Frantic Fest Day 1 @ Francavilla al Mare (CH), Tikitaka Village, 14 agosto 2025
Il 22/08/2025, di Francesco Faniello.
Un illustre commentatore diceva che – nel creare il personaggio di Salvo Montalbano – Andrea Camilleri abbia voluto concedere al noto commissario una serie di bonus. Bonus per compensare il suo operato in una realtà difficile, nonché per alleviare il peso di un’infanzia altrettanto difficile, che si rispecchia in un rapporto contrastante con la figura paterna. E allora, sotto con l’invidiabile location di Marinella, abbastanza fuori Vigata da permettere di farsi due bracciate in acqua prêt-à-porter, sotto con i succulenti pranzetti preparati dalla fedele governante Adelina o dal ristoratore di fiducia di turno, e sotto con una squadra a suo modo sagace, che tra l’altro sa quando tacere durante le frequenti sfuriate del Capo.
Ecco, il Frantic Fest è così: formalmente lontano da tutti i festival di casa nostra “che contano” – tradizionalmente concentrati a Nord della Linea Gotica – ma baciato da una posizione invidiabile (siamo pur sempre al Centro, come ci insegnavano in geografia, benché Roma sia sull’altro versante) e da tutta una serie di bonus camilleriani come un campeggio a due passi dal mare, un occhio particolare per innovazioni davvero pratiche come il braccialetto cashless, la presenza di volontari appassionati (forti) e gentili, i prezzi contenuti e una discreta varietà di offerta culinaria, nonché un’organizzazione in continua crescita che però non perde di vista il “cuore”. Proprio quest’ultimo aspetto è uno dei più evidenti a chi si accosti per la prima volta all’universo Frantic: come amiamo spesso ripetere, siamo dinanzi a un format che combina la concezione europea dell’Open Air con la vicinanza al pubblico e conseguente abbattimento della “quarta parete” propria dei festival punk/HC. Allo stesso modo in cui avevano modo di osservare le band che giungevano allo storico Rumble Fish di Fasano a partire dalla fine degli anni ’90, se nelle regioni del Nord era possibile alle band in tour fare un passo ed essere all’estero, lì (o qui) a un passo siamo sulle spiagge dell’Adriatico, e nulla più. Qualcosa che aiuta a mantenere il senso del “qui e ora”, sicuramente, che oggi va ovviamente mutuato con la comodità logistica dei collegamenti ferroviari di cui beneficiano sia Pescara che Francavilla, come ha giustamente osservato ai nostri microfoni Davide Straccione, il mastermind del Fest.
E poi, non dimentichiamo il fattore più importante: la musica, che qui assume una valenza particolare. In questo senso, il Frantic Fest è sempre più un’ottima fotografia dello “stato dell’arte” dei generi musicali che tratta, sia in Italia che all’estero, con una proposta multiforme che assume una valenza didascalica per chiunque tra gli avventori non sia ferratissimo in una particolare branca. Anche questo ha un taglio decisamente internazionale; anche per questo il Frantic Fest occupa un posto speciale presso il Martello…
Le prime ore pomeridiane al Frantic, quando ti trovi a “sfidare” la canicola, sono sempre piuttosto toste e i gruppi iniziali succede che a volte vengano “sacrificati”, spiace pure perdersi l’esordio stagionale di “Si Stava Meglio Quando Si Stava Metal” (podcast tra più illuminati e “illuminanti” condotto dall’amico e collega Denis Bonetti); in più – ma qui scopriamo appunto l’acqua calda – l’autostrada, in agosto, resta una delle incognite peggiori, ragione questa che ci ha penalizzato totalmente e che ci ha costretto ad essere al Tent Stage non prima dell’esibizione degli spagnoli TodoMal, rivelatisi tra i gruppi più sorprendenti dell’intero giovedì. Fautori di una miscellanea particolarissima, che si muove tra un uggioso doom atmosferico e uno space-rock con molti rimandi ad Hawkwind e Pink Floyd, hanno da subito colpito i presenti, già numerosi e “pimpanti”, incuriositi da una band non frequente a queste latitudini – come già detto, una delle grandi doti del Frantic Fest è appunto questa, incrementare la conoscenza e il supporto di tutti quei gruppi “sconosciuti” ai più, ma incredibilmente vitali, originali e coinvolgenti – ma che ha strappato applausi a non finire. Formazione dal taglio personale e con grande visione artistica, abituata a un percorso accidentato e non tanto battuto; in fondo, il provenire da una regione come quella di Castiglia-La Mancia, terra di Don Chisciotte e delle sue “battaglie” contro i mulini a vento, ha il suo atavico fascino, spiega molto e risponde ai dubbi, se ce ne fossero, su una band qual è quella dei TodoMal…
