Alice Cooper + The Damned + Messa @ Ama Music Festival – Romano D’Ezzelino (Vi), 12 Luglio 2026
Il 22/07/2026, di Aleksandra Katarina Klepic.
Con la giornata di domenica 12 luglio l’AMA Music Festival ha calato il sipario sulla sua due giorni dedicata al rock e al metal internazionale, con una lineup che ha messo d’accordo doom, punk, darkwave e horror rock. Il Parco di Villa Negri a Romano d’Ezzelino, alle porte di Bassano del Grappa, si è riempito fin dal pomeriggio, e il Second Stage ha fatto da preludio perfetto a una serata che ha avuto in Alice Cooper il suo punto più alto.
C’è un privilegio particolare nel trovarsi davanti a un cartellone come questo: poter passare in poche ore da band emergenti a nomi che hanno letteralmente scritto pagine di storia della musica, vedendo dal vivo generi e sonorità che raramente convivono sullo stesso palco nello stesso pomeriggio. Ed è proprio questa la sensazione che ha attraversato l’intera giornata, culminata poi nel pantagruelico show della serata.
Sul palco minore hanno aperto i Wicked Storm, regalando al pubblico un pomeriggio leggero e piacevole. La band ha presentato dal vivo il nuovo brano ‘Ghost Town’, un pezzo che ha mostrato influenze non troppo distanti dai Finley, capace di conquistare chi si è avvicinato al palco più per curiosità che per convinzione. La formazione ha poi chiuso il proprio set con una cover di ‘War Pigs’ dei Black Sabbath, tributo classico che non stanca mai.
Si sono esibiti anche i The Loyal Cheaters, che hanno portato in dote una prova di grinta importante grazie a una frontwoman che ha saputo tenere la scena con personalità e presenza vocale.
Ad aprire le emozioni forti del palco principale sono stati i Messa con estrema eleganza; la band veneta si conferma, esibizione dopo esibizione, una delle realtà più solide e apprezzate del doom metal internazionale. Hanno trascinato il pubblico in atmosfere profonde e solenni fin dalle prime note, mostrando una maturità compositiva e una personalità musicale fuori discussione. Nonostante l’orario di luce piena non abbia reso pienamente giustizia a un sound che vive di buio e intimità, eleganza ed esecuzioni impeccabili hanno dato loro merito di ogni centimetro di un palco così prestigioso.
A seguire, sempre sul Main stage, sono saliti i leggendari The Damned, pionieri del punk britannico. Trovarsi davanti a una band che ha contribuito a inventare un genere è sempre un’emozione a sé, e il gruppo lo sapeva bene: lo show è stato sorprendentemente brillante, divertente e coinvolgente, con contaminazioni rockabilly e un’energia positiva capace di far scorrere piacevolmente l’intero set, senza mai scadere nella nostalgia fine a sé stessa.
Nel frattempo, sul palco minore si sono esibiti i meravigliosi The Sade, che hanno incantato il pubblico con la loro darkwave elegante e ipnotica.È un genere che in Italia fatica ancora a trovare spazio nei grandi festival rock, spesso relegato a serate di nicchia, e vederlo rappresentato con questa qualità in un contesto come l’AMA ha un valore aggiunto non da poco.Il trio veneto ha costruito il proprio set su bassi profondi, chitarre riverberate e una voce capace di oscillare tra il sussurrato e il teatrale, richiamando l’immaginario sonoro che va dai capostipiti inglesi degli anni Ottanta fino alle riletture più contemporanee del genere, senza però risultare mai derivativo. Il risultato è stato un’atmosfera densa e suggestiva, capace di distinguersi nettamente dal resto della proposta della giornata: dove il resto del cartellone puntava sull’immediatezza, i The Sade hanno scelto la “sottrazione”, lo spazio vuoto, il crescendo lento, conquistando chi si è fermato ad ascoltarli con un sound raffinato, curato e di grande impatto emotivo. Rappresentano senza dubbio una preziosa rarità del genere, fortunatamente tornato in auge negli ultimi anni anche grazie a un pubblico più giovane che riscopre l’estetica dark, e dal vivo tengono testa a nomi ben più noti a livello internazionale.
