Kamelot – Impressioni Vittoriane

Il 30/10/2026, di .

Kamelot – Impressioni Vittoriane

A tre anni da ‘The Awakening’, i Kamelot tornano con ‘Dark Asylum’, un nuovo capitolo che conferma la capacità della band di muoversi tra metal, teatralità e atmosfere oscure senza smarrire la propria identità. Al centro del disco c’è il Ravenhill Asylum, luogo reale o metaforico che diventa lo spazio ideale per esplorare paura, ansia, solitudine e quella ricerca di pace interiore che attraversa tanto l’immaginario dell’album quanto le parole di Tommy Karevik.

Abbiamo contattato il cantante dei Kamelot in vista delle due date italiane del tour, che porteranno la band il 17 novembre al Live Club di Trezzo sull’Adda (Milano) e il 18 novembre alla Hall di Padova, con Exit Eden e Temperance in apertura. Due appuntamenti particolarmente attesi, nei quali ‘Dark Asylum’ incontrerà dal vivo un pubblico che da anni accompagna la storia della band e che conosce e riconosce il peso dei suoi classici.

Incontrare Karevik significa però andare oltre la semplice genesi di un disco: significa parlare di interpretazione, del rapporto con le altre voci, dell’influenza di Freddie Mercury e della necessità di trovare un equilibrio tra palco e vita privata. In una conversazione che attraversa passato e presente della band, il cantante racconta anche cosa significhi portare ogni sera sul palco canzoni nate in epoche diverse, convivendo con le aspettative del pubblico e con il peso dei classici.

Ne emerge il ritratto di un musicista consapevole, sempre più interessato non alla perfezione, ma alla capacità di vivere pienamente il momento. Ed è proprio questa attitudine che accompagnerà i Kamelot anche sui palchi italiani, dove le atmosfere di ‘Dark Asylum’ saranno chiamate a confrontarsi con l’energia e la dimensione teatrale del loro spettacolo dal vivo.

 Sono passati tre anni da ‘The Awakening’. Quando avete cominciato a lavorare a ‘Dark Asylum’ e che tipo di disco volevate realizzare?
“Non siamo una band che riesce a scrivere molto mentre è in tour e personalmente tendo a essere o in modalità tour oppure in modalità composizione. Questa volta, però, il ciclo di concerti è stato particolarmente lungo e abbiamo dovuto iniziare a scrivere mentre avevamo ancora alcune date in programma.
Avevamo qualche idea avanzata dalle sessioni di ‘The Awakening’ che volevamo riprendere e sviluppare, ma la maggior parte delle canzoni è stata composta specificamente per questo album. Quando abbiamo capito quale sarebbe stato l’immaginario e quale atmosfera volevamo creare, è nata anche l’idea di questo luogo oscuro e inquietante. A quel punto serviva una musica capace di rappresentarlo.”
Il centro del disco è il Ravenhill Asylum. È un luogo reale all’interno della storia o potrebbe essere una proiezione della mente?
“Abbiamo voluto lasciare questa risposta all’ascoltatore. Il Dark Asylum, questo santuario o sanatorio, potrebbe essere un luogo reale oppure una creazione della nostra immaginazione.
Viviamo in un mondo nel quale esistono moltissima oscurità, paura, ansia e dubbi. Ma cosa succederebbe se possedessimo già dentro di noi tutto ciò che serve per ritrovare noi stessi e raggiungere la luce e la pace? E se fossimo noi stessi il nostro santuario?
Nell’universo dei Kamelot, anche in mezzo all’oscurità, esiste sempre una luce alla fine del tunnel. Possiamo diventare prigionieri della nostra mente, e quasi tutti lo siamo in qualche momento della vita. Ma forse possiamo anche trovare la pace dentro di noi senza dover cercare continuamente all’esterno qualcosa che ci salvi.”

Nella musica dei Kamelot l’immaginario gotico e vittoriano è sempre stato molto forte. Cosa rappresenta per te?
“È qualcosa che appartiene da sempre all’immaginario dei Kamelot. Penso a una grande cattedrale, un luogo sacro nel quale convivono bellezza, oscurità e malinconia. È un po’ come trovarsi dentro la propria mente.
E trovo che tutto questo si adatti perfettamente alla nostra musica. Per me la musica dei Kamelot suona come una vecchia cattedrale vittoriana. Quando ascolti quei suoni diventa naturale immaginare quel mondo: musica, immagini, testi ed emozioni si intrecciano tra loro.”
I Kamelot hanno sempre fatto largo uso di collaborazioni. Quanto è importante, per te, portare altre personalità all’interno della vostra musica?
“Non so se direi che sia indispensabile per la nostra crescita come musicisti. Mi piace pensare che i Kamelot sarebbero comunque un’ottima band anche senza collaborazioni.
Quello che trovo bellissimo, però, è la possibilità di introdurre piccoli colori differenti quando stai dipingendo qualcosa per raccontare una storia. Può essere estremamente efficace. E poi sono tutti musicisti straordinari e persone fantastiche, quindi diventa anche molto divertente coinvolgere degli amici.
Credo che i Kamelot possano stare perfettamente in piedi da soli, ma avere l’opportunità di aggiungere alla nostra musica qualche colore, qualche emozione e un po’ della personalità di altre persone è qualcosa di molto bello.”
Quando canti con un altro vocalist cambia anche il tuo modo di interpretare una canzone?
“Il mio modo di cantare e di raccontare una storia non cambia, però l’interazione può richiedere emozioni differenti. Se stai interpretando un personaggio devi sempre chiederti cosa vuole dire e cosa sta provando.
Inoltre, quando canti insieme a una persona con cui non hai mai lavorato prima, serve del tempo per trovare l’intesa. Devi imparare come chiude le note, quali variazioni fa e come si muove musicalmente.
Se vuoi fondere le due voci devi conoscerla. Solitamente dopo alcuni concerti tutto diventa più naturale.
La stessa cosa accade fisicamente sul palco: ogni persona si muove in maniera diversa e devi imparare a interagire con lei. Pianifichiamo persino da dove entrerà sul palco, dove dovrò girarmi per guardarla o come ci muoveremo durante una determinata strofa. Sotto questo aspetto è quasi una rappresentazione teatrale.”