Ad aprire il Main Stage per l’edizione 2025, un manipolo di guerrieri che non ha certo bisogno di presentazioni, i Necrodeath chiamati al passo di addio con questo significativo “40 Last Tour Of Hate”, che dice molto, se non tutto, di quanto attualmente smuove ed anima lo storico quartetto ligure che, per la sua ultima volta in Abruzzo, ha sfoderato una sempiterna prova d’autore, nella maniera più congeniale possibile: aizzando e fomentando il massacro con classici di ieri (‘Hate And Scorn’, ‘The Creature’, ‘Choose Your Death’, ‘Necrosadist’ e l’inno conclusivo, raggelante, ‘Mater Tenebrarum’) e brani nuovissimi, tipo ‘Storytellers Of Lies’ e la title-track dell’ultimo, devastante album ‘Arimortis’, il cui repertorio, suonato dal vivo, assume dimensioni ancor più minacciose. Noi con la band di Peso e Flegias ci vedremo altre volte nei prossimi mesi, fino allo snodo finale che sarà a dicembre, quando tutto finirà e dei Necrodeath resterà solo un ricordo. Di quelli che non si cancelleranno mai. Ma che lascerà un po’ di amaro in bocca, su quello che sarebbe potuto davvero essere per questi autentici precursori del death’n’thrash metal europeo, che hanno decisamente raccolto meno rispetto a quanto avrebbero meritato, e non ne facciamo soltanto una mera questione “storica”…
Si prosegue sotto lo stendardo insanguinato del death metal con i Replicant, chirurgico four piece di stanza nel New Jersey che annuncia i pezzi in growl alla maniera dei primi Morbid Angel. Una scelta un po’ retrò, direte voi? Certo, ma sono di quei piccoli particolari che ci esaltano sempre, pur con il giusto disincanto. Le analogie con la band di Trey Azagthoth non si fermano qui, specie per via dell’alta caratura tecnica del set degli autori di ‘Infinite Mortality’; eppure, l’esibizione rivela una declinazione decisamente europea del genere, complici i frequenti rallentamenti lisergici delle composizioni sottolineati dall’energico fingerpicking di Michael, il bassista/cantante. A questi elementi si aggiungono stacchi dal sapore cibernetico e futuristico, cui fanno da contraltare le viscerali parole del frontman, direttamente in italiano (“Molto caldo oggi, no?”) e il suo sincero emozionarsi per l’imminente arrivo dei Brujeria sul Main Stage.
La storica compagine messicano/statunitense non tradisce né fama né aspettative: sul Main Stage giganteggiano proprio come ci si aspetterebbe da loro, concreti e brutali come sanno essere da un trentacinquennio. Lasciatecelo dire: i Brujeria sono il gruppo perfetto per il Frantic Festival, con la loro attitudine in-your-face e l’approccio senza fronzoli che li accompagna da sempre, assieme alle immancabili bandane calate sul volto. Da ‘Brujerizmo’ a ‘Colas de rata’ (uno dei picchi della setlist) i Nostri ci hanno accompagnato attraverso una girandola di suggestioni legate bonariamente all’immaginario comune nei confronti dei latinos, in un alternarsi tra spagnolo e inglese che richiama il cinema di Rodriguez esattamente come i progetti più arditi di Max Cavalera. Ecco, il merito maggiore di El Sangrón e soci è quello di richiamare quel periodo in cui al death metal venivano associate potenza e brutalità più che perizia strumentale e intricatezza delle composizioni; e poi c’è chi unisce con naturalezza le due anime dell’extreme metal e risponde al nome di Jeff Walker alias El Cynico, accolto con tutti gli onori nonostante la bandana di ordinanza al suo ingresso sul palco come ospite di lusso al basso. Il cappello a tesa dei tempi di ‘Welcome to Carcass Cuntry’ non può che confermare l’attitudine in linea con il resto dei compari, laddove il Nostro brandisce il basso in maniera inconfondibile, accompagnando il resto della band fino alla macarena conclusiva, opportunamente modificata in ‘Marijuana’.