Dopo il tramonto, tutti, tra le poche migliaia di persone presenti, erano pronti ad accogliere il momento più atteso: Alice Cooper.
A 78 anni, il Sovrano dell’horror rock ha dimostrato appieno di appartenere alla nicchia degli artisti sempiterni. Con voce solida, presenza scenica magnetica e uno show teatrale/macabro curato in ogni dettaglio – come di consuetudine da anni e per ogni tappa del tour – sul palco ha portato tutto l’armamentario che ne ha fatto una leggenda: la ghigliottina, la camicia di forza da cui liberarsi in piena canzone, il Mostro di Frankenstein che si aggira sul palco su trampoli altissimi e oggetti lanciati verso il pubblico tra un brano e l’altro.
Ogni gesto, ogni cambio di costume, ogni intervento della band sembrava calcolato al millimetro; eppure, non ha mai perso la sua carica di puro divertimento in un contesto horror, quasi fosse la prima volta, pur avendolo messo in scena per decenni. Cooper ha ripercorso oltre cinquant’anni di carriera regalando una scaletta di altissimo livello, con classici immortali come ‘Poison’, ‘Feed My Frankenstein’, ‘Hey Stoopid’ o ‘School’s Out’ e chicche più rare come ‘Spark in the Dark’ o ‘Dangerous Tonight’, in cui la narrazione prendeva il sopravvento sulle note suonate.
Se lo show funziona ancora con questa precisione, buona parte del merito va alla band che accompagna Alice da anni: il nucleo storico è composto dal chitarrista Ryan Roxie, dal polistrumentista Tommy Henriksen, dal bassista Chuck Garric e dal batterista Glen Sobel, ai quali si affiancava la chitarrista Nita Strauss, diventata negli anni una delle figure più riconoscibili del gruppo. A inizio 2026 Strauss si è temporaneamente allontanata dal tour per un periodo di maternità e al suo posto è arrivata la giovane e talentuosa Anna Cara, scelta direttamente da lei, che si è ritagliata rapidamente un ruolo importante nel già collaudato assetto a tre chitarre.
Al netto degli avvicendamenti in formazione, ciò che ha colpito è stata la solidità dell’insieme: ogni musicista sembrava conoscere a memoria non solo le parti da suonare ma anche i tempi teatrali dello show, i cambi di luce, le espressioni da assumere, gli ingressi delle maschere e delle scenografie. È una macchina rodata, di un livello straordinario, in cui la musica non era semplice accompagnamento all’estetica, ma una parte integrante, capace di reggere sia i pezzi più diretti sia le architetture più complesse dei brani meno noti, dando forza e sostanza a uno spettacolo che altrimenti rischierebbe di vivere solo di scenografia.
Il gran finale, affidato a un travolgente ‘School’s Out’ fuso con ‘Another Brick in the Wall (Part 2)’ dei Pink Floyd, ha lasciato spazio a un commosso omaggio a Kurt Cobain con ‘Smells Like Teen Spirit’, prima del congedo esplosivo di ‘Under My Wheels’.
Con l’ultima nota ancora sospesa nell’aria, gli applausi hanno accompagnato l’uscita di scena della band mentre Cooper, con la teatralità che lo contraddistingue, ha salutato il pubblico quasi sottovoce, lasciando per alcuni istanti tutti sospesi tra l’incredulità di aver assistito a uno spettacolo di quella portata e la voglia di vederlo ripetersi. È stata una prova di classe assoluta che ha confermato perché ogni live di Alice Cooper resti un unicum: non un semplice show rock, ma un rituale che si rinnova, capace di far sentire chi è in platea parte di qualcosa che ha attraversato generazioni.
A chiudere la serata sul palco minore ci hanno pensato i To The Max, che hanno tirato le fila di una giornata all’insegna dell’energia e della varietà, mettendo idealmente la parola fine a due giorni che hanno saputo tenere insieme, senza forzature, mondi sonori spesso distanti tra loro.
Foto Federico Benussi