Quando si parla di grandi cantanti rock, nelle voci di molti frontman metal si riconosce l’influenza di Freddie Mercury. È stato importante anche per te?
“Posso parlare soltanto per me stesso: crescendo ho ascoltato moltissimo i Queen.
Freddie Mercury mi è sempre sembrato un talento estremamente istintivo. Non era levigato: la sua voce era selvaggia, libera ed espressiva quando serviva. Non aveva quel tipo di suono perfettamente rifinito che sentiamo spesso oggi. Era qualcosa di vivo, capace di seguire il momento e di esprimersi liberamente.
Credo che quella fosse la sua vera forza, ancora più della qualità del timbro o della tecnica. Era soprattutto emozione. Ed è questo che mi ha sempre colpito.”
La vita in tour significa essere continuamente circondati da persone: sul palco, sul tour bus, durante le prove. Per una persona che fa il tuo lavoro è possibile trovare dei momenti in cui rimanere completamente sola e ricaricarsi?
“È qualcosa con cui ho sempre avuto difficoltà, perché sono piuttosto introverso. In tour sei continuamente circondato da persone e, per uno come me, può diventare davvero stancante.
Cerco quindi di sfruttare ogni occasione che ho per stare un po’ da solo, perché il mio obiettivo principale rimane sempre il concerto. Voglio avere abbastanza energia, sia emotiva sia fisica, e mantenere alto il mio spirito quando devo salire sul palco. Sono lì per dare il meglio alle persone che sono venute a vederci.
Per questo qualche volta devo essere quello noioso. Sono quello che va a letto prima degli altri e praticamente non faccio mai festa, magari soltanto l’ultima sera del tour. Voglio essere sicuro di riuscire a fare bene il mio lavoro e di avere l’energia necessaria. E, quando sei un cantante, devi anche cercare di non ammalarti: mangiare bene, dormire bene e prenderti cura di te stesso.
All’inizio soffrivo molto questa situazione. Non riuscivo a trovare tempo per me, ero stressato e non mi piaceva particolarmente stare in tour.
Oggi va meglio. Sono più rilassato e ho imparato a cercare una sorta di pace. È curioso perché ci riporta proprio a quello di cui stavamo parlando a proposito di ‘Dark Asylum’: cerco di trovare la pace dentro il caos.
Questo mi aiuta moltissimo. Ho capito anche che non devo essere perfetto. Se ogni tanto canto una nota sbagliata o sbaglio una parola, va bene. La vita di tutti continuerà ad andare avanti, e anche la mia. Sto imparando sempre di più a godermi quello che faccio e a vivere il momento.”
Anche dopo tanti anni il pubblico continua a chiedere i grandi classici dei Kamelot. Come vivi il rapporto tra quelle canzoni e la musica che state scrivendo oggi?
“Lo capisco perfettamente. Sono grandi canzoni e mi piace ancora cantarle.
Ma una delle cose che trovo più gratificanti è vedere quanto bene il pubblico reagisca anche ai pezzi nuovi. Negli Stati Uniti, per esempio, abbiamo lavorato per anni per costruire il nostro pubblico e ormai siamo arrivati a suonare concerti delle stesse dimensioni di quelli europei.
A volte proponiamo un vecchio brano che vogliamo ancora suonare e magari ci sono cinque persone felicissime, mentre gran parte del pubblico non lo conosce nemmeno. Poi suoniamo materiale più recente e la risposta è enorme.
Per me è una bellissima dimostrazione del fatto che i Kamelot sono ancora rilevanti oggi, che stiamo continuando a fare musica capace di raggiungere nuovi ascoltatori. Allo stesso tempo capisco perfettamente chi viene a un concerto e vuole sentire i vecchi pezzi. Mi piace cantarli e vedere le persone felici che cantano insieme a noi. In fondo è proprio quello che abbiamo sempre cercato.”

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