‘Blessed By Misery’ troviamo la partecipazione di Giorgia Colleluori degli It’sALIE. Come è nata questa collaborazione? Cosa ha portato Giorgia al brano che, secondo voi, nessun altro cantante avrebbe potuto aggiungere?
“La collaborazione è nata dalla mia venerazione per Giorgia sin dalla prima volta che ho sentito il singolo degli It’sALIE, ‘Wind’. Da allora l’ho sempre seguita, fino ad aver avuto il piacere di vederla cantare dal vivo e chiederle di farmi da insegnante di canto per tutta la durata del disco per prepararmi al meglio. Inutile dire che il suo lavoro è stato fenomenale, mentre non posso garantire sul mio. Per me Giorgia ha una delle voci più potenti e paralizzanti che abbiamo in giro e, visto che nel pezzo interpreta la parte dello “schiaffo per tornare alla realtà”, nessuno meglio di lei poteva farlo.”‘
‘All For The Weak End’ porta una ventata di rock’n’roll e leggerezza all’interno della tracklist. Quanto è importante per voi mantenere anche un lato più divertente e spensierato?
“Chiunque ci abbia visto dal vivo sa che per noi è impossibile essere seri per più di cinque minuti, quindi ci sentiamo perfettamente rappresentati anche da questo nostro lato. Il divertimento non va mai trascurato.”
‘Walls’ sembra suggerire il tema delle barriere, interiori o esterne. Qual è il messaggio dietro questa canzone?
“Similarmente ad ‘Heart Of The City’, questo pezzo parla di isolamento, ma in questo caso emotivo. È il tentativo disperato di abbattere i muri che ci creiamo per “non occupare troppo posto”, senza vedere cosa ci stiamo perdendo nel frattempo. Le principali ispirazioni per questo testo sono state il mito della Caverna di Platone e Metal Gear Solid 3: Snake Eater.”
‘Chain Reaction’ chiude il disco: perché avete scelto proprio questo brano come conclusione del viaggio di ‘Damage Control’?
“Essendo un pezzo che parla della “reazione a catena” che ci ha portato da metterci un paio di cuffie a essere musicisti e una band per così tanti anni, non poteva che essere lo schiocco finale di frusta.”‘
La produzione porta la firma di Erik Mårtensson. Com’è stato lavorare con una figura così importante per l’hard rock contemporaneo?
“Lavorare con lui è stata una delle cose più emozionanti di tutta la lavorazione del disco, non tanto per l’importanza come musicista, ma per il gusto e la qualità che sapevamo avrebbe portato al disco. Oltre al fatto che non abbiamo mai visto chiudere un mix e un master in tre sole mail, siamo ancora scossi.”
Erik ha contribuito esclusivamente alla produzione o ha influenzato anche arrangiamenti e songwriting?
“Ha lavorato solo al sound dell’album in mix e master, ma gli abbiamo lasciato completamente carta bianca per quanto riguarda la direzione della sonorità da dargli. Non gli abbiamo dato nessun esempio o disco di riferimento, quello è stato completamente a sua discrezione e gusto.”
Se doveste indicare una sola canzone che rappresenta al cento per cento gli Speed Stroke del 2026, quale scegliereste e perché?
“Non ce lo saremmo mai aspettato in fase di scrittura, ma forse è proprio la title track ‘Damage Control’. Prende il nostro sano fuoco e lo imbriglia in maniera naturale, come puntualmente riesce a fare qualcosa da cui non ti aspetti granché, e proprio per questo si è presa un pezzo del nostro cuore.”
Ora che ‘Damage Control’ è finalmente fuori, qual è la vostra aspettativa più grande: il riscontro dei fan, la dimensione live o la possibilità di raggiungere un pubblico nuovo?
“Una cosa di cui l’Hard Rock ha estremo bisogno, soprattutto in Italia, è un pubblico nuovo, quindi ci piacerebbe espandere la nostra missione di tenere alta questa bandiera a chiunque abbia bisogno di un Hard Rock fatto di pugni in faccia e sudore.”

 

 

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