Sinceramente, il monicker Pyrrhon lascerebbe presagire suggestioni black metal, ma nulla può essere più distante dalla realtà, quando si parla di questo quartetto di Brooklyn. Se la disposizione sul palco è decisamente viscerale, il loro extreme metal assume connotazioni sperimentali che non fanno altro che accentuarne la caratura “estrema” – anche troppo, a dire il vero. Le sonorità dell’ultimo ‘Exhaust’ vengono riproposte efficacemente grazie a un buon intreccio tra basso e chitarra, con in più un’attitudine che ricorda un po’ ‘Sounds of the Animal Kingdom’ dei maestri Brutal Truth – non a caso, East Coasters anche loro. Non esattamente la nostra tazza di tè, ma un buon tassello in attesa del maestro di cerimonie norvegese…
Neanche a dirlo, il maestro non si fa attendere. Decisamente, il signor Vegard Sverre Tveitan è forse l’esempio più lontano dalla concezione comune di black metaller, pur incarnandone appieno lo spirito dirompente e “di rottura”, qui convogliato in un afflato sperimentale che indugia spesso in arrangiamenti dal sapore minimalista accompagnati da ritmiche sagaci (si scrive così, si legge ‘The Promethean Spark’). È un po’ la cifra stilistica di Ihsahn, il cui progetto riesce da sempre a combinare atmosfere che definiremmo “post” con l’oscurità primigenia che è propria della tradizione norrena. Ne è esempio l’EP ‘Telemark’ qui piacevolmente riproposto, con da un lato i cori angelici di ‘Nord’ e dall’altro la ferocia marziale unita a passaggi classici di ‘Stridig’, e con il black di fondo sempre più contaminato ora dal post ora dall’elettronica. Se l’ambientazione da palco è quella presa dall’artwork del recente omonimo disco, è ‘The Distance Between Us’ l’estratto dallo stesso a conferire l’effetto più straniante allo show, per via delle chiare influenze di King Crimson e Porcupine Tree sull’impianto compositivo, accompagnate da un cantato ora neoprog ora quasi filthiano nella sua timbrica stridula. Ecco, vedere il fondatore degli Emperor sfiorare la sei corde esattamente come Adrian Belew è per me la quintessenza dello straniamento, ma immagino sia un segno dei tempi…
Qualche volta capita di assistere a show dirompenti, di cui si immaginava il valore a priori ma che possono essere compresi solo dinanzi al loro svolgimento. È il caso dei nipponici Sigh, icone indiscusse del black metal di casa propria e qui al Frantic Fest nella loro prima data italiana in assoluto, in supporto del recentissimo ‘I Saw the World’s End – Hangman’s Hymn MMXXV’, nuova versione del quasi omonimo concept album uscito nel 2007 – a quasi un ventennio dalla formazione di una band che fu subito patrocinata nientepopodimeno che dal compianto Euronymous. Passando per le vie brevi, possiamo dire che tra le Isole Patrie e la Scandinavia ci sono molti punti di contatto, nella personalissima formula di Mirai Kawashima: lo stile chitarristico serrato che richiama la lezione di Alexi Laiho, le melodie più care alla scena svedese e l’oscurità malefica dei cugini norvegesi. Eppure, i Sigh sono tutt’altro che una riproposizione pedissequa a longitudini opposte: saremmo pronti a definirli una moderna declinazione del teatro Kabuki, se non fosse che qui la componente black metal e quella del periodo Edo hanno pari dignità in una processione di colori, ventagli, mise occidentali sottoposte al vaglio del Sol Levante. Un set che è rituale prima ancora che musicale, in cui però la formula proposta suscita un interesse fuori dal comune, in un’epoca come la nostra in cui si è come non mai avvezzi al revivalismo. Lungi dal voler fare paragoni con i grandi nomi che dominano l’hype e l’etere dei nostri giorni, sottolineiamo con forza come lo show sul Tent Stage è stato qualcosa di unico, in cui l’extreme metal intinto nei colori della bandiera imperiale lascia spesso e volentieri spazio a cori che spaziano dal parossismo J-Pop alla solenne epica pucciniana, come avviene in quello che è stato decisamente il perno dell’esibizione, una ‘In Devil’s Arms’ che ha decisamente beneficiato della Cura Ludovico targata Peaceville Records. Se ve lo state chiedendo, da queste parti abbiamo decisamente scelto uno dei nostri cavalli di razza.
Qui a Metal Hammer lo affermiamo da tempo: la qualità, indipendentemente da quale angolazione la si voglia giudicare, paga comunque sempre, a maggior ragione se questa è votata a una propria ricerca individuale, introspettiva, prima ancora che essere consapevole scelta artistica, considerazione che può benissimo essersi “reincarnata” negli svizzeri Zeal & Ardor, probabilmente, insieme ai leggendari Sigh (e ai Carcass headliner del sabato), la miglior band salita sul palco del Frantic 2025. Questo stando almeno al notevole stato di stupore trasmesso dal pubblico, che non si attendeva un gruppo del genere, dinamico, fremente, e al tempo stesso profondo, duttile nel soppesare e rilasciare un’emozione dietro l’altra. Un pubblico che è stato immediatamente rapito, sin dall’accoppiata ‘The Bird, The Lion And The Wildkin’ e ‘Wake Of A Nation’ che di fatto ha rotto gli indugi, catapultandoci in una dimensione sonora quasi astratta, in cui il frontman e nume ispirativo Manuel Gagneux ha giocato “pesante” con la sua cantilena “liturgica”, chiamando a sé quella netta impronta gospel che è alla base di tutto l’universo Zeal & Ardor. Una spiccata spiritualità quindi, sommata a un’urgenza simil-black metal e a una grande voglia di spaziare lungo tutto l’arco musicale, con una sontuosità e una mistica che sono innate nelle grandi band. E i Zeal & Ardor lo sono già, una grande band, di quelle che governeranno negli anni a venire. Al Frantic ne abbiamo avuta conferma piena.
Siamo ormai in partenza, e anche in lontananza sentiamo il caos generato dai Tenebro, una delle band che portano avanti con profitto il tradizionale connubio tra la tradizione del cinema horror tricolore e una declinazione splatter/gore del death metal che non lascia prigionieri. Non ce ne vogliate, sarà per la prossima volta!
Testo di Francesco Faniello e Alex Ventriglia
Foto di Alex Ventriglia